Nov 02

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Nov 02

Violenza di Stato? Non è una novità. Stefano è l’ultima vittima

Stiamo assistendo ad una recrudescenza della violenza statale? La domanda è d’obbligo dopo l’ultima vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi. In realtà il ricorso a pratiche violente da parte degli apparati statali non è una novità. Una semplice disamina di lungo periodo del fenomeno porta a concludere che il ricorso ad un uso brutale, non proporzionato e fuorilegge della forza, è “prassi ordinaria” dei corpi dello Stato.

Per i più giovani la memoria arriva alla «macelleria messicana» di Bolzaneto e della Diaz. I più anziani ricordano cosa fossero i commissariati e le carceri del dopoguerra, e cosa accadde nel calderone degli anni 70 con la legge Reale. Dal 1 gennaio 1976 al 30 giugno 1989 vennero uccise dalle «forze dell’ordine» 237 persone, mentre altre 352 rimasero ferite (dati censiti dal Centro Luca Rossi e fondazione Calamandrei).

Senza dimenticare le torture contro i militanti della lotta armata praticate nel biennio 1981-1983, dopo il via libera venuto dal Cis, il comitato interministeriale per la sicurezza. Una squadretta dei Nocs imperversò per l’Italia praticando sevizie apprese dai manuali utilizzati dagli aguzzini delle dittature militari dell’America latina. Manuali redatti dai generali francesi che ne avevano aggiornato le tecniche durante la guerra d’Indocina e poi in Algeria, ed esportate in seguito nella famigerata Scuola delle Americhe . Eppure c’è la sensazione che negli ultimi tempi qualcosa sia cambiato. Analisi sociologiche ci spiegano che le forze di polizia si sono hooliganizzate , basta leggere il libro di Carlo Bonini, ( Acab , Einaudi 2009) per farsene un’idea. Sorta di calco del mondo imbastardito delle curve.

La sensazione d’impunità, la forza dell’omertà-ambiente che copre questi comportamenti, hanno attenuato i meccanismi di autocontrollo. Il populismo penale, l’importazione dei modelli di “tolleranza zero”, hanno portato alla costruzione di un nuovo “nemico interno” identificato nella piccola devianza, nei migranti. Una gestione dell’ordine pubblico militarizzata, sommata alla legislazione proibizionista e all’internamento carcerario come soluzione dei problemi, hanno generato un mostro sicuritario che produce un fisiologico esercizio della coercizione che dilaga in violenza aperta, tra fermi, celle di sicurezza, tribunali, prigioni.

Negli ultimi anni la cronaca è fitta di episodi del genere: Marcello Lonzi , morto nel 2003 all’interno del carcere di Livorno. Sul suo corpo numerosi segni di vergate e colpi di bastone. Dopo anni di denunce la procura ha recentemente riaperto l’inchiesta. Due agenti penitenziari sono indagati.

Federico Aldovrandi , pestato a morte il 25 settembre 2005 in piena strada dai poliziotti di una volante. Aldo Bianzino , deceduto il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia. Sul suo corpo vengono riscontrate «lesioni massive al cervello e alle viscere», provocate prima dell’ingresso nel penitenziario. Un’inchiesta per omicidio volontario è in corso contro ignoti.

Stefano Brunetti , arrestato ad Anzio l’8 settembre 2008, muore in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Dall’autopsia emerge un decesso provocato da «emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano anche fratture a due costole».

Mohammed , marocchino di ventisei anni suicidatosi il 6 marzo 2009 nel carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, dopo una lunga permanenza in cella liscia. Sei poliziotti della penitenziaria finiscono nel registro degli indagati per «abuso di autorità contro persone arrestate o detenute».

Francesco Mastrogiovanni , morto in un letto di contenzione il 4 agosto scorso dopo un Tso abusivo. Per le molteplici morti violente avvenute in carcere e nelle questure, l’Italia è sotto accusa da parte di alcuni organismi internazionali e dalla commissione europea per la prevenzione della tortura.

Paolo Persichetti

Liberazione
31/10/2009

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Nov 02

Montedison di Crotone, sette morti per cancro

Dottor Vito Totire, presidente dell’”Associazione Esposti Amianto e rischi per la salute”. E’ dell’altro giorno la notizia di otto dirigenti della Montedison di Crotone incriminati per il decesso, causato da mesotelioma pleurico, di cinque lavoratori e delle mogli di altri due operai che si sono ammalate per avere lavato gli indumenti di lavoro dei mariti. La Procura ha accertato una massiccia presenza della fibretta di amianto nel reparto “forno fosforo” dello stabilimento. L’accusa nei confronti dei dirigenti è di «omicidio colposo plurimo con l’aggravante della colpa cosciente», dal momento che la cancerogenità di questa polvere è scientificamente confermata sin dai primi anni Sessanta. Secondo lei i lavoratori della Montedison di Crotone e le loro famiglie riusciranno ad avere giustizia?

Lo spero. Per ora posso dire che noi, come Associazione, faremo i nostri passi per costituirci come parte civile al processo che si dovrebbe tenere. Il problema è che al magistrato arrivano frequentemente segnalazioni di casi che, purtroppo, molto spesso rappresentanto solo la punta dell’iceberg. Quindi bisogna con assoluta urgenza ricostruire tutta la coorte dei lavoratori esposti e dei loro familiari, fare una indagine epidemiologica completa e solo a quel punto potremmo sapere se i casi di decesso addebitabili all’amianto sono sette, perché potrebbero essere molti di più.

Anche la Procura crotonese è convinta che ci sia dell’altro, tanto da avere chiesto l’aiuto delle famiglie affinchè segnalino eventuali morti da mesotelioma passate sotto silenzio.

Va bene fare appello alle famiglie, però bisogna anche fare appello a chi su questo tema ha degli obblighi di legge. Mi riferisco ai medici e alle strutture di sanità pubblica. Per esempio uno dei metodi usati per scoprire l’incidenza delle malattie in un determinato contesto è quello di controllare le dimissioni ospedaliere, un canale di indagine attraverso cui molto spesso si arriva a identificare casi di patologie asbestocorrelabili. Bisogna insomma fare un grosso sforzo per effettuare indagini epidemiologiche capillari, che consentano di evitare che molti di questi casi sfuggano.

Nonostante l’amianto sia fuorilegge dal 1992, si stima che ogni anno le morti per tumore provocate dal contatto con questa fibra siano intorno alle 4mila. C’è quindi ancora molto da fare per risolvere il problema, a cominciare dalla bonifica dei siti produttivi dove l’amianto è presente. Dal tuo osservatorio, puoi darci una fotografia della situazione a livello nazionale?

E’ difficile avere un quadro ben delineato, perché i censimenti sono stati condotti in maniera estremamente lacunosa, soprattutto per quanto riguarda il cemento-amianto. Basti dire che si trovano ancora oggi con alta frequenza persino siti con presenza di amianto friabile che non erano stati censiti. Quindi bisogna andarea avanti con il censimento delle situazioni a rischio e bisogna accelerare i tempi degli interventi di bonifica. Una delle piaghe maggiori è quella degli smaltimenti abusivi. Le campagne di molte regioni del Mezzogiorno sono piene zeppe di cemento-amianto. E ciò ha come conseguenza non soltanto l’inquinamento del sito dal momento in cui lo smaltimento abusivo viene fatto. Il problema è che, a fronte di questi smaltimenti, ci sono degli interventi che sono stati fatti senza la minima precauzione dal punto di vista della prevenzione primaria.

Per esempio?

In Puglia, qualche settimana fa, ho fotografato una marea di smaltimenti abusivi di cemento-amianto tirato giù a martellate, senza utilizzo di maschere per le vie respiratorie. Questo vale per il centro-sud ma potrei fare esempi molto significativi anche del nord. Potrà sembrare incredibile, ma c’è un asilo nido di Comacchio, provincia di Ferrara, dove i bambini giocano beatamente sotto la tettoia di cemento-amianto. Tuttora nella civile Emilia-Romagna, che non è la situazione più arretrata a livello nazionale, si continuano a trovare siti di amianto friabile, che è ancora più pericoloso dell’amianto in matrice cementizia, il cosiddetto eternit. Alcuni epidemiologi affermano che la curva dei mesoteliomi potrebbe cominciare a calare dal 2030, io invece temo che, se le cose continuano, così quella curva comincerà a calare un po’ più in là.

Roberto Farneti

31/10/2009

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Nov 02

da www.arcoiris.tv

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Nov 02

31 Storie dall’Italia, terra di…etc, etc, ma anche di mafi/osi, industrial/osi, politici/osi, insomma terra dove il crimine osa

31 Uno dei temi caldi affrontati sui tavoli tecnici delle convenzioni energetiche è quello della cattura della CO2

31 In Honduras c’era un lumbard che prese il potere con le armi da fuoco, in Italia ancora c’è uno con un potere più micidiale

30 Lotta al silenzio. Riprendiamo la testimonianza di un malato di SLA ” io lotto, e questo mi ha aiutato a reagire”

30 Amnesty International: sistema idrico al collasso, mentre gli insediamenti dei coloni hanno forniture illimitate

30 Masscarato di botte e poi lasciato morire. La violenza gratuita, vigliacca, sadica di chi dovrebbe curare, anche in un carcere

29 Uno studio congiunto Wto - Ilo conferma quello che tutte le persone col cervello libero hanno sempre saputo e affermato

29 Storia di una moderna azienda di telefonia per la vendita di servizi che reclama la restituzione degli stipendi

29 I massacri di civili? Che importa, intanto Obama paga i talebani e il governo italiano ci butta altri 225 milioni di euro

28 C’è differenza tra gli atti di violenza della chiesa contro i preti schierati con gli ultimi e le violenze razziste e omofobe?

28 Calci in faccia fino a fratturargli il naso e sulla schiena fino a rompergli una costola

28 Democrazia calpestata, lavoro scomparso, questione morale da avanspettacolo, 150mila sui blog e su facebook: scendere in piazza

27 Anticipazione uno stralcio da un libro-inchiesta in uscita in questi giorni: Amianto, storia di un Killer

27 Lo scambio sessuo-economico, venuto alla ribalta con le vicende berlusconiane, è solo l’aspetto più vistoso di un processo

27 Sicurezza per i lavoratori e i cittadini!. Lo dice un giudice ma non la politica! Ecco la crepa nella civiltà del lavoro

26 Il caro amico, avvocato Luigi Scatturin ci ha lasciati il 22 ottobre 2009, a Milano, Il dolore di Medicna Democratica

26 Il core-business di questo sistema politico mercenario basato sulla vendita del corpo e della mente. Ma anche delle alleanze

26 Rifiuti tossici e tumori: in Calabria e tutto il sud usato come discarica di veleni. Commento di una lettrice

25 Tra un mese anche in Italia la RU486, un grande passo di civiltà sotto attacco dell’oscurantismo raligioso e politico

25 Persone non comuni, al servizio della solidarietà con gli ultimi. Alessandro racconta la sua esperienza di infermiere

25 La Calabria e tutto il sud si ribella al destino di discarica di scorie tossiche e radioattive degli industriali del nord

24 Il Sud si ribella contro mafie e veleni. Oggi la protesta della Calabria

24 Nei luoghi di lavoro e di studio cresce la ribellione contro la destra e complici vari nei media e nel PD

23 Presidio di solidarietà con Dante De Angelis, il ferroviere che dununciò i rischi sul lavoro e i pericoli per i cittadini

23 Fatti quotidiani in questa tragica Italia. Storie reali nel Paese dei salotti chic

23 Come prima, più di prima, come sempre. Nulla da meravigliarsi, è il sistema! Questo, peggiore di quello della prima Repubblica

22 Certificato e documentato dal rapporto annuale di “Reporters sans frontierès” quanto gli italiani liberi sanno bene

22 Gravissimo incidente sul lavoro, ad un passo dall’apocalisse a Casalbordino 

22 laNel 98 per la lega Berlusconi era mafioso, poi scelse gli affari berlusconiani e il potere, tanto odiato a parole….

21 TAV: fermarli è possibile, ci siamo riusciti nel 2005, ci riusciremo anche oggi e domani

21 Siamo di fronte ad una svolta autoritaria che si serve anche della psicologia e della psichiatria?

21 Questi “signori” prendono anche in giro milioni di precari dopo averne distrutto dignità e futuro, complice il PD

20 Appello da alcuni abitanti delle tendopoli a L’Aquila

20 Le stragi fasciste e mafiose e le zone buie di questo stato. Riceviamo dall’Associazione 2 agosto 1980

20 Mentre Tremonti butta fumo negli occhi sul posto fisso, il governo vuole tagliare le già misere pensioni agli anziani

19 Il caso di Yussef Nada, italiano. La denuncia di Vittorio Agnoletto

19 Immigrati ricattati ed emarginati alle politiche governative che incentivano schiavismo. Ecco i 200mila a Roma

19 Tra i tragici sogni del governo e gli incubi della Valsusa e della Sicilia c’è la realtà delle lotte delle popolazioni

18 La ridicola denuncia populista sullo sfascio nella sanità dimostra anche in Piemonte l’incompetenza della destra a governare

18 Lettera col timbro di questi anni bui. Guardo i figli e mi vergogno per quello che ora non vedono, ma domani capiranno.

18 A Roma duecentomila persone in piazza a gridare no alla deriva razzista. Questo è il popolo della libertà!

17 Dalla Puglia proposte estendibili a tutte le Regioni. Appello che Lavoro e Salute invita a sottoscrivere e diffondere

17 Ultimatum agli sfollati: chi rifiuta la destinazione verrà abbandonato come già successo a Piazza D’Armi

17 A Roma da tutta Italia, “fratelli d’Italia” manifestazione contro il razzismo

16 I dati globali del rapporto del Guttmacher institute smentiscono ancora una volta le stupidaggini dei cattolici talebani

16 “Meat, the truth”, in un film l’impatto inquinante degli allevamenti bovini occidentali

16 Le violenze che le donne subiscono all’interno dei CIE Centri di identificazione ed espulsione

SOMMARIO 1/15 OTTOBRE

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Nov 02

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Nov 02

La tecnologia per la cattura della CO2 favola o realtà?

Come molti sapranno la CO2, anidride carbonica, dispersa in atmosfera non è un gas tossico-nocivo ma è un gas clima alterante ed è il principale responsabile del cosiddetto effetto serra. La centrale Enel Federico II di Cerano bruciando 8 milioni di tonnellate di carbone all’anno è uno dei principali produttori di CO2 in Europa, produce infatti circa 15 milioni di tonnellate annue di CO2. I protocolli di Kyoto vincolano i paesi che l’hanno firmato alla riduzione della CO2 emessa in atmosfera e quindi anche l’Italia per non incorrere in pesanti sanzioni economiche deve adoperarsi per la riduzione della CO2.

Il primo e più semplice metodo per abbattere le emissioni di CO2 è ovviamente basato sulla riduzione del consumo del carbone, cosa che ridurrebbe anche le quantità di energia elettrica prodotta e quindi i profitti delle aziende elettriche.

Le aziende elettriche negli ultimi anni propongono un’altra via per ridurre le emissioni di CO2 basata su tecnologie per la cattura della CO2.

Ma in cosa consiste questa tecnologia? In breve essa viene denominata CCS ovvero cattura di carbonio e stoccaggio. Scopriamo quindi che la CO2 catturata in vari modi deve quindi essere stoccata in depositi. Attualmente si prevede di depositarla nel sottosuolo all’interno di giacimenti petroliferi o di gas ormai esauriti.

L’uso di queste tecnologie aprono in realtà tutta una serie di problemi su cui le aziende elettriche non forniscono spiegazioni chiare e convincenti:

1) Qualora anche a Brindisi si volesse realizzare un impianto per la cattura della CO2 con l’attuale tecnologia quanta CO2 si potrebbe sequestrare? Dal sito web dell’Enel otteniamo una prima risposta: “Intesa tra Enel e Institut francais du petrole per la realizzazione di un sistema di cattura post-combustione dell’anidride carbonica attraverso solventi chimici.

Enel realizzerà nella centrale “Federico II” un impianto pilota da 2,25 tonnellate l’ora di CO2, che entrerà in funzione a inizio 2010”.

Quindi uso di solventi chimici? Quali e con quale impatto ambientale ? Inoltre si cattura CO2 pari a 20.000 tonnellate all’anno ben poca cosa rispetto ai 15.000.000 di tonnellate emesse.

Il comunicato del giugno del 2009 si chiude con “Si tratta di verificare se questi esperimenti avranno il successo sperato e in tempi giudicati accettabili rispetto alle emergenze ambientali del pianeta.” Quindi abbiamo a che fare con sperimentazioni o con tecnologie mature?

2) Ma anche ammesso e non concesso che si riesca a catturare 2 milioni all’anno di tonnellate di CO2 dove la si mette tutta questa CO2? Basti pensare che in dieci anni occorrerà stoccare circa 20mln di tonnellate di CO2. Nelle vicinanze di Brindisi ovviamente non esistono giacimenti petroliferi esauriti.

Quindi dove? Anche in questo caso apprendiamo da un comunicato pubblicato sul sito web Enel “ENEL E ENI FIRMANO ACCORDO STRATEGICO PER LA CATTURA DELLA C02” poi prosegue “Enel costruirà un impianto di cattura e liquefazione della CO2 a Brindisi, mentre Eni inietterà la CO2 all’interno del giacimento esaurito di Stogit di Cortemaggiore (Piacenza).” Bene quindi la CO2 catturata a Brindisi finirà a Piacenza. Ma come vi arriverà? L’unico modo per poter spostare tali quantità di CO2, dopo averla pressurizzata è realizzare un gasdotto. Ma esiste un progetto per la costruzione del gasdotto? Ha tale progetto di un gasdotto che attraverserebbe tutta l’Italia ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale e i relativi permessi? Di questo non vi è traccia.

Inoltre trasportare milioni di tonnellate di CO2 da Brindisi a Piacenza costerà tantissimo. Un costo pesante anche per le multinazionali dell’energia.

3) Il Processo di cattura della CO2 inoltre è un processo dispendioso in termini energetici. Occorre quindi spendere parte dell’energia prodotta dalla combustione del carbone per catturare la CO2 emessa dalla combustione del carbone stesso.

In definitiva la centrale perde efficienza, di quanto? Gli studi più attendibili prevedono almeno un 10 % di perdita di efficienza. Ma qui avviene la cosa più paradossale: occorrerà aumentare l’uso del carbone per avere la stessa quantità di energia elettrica prodotta poiché parte dell’energia prodotta servirà per catturare la CO2 emessa dalla combustione del carbone.

Da queste prime e semplici considerazioni sorgono dei dubbi sulla effettiva possibilità di avere dei sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 per grandi impianti. Tant’è che un recente rapporto di Greenpeace sulle tecnologie CCS è stato così intitolato: “ Il confinamento della CO2: un’illusione”

Ing. Riccardo Rossi, ricercatore

Medicina Democratica e Salute Pubblica

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Ott 31

“IL DOLORE MI HA SALVATO DA DIO”

Paolo Di Modica ha 44 anni, e nel giugno 2007 gli è stata diagnosticata la Sla. Siamo andati a trovarlo per farci raccontare la sua storia. Pensavamo che ci saremmo trovati di fronte una persona malata, piegata dalla sua patologia. Invece Paolo è una persona forte più che mai, che combatte, lotta. È fermo e duro sulle sue posizioni e non le manda certo a dire a nessuno: ai politici, alla Chiesa, alle persone ipocrite.

La sua forza è la sua speranza, insieme alla moglie Maria, che gli è accanto e lo sostiene in ogni sua decisione. Scherziamo, parliamo, raccontano la loro storia d’amore. Mostrano la casa, le foto, le locandine dei concerti di Paolo. Lui, prima di tutto, era un flautista professionista. Chiama la sua malattia Sla in sol diesis minore; minore perché, anche se la malattia è grave, lui non gli dà importanza.

Paolo, com’è iniziato il percorso della sua malattia?

“Stavo preparando un concerto per il gennaio 2007, quando mi sono accorto che qualcosa non andava. Ho cominciato con un minimo disturbo al mignolo sinistro, che è il dito che usa la chiave del sol diesis. I passaggi velocissimi che dovevo fare venivano sporchi, imprecisi. Pensavo a una tendinite o a qualcosa del genere. A maggio decisi di fare degli accertamenti e lì la condanna: Sla. Ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli, la diagnosi mi è stata riferita da un medico che ho incontrato nel corridoio mentre stavo tornando a casa, come una notizia qualunque: «Ha la malattia del motoneurone. Non si affatichi». Nessuno aggiunse altro. Io pensai, faccio il musicista, mica lo scaricatore di porto, sarà una sciocchezza. Ma nonostante il modo fugace e senza attenzione in cui mi fu data la notizia, tornai a casa curioso di sapere in cosa consistesse la mia patologia. Non ne sapevo nulla. Sono andato su internet a cercare cosa fosse. Ho scoperto la Sla. Sono rimasto agghiacciato. In quel momento ho sudato freddo, mi si è annebbiata la vista, il mio cervello si è rifiutato di capire ciò che leggevo. La mia reazione è stata di paura. Per oltre un anno sono rimasto rinchiuso in casa, non volevo parlare né vedere nessuno. Evitavo di guardare gli altri, la malattia, il mio futuro, il mondo.”

Come è cambiata da quel momento la sua vita quotidiana?

“Ora non sono più un musicista, anche se nell’animo lo resterò a vita. Ho abbandonato la musica. Ho fatto un ultimo concerto, il “concerto del motoneurone”, il 27 agosto 2007. Ho pensato: sarà l’ultimo della mia vita, ed è stato così. Come brano finale, ho suonato La vita è bella, dalla colonna sonora del film di Benigni. Ed è così, in realtà la vita è bella, nonostante tutto. Io mi ero rassegnato troppo presto alla malattia. La diagnosi aveva distrutto me e mia moglie, totalmente. Ho smesso di suonare subito, appena ho saputo. Avrei potuto continuare, perché il primo anno fisicamente sono stato bene, solo che la testa non c’era più. Non mi divertivo più. La musica, oltre che un lavoro, per me era una passione. Quindi ho mollato. Se tornassi indietro non mollerei. Tutto questo grazie ai medici cattolici e al modo in cui mi hanno comunicato la mia condanna. Alla faccia della carità cristiana. Ha detto che se tornasse indietro non mollerebbe.”

Ha detto che se tornasse indietro non mollerebbe. Ha trovato la forza per reagire?

“La forza di reagire mi è venuta solo a dicembre dello scorso anno, dopo circa un anno e mezzo. Una mattina ero all’Istituto superiore di sanità e ho incontrato una giornalista del Tg3 che voleva intervistare un malato di Sla, non famoso, non calciatore. Accettare un’intervista è come dirlo al mondo. E preferivo che la gente sentisse cosa avessi dalla mia voce, senza che si potessero fare dei pettegolezzi. Da lì si è aperta la mia realtà nella malattia. Fino al giorno di decidere di rilasciare l’intervista, pensavo solo alla parola Sla, in maniera ossessiva. Nel momento in cui ho deciso di parlare con la giornalista, mi sono messo a letto pensando a cosa dire alle telecamere, agli altri, alle persone che sentivano parlare della malattia. In quei mesi ho cominciato a peggiorare fisicamente, ma sono rinato a livello psicologico, ho avuto un atteggiamento diverso rispetto a tutto, più reattivo. Conoscevo la storia di Luca Coscioni, avevo sentito parlare di Piergiorgio Welby, avevo visto Borgonovo andare in tv tutto intubato. Ho cominciato a pensare al dovere di portare avanti la nostra battaglia, la mia battaglia. Io non sono nessuno rispetto a loro, mi sono detto, ma è giusto farne parte. Così mi sono buttato nella mischia. Dopo l’intervista ho anche aperto un blog mio. Ho scoperto questa mia nuova attività, ho ritrovato la mia ironia. Il pregio del mio progressivo immobilismo è di aver risvegliato, ancora di più, la mia coscienza.”

Che progetti ha per il futuro?

“A un certo punto mi sono come svegliato da un lungo sonno, e ho capito di dover lottare, anche nella speranza che si trovi una cura. E quindi eccomi qua. Sono grato alla malattia, ha portato fuori il mio lato migliore, un modo nuovo di affrontare, di combattere le ingiustizie. A partire dal mio essere disabile. Pochi sanno quali sono i disagi che una disabilità comporta e la scarsa attenzione che c’è in questo Paese. I nostri politici sono troppo occupati a fare questo testamento biologico, per fare piacere a sua santità e ai suoi amichetti. Pensano che la vita è di Dio. La mia vita è mia e basta. L’unica cosa che sanno dirti è, “prega”. In questo Paese la sofferenza per alcune categorie è una fortuna. Perché c’è interesse nel lucrare sul dolore altrui. Prendiamo l’esempio di papa Wojtyla: col morbo di Parkinson ha giustamente deciso di smettere di soffrire, mentre gli altri non possono farlo. Ma lui era un cittadino vaticano, non italiano. I “signori vaticani” si intromettono un po`troppo nei nostri affari. Sfruttare la sofferenza altrui è indecente. Pensa ai santuari. Mi fanno rabbia, lucrano sulla sofferenza. Penso sempre, ma perché non portano i malati a vedere un tramonto, e non a vivere nell’illusione di un miracolo? Certo, ognuno vive la propria sofferenza come vuole. Non possono dirmi di pregare. No, io lotto, è diverso. Io non credo più, e questo mi ha aiutato a reagire. La mia vita è solo mia ed è solo nelle mia mani. O lotto io, o nessuno lo farà per me. Non so quello che succederà, se la malattia avrà la meglio, o meno. Ma almeno io ci avrò provato, avrò lottato fino in fondo.”

di Simona Nazzaro

(dal settimanale Left, venerdì 9 ottobre)

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Ott 31

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Ott 31

Gaza assetata dagli israeliani:un milione di palestinesi senz’acqua

Nuove accuse a Israele per il suo atteggiamento nei confronti dei palestinesi. Il responsabile della UN Relief Works Agency (UNRWA) a Gaza definisce una “urgente priorità” la fine del blocco di Gaza, perché rende impossibile la ripresa economica della Striscia, mentre Amnesty International afferma che lo Stato ebraico non dà sufficiente acqua ai palestinesi, sia nella Striscia che in Cisgiordania.

John Ging, responsabile dell’agenzia dell’Onu per gli aiuti a Gaza, ha affermato ieri che l’avvicinarsi dell’inverno rende urgente la possibilità di approvvigionamenti per le costruzioni, come cemento e vetro, impediti dal blocco israeliano. In particolare non si riesce a ricostruire case, scuole e altri edifici danneggiati dall’attacco israeliano dell’anno scorso.

Il blocco dei materiali da costruzione, inoltre, impedisce la possibilità di ripresa economica, visto che ci sono migliaia di persone senza lavoro. L’UNRWA, ha rivelato Ging, sta creando 3.100 posti temporanei di lavoro per alleviare la disoccupazione. Se Israele riaprisse i varchi, nascerebbero 120mila posti di lavoro stabili.

Ancora più drammatica la denuncia di Amnesty International che accusa Tel Aviv di aver tagliato l’acqua ai palestinesi nei territori occupati. Secondo un dettagliato rapporto di Amnesty il sistema di depurazione nella Striscia di Gaza è «a un punto di crisi». Nella relazione di 112 pagine, l’organizzazione ha calcolato che il consumo medio giornaliero d’acqua dei palestinesi è di circa 70 litri al giorno, contro i 200 degli israeliani. E in alcuni casi, ha denunciato Amnesty, non si arriva ai 20 litri giornalieri, la minima quantità prevista in caso di emergenza umanitaria. Contemporaneamente alcuni coloni israeliani godono di piscine e giardini lussureggianti nelle proprie abitazioni. Lo Stato ebraico ha smentito la notizia, controbattendo che i palestinesi in realtà hanno più acqua di quanto sia stato stabilito nell’accordo di pace del 1990.

Amnesty ha individuato una serie di misure definite discriminatorie. Israele si è appropriato della gran parte delle riserve del fiume Giordano e usa l’80% di una falda acquifera condivisa; ai palestinesi che vivono in Cisgiordania non è concesso di perforare pozzi senza il permesso israeliano, difficilissimo da ottenere; l’esercito israeliano spesso «distrugge» le cisterne adibite alla raccolta dell’acqua piovana; l’organizzazione ha raccolto la testimonianza di un soldato israeliano secondo la quale i serbatoi d’acqua sui tetti di alcune case di palestinesi sono utilizzati dall’esercito per esercitarsi al tiro al bersaglio; le operazioni militari dell’esercito israeliano hanno danneggiato le infratrutture idriche palestinesi, anche nell’offensiva “Piombo fuso” nella Striscia dello scorso inverno; la chiusura dei valichi con l’Egitto ha esasperato una situazione già allarmante, pregiudicando di fatto l’accesso ad una serie di materiali necessari per la depurazione e la realizzazione dei progetti.

La relazione ha evidenziato inoltre la cattiva gestione delle autorità palestinesi del settore, che secondo Amnesty è nel «caos totale». «L’acqua è una necessità fondamentale e un diritto, ma per molti palestinesi è diventata un lusso che possono a malapena permettersi», conclude la relazione.

Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell’acqua dell’unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico.

Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua spesso di dubbia qualità e a un prezzo maggiore. Con una popolazione che al 70 per cento vive con meno di un dollaro al giorno - soglia ufficiale di povertà - una gran parte delle risorse viene utilizzata per acquistare acqua potabile dagli impianti privati di desalinizzazione.Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.

E così dopo aver respinto al mittente il rapporto Goldstone sulla violazione dei diritti umani nel corso dell’operazione “Piombo fuso” ieri Israele ha sdegnosamente respinto anche il rapporto di Amnesty. Mark Regev, portavoce del Primo ministro israeliano ha dichiaranto che «Israele fornisce ai palestinesi 20,8 milioni di metri cubi d’acqua, al di sopra e al di là di quanto è obbligato a fare in base all’accordo sull’acqua». E secondo l’esercito israeliano «si tratta di un rapporto unilaterale, pieno di denigrazioni infondate, redatto senza che ad Israele sia stata fornita la possibilità di misurarsi con le accuse».

L’ennesima dennuncia delle condizioni in cui sono costretti a vivere un milione e cinquecentomila persone stipate nelle 140 miglia quadrate della striscia di Gaza non sembra però scuotere l’opinione pubblica occidentale. E poi non chiediamoci perchè le barche delle disperazione arrivano cariche sulle nostre coste.

 

Simonetta Cossu

Liberazione

28/10/2009

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Ott 31

Il libero mercato ha fallito nel creare benessere

 

Secondo uno studio congiunto tra Wto (World Trade Organisation) e Ilo (International Labour Organisation), il libero commercio ha fallito nel creare migliori condizioni di lavoro nei paesi in via di sviluppo. Al contrario avrebbe arricchito l’economia informale di nuovi posti di lavoro, con tutta l’insicurezza che li caratterizza: “ad una forte crescita nell’economia mondiale, non è per nulla seguito un corrispondente incremento nelle condizioni di lavoro e degli standard di vita per molti”. Secondo il rapporto della Wto e dell’Ilo, il lavoro informale nelle economie in via di sviluppo comprenderebbe tra il 30 ed il 90% della forza lavoro complessiva. “Il commercio ha contribuito alla crescita ed allo sviluppo ovunque” ha dichiarato Pascal Lamy, direttore della Wto, “ma questo non si è automaticamente tradotto in un miglioramento della qualità del lavoro”. Secondo Lamy “L’apertura dei mercati necessita di proprie politiche per creare buoni posti di lavoro. Questo è ancor più evidente con l’attuale crisi che ha ridotto il commercio ed cacciato molti nel lavoro informale”. Secondo il rapporto, la crescita dell’economia informale ha avuto inoltre l’effetto di impedire ai Paesi di diversificare le proprie economie e le proprie esportazioni, contribuendo alla depressione globale: “un incremento nell’incidenza del lavoro informale di 10 punti percentuali è equivalente alla riduzione nella diversificazione dell’export di un corrispondente 10%”. Oltretutto un’economia informale diffusa rende il Paese più vulnerabile a shock economici esterni. “Inoltre” continua il rapporto, “diverse stime suggeriscono che i Paesi con una dimensione dell’economia informale sopra la media sono tre volte più a rischio nel subire gli effetti avversi della crisi rispetto a quelli con tassi di informalità più bassi”.La domanda che sorge spontanea è… ma noi non l’avevamo detto? Motivo in più per attivarsi il 28 novembre prossimo, alla vigilia dell’apertura della Ministeriale Wto a Ginevra. Forse, oggi più che mai, è bene ricordare loro che non devono svendere il nostro futuro. Attivati anche tu e tieniti aggiornato su www.faircoop.net/faircoop

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Ott 31

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 31

Call center Phonemedia-Omega, 5mila persone senza paga da mesi

 

Q uella dei 5200 lavoratori del Gruppo Phonemedia è una storia di precarietà che va oltre il contratto precario. Oltre cinquemila dipendenti a tempo indeterminato di una delle più moderne società di telefonia per la vendita e la gestione di servizi a livello nazionale sparsi tra in tutta Italia sono da mesi senza stipendi. Ma ora i ragazzi, vista la bassissima età media dei lavoratori dei call center Phonemedia, hanno detto basta.

Così, da diversi giorni, lo stato di agitazione si è trasformato in scioperi e proteste in quasi tutti i centri. Ieri è stato il turno delle sedi di Monza e Catanzaro dove oltre mille lavoratori hanno manifestato contro la Omega Spa, società che ha recentemente rilevato il pacchetto di maggioranza dell’azienda. Contemporaneamente «avrebbe dovuto tenersi, presso l’Unità di crisi del Ministero dello Sviluppo Economico» spiegano i rappresentanti sindacali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil «l’incontro tra le segreterie nazionali dei sindacati, le RSU del Gruppo Phonemedia e i rappresentanti Omega Spa che però, all’ultimo momento, hanno ritenuto di non presentarsi, confermando così quella che è ormai una certezza: ovvero che si è in presenza di una proprietà totalmente inesistente». Tutto questo, come ci racconta Claudio da Catanzaro, «mentre la situazione nelle sedi, dove abbiamo ricevuto solo parte degli stipendi di agosto, sta degenerando con il rischio di trasformarsi in un problema di ordine pubblico e sociale, prima ancora che sindacale». Se a questo aggiungiamo che il Gruppo sta continuando a utilizzare finanziamenti pubblici per svariati milioni di euro, «con la scusa di creare “buona occupazione”», è ancor più evidente la gravità della situazione. Così, dopo gli ennesimi incontri programmati e regolarmente saltati per assenza della proprietà, i 5200 lavoratori hanno deciso di alzare il livello di protesta. Se ieri in tutte le sedi è stata giornata di assemblee permanenti, da oggi inizieranno gli scioperi. Le prime città a mobilitarsi, con uno sciopero per l’intero turno, saranno Vibo Valentia, Bologna e Biella. Domani stessa protesta è in programma a Pistoia, Novara e Catanzaro mentre venerdì sciopereranno i lavoratori di Monza, Ivrea e Trapani. Il 2 novembre, invece, è stato indetto lo sciopero generale di tutti i dipendenti Phonemedia.

Ieri, intanto, si è avuta un’anticipazione di quello che sarà con il blocco delle attività nei centri di Catanzaro e Monza al quale, nella tarda mattinata, è stato dato risalto con un corteo per le vie delle città. Per il traffico è stato il caos «ma questo era l’unico modo» racconta Claudio «per far capire alla proprietà e alle istituzioni che non si può giocare con la vita di quasi seimila persone».

Ma il “caso Phonemedia”, che da oggi sarà di dominio pubblico, non è certo scoppiato ora. Fin dal 2002, infatti, la gestione del gruppo nato a Novara ad opera di Fabrizio Cazzago non è mai stata particolarmente felice. Gli stipendi mai regolari, turni di lavoro massacranti, di ferie neanche a parlarne. Ma è alla fine del 2008, in piena crisi economica, che la situazione diventa insostenibile: la società continua a ricevere commesse, ad assumere personale e ad aprire nuove sedi. E’ qui che le fondamenta dell’azienda iniziano a scricchiolare pericolosamente, nonostante il lavoro degli “schiavi del 2000″, «vessati, ricattati, vittime di mobbing». Ma i clienti non pagano. Almeno questo racconta la società per motivare i ritardi negli stipendi. Le commesse sono basse e insufficienti, dice la proprietà, «e spesso accusano noi dipendenti di questo». Così, nel dicembre 2008, Phonemedia inizia a pagare gli stipendi in due tranche: una il 10, l’altra il 24 di ogni mese. Le tredicesime arrivano con mesi di ritardo. «Ma questo solo per i primi mesi». Da marzo del 2009, infatti, gli stipendi iniziano ad arrivare in date casuali, con ritardi anche di 10 giorni. Il che, per chi ha un mutuo o un affitto da pagare è un problema non da poco.

Neanche il passaggio di proprietà, con la cessione di Phonemedia al Gruppo Omega che ha nelle aziende in difficoltà da rastrellare sul mercato della crisi il suo boccone preferito, cambia la situazione.

«I vertici societari si intravedono nella sede novarese solo ai primi di settembre» raccontano i lavoratori in un documento inviato ai ministri Sacconi (Lavoro) e Scajola (Sviluppo) «e immediatamente decidono di sospendere i pagamenti degli stipendi». Ma la ciliegina della torta arriva a metà settembre: alcuni lavoratori si vedono accreditare le due tranche di agosto. Miracolo! Gridano i lavoratori. Errore! Ribattono dalla Omega: l’azienda reclama la restituzione della seconda tranche. «Scoppia il panico» raccontano i lavoratori. «La gente corre in banca per cercare di togliere i soldi dal conto per paura che scompaiano, gli sventurati che hanno conti bancari negli istituti dello stesso circuito della Omega si vedono stornato metà stipendio». E’ la goccia che fa traboccare il vaso. «Ora basta». E’ lo stato di agitazione. Che, da oggi, è diventato sciopero.

 

Daniele Nalbone

Liberazione 

28/10/2009

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Ott 29

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 29

Ostia, massacrato di botte: «Sei frocio e comunista»

 

Frocio! Comunista! E giù botte. Calci in faccia fino a fratturargli il naso e sulla schiena fino a rompergli una costola. Vittima dell’aggressione, all’alba di sabato scorso, è stato un trentenne di Ostia. Erano le 4 del mattino quando il ragazzo, giornalista freelance per la rivista musicale “Rumore”, scende dal bus in via dei Romagnoli e attraversa il cavalcavia pedonale. Arrivato all’altezza della stazione Lido Nord viene immediatamente notato da tre giovani ragazzi. Evidentemente l’abbigliamento del giornalista, jeans attillati e giacchetta british, ha “colpito” il gruppetto che non ha perso tempo per etichettarlo come “frocio”. In pochi secondi scendono dal muretto dove erano seduti, salutano “romanamente” il «frocio e comunista» e iniziano a massacrarlo di botte. E’ l’ennesima aggressione omofoba, stavolta addirittura contro un eterosessuale colpevole di vestire “da gay”, che insanguina la Roma di Alemanno.

Quanto accaduto sabato mattina «è orrendo» commenta Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma. «Un assurdo episodio di intolleranza “causato” da un abbigliamento della vittima che ha fatto pensare ai suoi aggressori che fosse gay». E questo è bastato a scatenare il gruppetto di fascisti. «Dobbiamo tutti domandarci come è stato possibile arrivare a questo punto» continua Marrazzo, per il quale «contro questo clima di intolleranza occorrono risposte forti e immediate». Perché «Roma non ne può più». In questa frase è racchiusa tutta la rabbia e l’esasperazione di una città «che ha cambiato colore politico in nome di una presunta sicurezza» commenta Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay «e che ora si ritrova a sprofondare in un baratro indegno per quella che una volta era una Città Aperta». Oggi la Capitale è in mano a gruppi di neofascisti che si sentono legittimati, “impunibili”. «Dal cambio di Giunta sembra essersi intensificata una precisa attività criminale volta a dimostrare una rinnovata capacità di destabilizzazione, sociale e politica». Quello dell’omofobia sembra, oggi, essere diventato il terreno di scontro di una parte della destra che non accetta che quello che considerava il “suo” sindaco partecipi a fiaccolate in favore dei “froci”.

Al tempo stesso, a qualche parte dell’estrema destra sembra non andar giù la “legittimazione” politica ottenuta, stringendo mani, chiedendo e ottenendo soldi e patrocini, di alcune associazioni, vedi Casa Pound e Gens Romana dei camerati Iannone e Castellino, che ora si dicono non solo «dalla parte di Alemanno e Fini» ma che vedono nell’attuale sindaco di Roma «un punto di riferimento» e per il quale immaginano «un futuro da leader del centro-destra». Frasi e uscite come queste di certo non possono far piacere a chi, come Maurizio Boccacci, leader di Militia, ritiene che Roma sia passata, come recitano due striscioni apparsi a fine agosto su via Nomentana, «da città imperiale a città di froci e sionisti», eleggendo «Alemanno presidente onorario del frocio village». E’ proprio sulla «volontà che si sente nell’aria di alzare lo scontro, di alimentare un certo clima di tensione utilizzando le aggressioni nei confronti di gay, veri o presunti, come occasione di visibilità e di prova muscolare di presenza sociale» che si incentra la dura analisi dell’accaduto di Imma Battaglia, presidente di Gay Project. Tutto questo in uno scenario nazionale sempre più preoccupante dopo la dimostrazione, da parte del Governo italiano, di non voler affrontare con serietà l’ondata omotransfobica «della quale» afferma Mancuso «la classe politica, al di là delle solite e consuete parole di vicinanza, porta sulle spalle l’intera responsabilità». «Per non parlare della situazione a livello regionale» sottolinea Imma Battaglia «dopo la triste pagina che si sta scrivendo nel Lazio con il caso di Piero Marrazzo che sta producendo, ancora una volta, l’immagine distorta della realtà omosessuale e transessuale che rischia di creare danni irreparabili verso chi è più debole che rischia, sempre di più, di apparire come perverso». Intanto, dalla destra capitolina, insieme ai messaggi di solidarietà di circostanza al ragazzo aggredito, viene sciorinato un elenco di quanto fatto, in questi mesi di “emergenza omofobia”, dal Sindaco Alemanno: dal sostegno al Gay Village alla fiaccolata contro l’intolleranza. Peccato, però, che a tutto questo il primo cittadino romano abbia dato seguito dichiarando, dopo l’affossamento in parlamento del progetto di legge presentato da Paola Concia sull’omofobia, che «anche io avrei votato no». E per verificare i risultati dell’impegno di Alemanno e della sua Giunta, è sufficiente considerare che se ad agosto per essere accoltellati serviva che un uomo baciasse un altro uomo all’uscita da una festa dell’Estate Romana, a settembre, per essere oggetto di lancio di bombe carta, bastava essere seduti a un bar nella Gay Street. Ma ora, a fine ottobre, per essere massacrati di botte da un gruppo di fascisti non serve più essere gay ma basta essere vestiti da “frocio”.

 

Daniele Nalbone

Liberazione 27/10/2009

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Ott 29

Disprezzo ecclesiale

Il provvedimento con il quale don Alessandro Santoro è stato sollevato, per decisione del vescovo di Firenze, dalla «cura pastorale» della Comunità delle Piagge, dopo che Alessandro aveva «celebrato» il matrimonio di una donna nata uomo, è un atto di disprezzo: nei confronti, ad esempio, di chi cerca di mettere in discussioni culture patriarcali e maschiliste o di chi pensa al Vangelo come un grimaldello con il quale promuovere, in modo molto laico, spazi di «cittadinanza attiva» come il centro sociale Il Pozzo.

Anche il modo, attraverso un comunicato stampa, con il quale l’arcivescovo Giuseppe Betori ha fatto sapere alla comunità delle Piagge la sua decisione ha il sapore dell’arroganza.

È stata colpita insomma l’idea di democrazia con cui quelli delle Piagge sono diventati negli anni una comunità, ma soprattutto un originale laboratorio di altra politica nella città [non è un caso che l’incontro promosso da Carta e altri, «Democrazia chilometro zero» sia stato ospitato alle Piagge il 10 e 11 ottobre],

La scelta radicale di Alessandro di stare accanto ai senza potere [migranti, rom, giovani e anziani di periferie dimenticate, detenuti] non ha ammesso eccezioni, ma non poteva essere accolta da tutti.

Il suo modo di essere promotore di una comunità di cittadini che si autorganizzano e di essere prete rappresenta un pensiero critico che merita di essere conosciuto e tutelato, persino dai non credenti.

«Di fronte al dio onnipotente e distante dall’uomo – ha detto Alessandro in un’intervista qualche anno fa – io proclamo il mio ateismo». Probabilmente saranno in molti, e non solo nella periferia di Firenze, in questi giorni a rendere noto il proprio ateismo.

Gianluca Carmosino

[27 Ottobre 2009]

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Alessandro Santoro, prete delle Piagge, sollevato dall’incarico

Il vescovo di Firenze ha sollevato Alessandro Santoro, prete della comunità delle Piagge di Firenze, dopo il matrimonio celebrato domenica 26 ottobre di una donna nata uomo.

Alessandro Santoro, prete della comunità di base della Piagge, di Firenze, è stato sollevato dalla «cura pastorale della comunità». Così la chiesa di Firenze, in un comunicato, prende posizione in merito alla celebrazione avvenuta domenica a Firenze dove don Santoro [da molto tempo «collaboratore» di Carta e promotore di iniziative come Democrazia chilometro zero] – ricorda il sito Altracitta.org – ha celebrato le nozze di una donna nata uomo. «Tale simulazione – si legge nella nota – è stata posta in atto da don Alessandro Santoro in contrasto con le disposizioni più volte dategli dai superiori, primo fra tutti il ‘precetto’ che gli fu formalmente intimato dal Cardinale Ennio Antonelli il 15 gennaio 2008, successivamente rinnovato nei colloqui e negli scritti intercorsi con l’Arcivescovo Giuseppe Betori». Un «atto – prosegue – che assume particolare gravità in quanto genera inganno nei riguardi delle due persone coinvolte, che hanno potuto ritenere di aver celebrato un sacramento laddove ciò era impossibile». «Gesti come quello posto da don Alessandro Santoro – si legge ancora – contraddicono il ministero di pastore di una comunità, per la quale il sacerdote deve rappresentare la voce autentica dell’insegnamento dottrinale e della prassi sacramentale della Chiesa cattolica». Dal punto di vista formale, la comunità delle Piagge era stata affidata ad Alessandro Santoro, come cappellania il 14 settembre 2006, ma presso la quale egli ha svolto azione pastorale fin dal 1994. L’Arcivescovo chiede a don Alessandro«di vivere un periodo di riflessione e di preghiera».

Pubblichiamo il racconto diffuso da altracitta.org della giornata di domenica 26 ottobre.

«Ieri alle Piagge si respirava un’atmosfera insolita per un matrimonio. Tutto era come sempre: le sedie messe in circolo, il grande crocefisso di legno, cartelloni, disegni e documenti a testimoniare le tante attività svolte dentro questo luogo di incontro, che è chiesa, scuola, redazione, sala riunioni. C’erano come sempre tanti bambini, seduti accanto al prete, dietro l’altare, più o meno silenziosi ma certo partecipi di un momento importante, forse storico. C’era la gente delle Piagge, raccolta e pensierosa, con l’animo in subbuglio e il fiato sospeso.

Perché ieri due persone consacravano la loro unione, già benedetta da trent’anni di amore e fiducia, ma un’altra unione era lì sull’altare, pronta al sacrificio in nome dell’obbedienza. Non quella al diritto canonico: l’obbedienza al precetto di amore del Vangelo. A questa obbedienza Santoro non può non adempiere, come ha spiegato durante la messa, ed è per fedeltà verso la sua gente che non ha potuto non celebrare questo matrimonio.

L’unione di Sandra e Fortunato, ha detto ancora Santoro, è amata da Dio. A questo proposito ha citato un episodio narrato negli Atti degli Apostoli, quando lo Spirito Santo discende anche sui non circoncisi. Un segno dell’accoglienza di Dio anche per i «non conformi», la stessa accoglienza che è stata alla base di tutta le azioni della Comunità delle Piagge, un modo di agire del resto ovvio, naturale e imprescindibile in un quartiere dove la realtà vera delle persone è fatta di passi falsi, incidenti, peccati ed omissioni. Come tutta la realtà umana.

Alessandro Santoro, prete, si è immerso in questa realtà difficile e spigolosa, l’ha condivisa, ci ha fatto a pugni, l’ha abbracciata, l’ha fatta sua. Certo anche a questo pensava nel lungo momento di preghiera e riflessione che lo ha visto appoggiarsi alla parete sotto la croce, con la testa fra le mani. Intanto il canto parla di cose passate a cui non pensare più, di cose nuove che fioriranno, e la commozione sale. Tanti hanno gli occhi lucidi, qualcuno piange apertamente. Il pensiero corre al dopo. Cosa succederà adesso, come reagirà la Curia? Sospensione, allontanamento? Qualunque cosa sarà, dovremo accettarla: su questo punto Santoro è fermo. Il matrimonio si celebra, gli anelli benedetti vengono scambiati, gli sposi si promettono amore e fedeltà. Tutti ci stringiamo le mani, in un abbraccio collettivo che è un flusso di energia e una promessa per il futuro. Continueremo, ci saremo, resisteremo. Anche se questo sacramento probabilmente sarà annullato, ricorda Santoro agli sposi, non lo sarà per noi, non lo sarà per Dio, che vi ama. Potremmo dire: l’uomo non separi ciò che Dio ha unito. Certi che vale anche per la Comunità delle Piagge».

 

[26 Ottobre 2009]

www.carta.org

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Ott 29

Amore e lavoro: i nessi che non si vogliono vedere

Tra quelli che Freud, nel Disagio della civiltà, indica come i due fondamenti della vita in comune -la “coercizione al lavoro” e la “potenza dell’amore”-, intercorrono da sempre nessi, implicazioni reciproche che non sono state indagate a sufficienza.

Lo stesso si può dire per binomi analoghi, come famiglia-Stato, corpo-polis, individuo-società, con cui è andato confuso il destino dei due sessi.

Le donne sono state storicamente confinate sul versante che è parso più vicino alla loro ‘natura’ di genitrici, custodi della sessualità e degli interessi della famiglia; l’uomo ha riservato a sé la sfera pubblica, senza rinunciare per questo ad estendere il suo dominio sugli interni della case: “come una stirpe –scrive sempre Freud- o uno strato di popolazione che ne abbia assoggettato un altro per sfruttarlo”.

E’ ormai da alcuni secoli che le donne hanno cominciato la loro migrazione verso i territori riservati all’altro sesso, tanto che oggi si può parlare di una ‘femminilizzazione’ dello spazio pubblico.

Tuttavia, tenendo conto che nel rapporto tra i sessi le ‘permanenze’ sono molto più frequenti dei cambiamenti, è lecito chiedersi quanto lo spostamento dei confini tra privato e pubblico abbia modificato il destino femminile, la collocazione materiale e simbolica che l’uomo ha assegnato alla donna.

Mi riferisco in particolare alla definizione del femminile come corpo-materia-sessualità e procreazione, appartenenza e asservimento all’uomo –mogli di, madre di, in mancanza di individualità propria.

E’ su questo impianto originario che occorre portare l’attenzione, se si vuole uscire da alcuni dilemmi che ancora si agitano intorno al lavoro femminile, gli stessi che impediscono di vedere nel ‘lavoro di cura’, e nel ‘lavoro domestico’, cioè nella ‘riproduzione sociale’, un ‘grande aggregato dell’economia generale’, invisibile e quindi sottratto alla negoziazione politica ( Antonella Picchio).

Al di là delle costruzioni immaginarie che la cultura maschile vi ha messo sopra nel corso del tempo, è ipotizzabile che all’origine, a determinare il destino della donna, siano state la capacità biologica di fare figli e la soddisfazione sessuale che l’uomo ha tratto dal suo corpo.

Intorno a queste due ‘potenti attrattive’ si è strutturato il paradosso o la contraddizione che rende tutt’ora così difficile uscire dalla divisione sessuale del lavoro.

La maternità è ciò che rende la donna potente agli occhi dell’uomo figlio, il quale dipende da lei per la nascita, le cure e l’amore, essenziali per la sua sopravvivenza; ma è stata anche, storicamente, la ragione per escludere le donne dalla polis, mantenerle in uno stato di minorità sociale, giuridica e politica.

Di questo capovolgimento parla in modo esplicito J.J.Rousseu nell’Emilio: “il più forte è apparentemente il padrone, ma di fatto dipende dal più debole”, “la prima educazione degli uomini dipende dalle cure che le donne prodigano loro; dalle donne infine dipendono i loro costumi, le loro passioni, i loro gusti, i loro piaceri, la loro stessa felicità. Così tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, farsene amare e onorare, allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce”.

Di quanto le donne abbiano, a loro volta, confuso la forza con la debolezza, l’amore per l’altro con la cancellazione di sé, la dedizione materna con la sessualità, sono testimonianza alcuni frammenti di “lucida intuizione” di Sibilla Aleramo: “impulsi intimi di dedizione, compiacenza nel donarsi e nel far felice l’essere amato anche senza gioia propria.1908”; “senso interiore di disprezzo per se stessi e di considerazione esagerata per gli oppressori, amore e odio insieme”; “ero schiava della mia forza: della mia creatrice immaginazione ormai…il mio potere era questo, far trovare buona la vita. La mia forza era di conservare tale potere, anche se dal mio canto perdessi ogni miraggio. Amore senza perché, senza soggetto quasi”.

Che l’aspetto duplice, ambivalente, della maternità e della seduzione, sia stato così poco analizzato e scalfito a fondo, lo dimostra il fatto che lo si ritrova lungo tutta la storia dell’emancipazionismo del ‘900, fino alla sua ricomparsa in quella che si può definire oggi la ‘femminilizzazione’ della sfera pubblica. Unica eccezione resta il femminismo degli anni ’70, che aveva individuato proprio nel corpo –sessualità e maternità- l’espropriazione di esistenza che le donne hanno subito, e nella riappropriazione di una individualità intera l’uscita dal destino di mogli e di madri.

Le battaglie delle donne del secolo scorso hanno ricalcato quasi sempre il binomio ‘uguaglianza-differenza’: omologazione al modello maschile o valorizzazione delle ‘doti femminili’, le “virtù domestiche” da impegnare, come diceva Maria Montessori, nella vita sociale, per opere di assistenza e prevenzione.

Oggi, pur restando ancora predominante nei servizi alla persona, la presenza femminile ha guadagnato terreno: a richiedere ‘competenze’ femminili, capacità relazionale, flessibilità, è il sistema produttivo stesso, la nuova economia incentrata sul lavoro cognitivo, immateriale.

Alla ‘differenza’ femminile si aprono territori inaspettati, ma ancora una volta può fare la sua comparsa solo come ‘risorsa’, ‘merce preziosa’, ‘valore aggiunto’ e complementare di un ‘intero’ che non cambia volto, mentre potenzia, nella riunificazione dei due rami della specie umana, le sue capacità.

La scena pubblica viene a prendere la figura di un doppio, l’uomo-femmina, da sempre presente nei miti della cultura maschile, come ricomposizione armoniosa di ciò che la storia ha separato e contrapposto secondo un preciso ordine gerarchico.

Il corpo femminile, nella sua duplice valenza –erotica e materna- entra prepotentemente nell’economia e nella politica, dalla televisione al mercato pubblicitario, dai Palazzi del potere alla produzione industriale. Con un’unica differenza: mentre il corpo nudo della donna-immagine, della escort o della ‘velina’, provocano sussulti di indignazione, non accade altrettanto per l’uso, a costo zero, che il potere aziendale fa delle ‘doti materne’ -cura dei rapporti interpersonali, fluidificazione dei contrasti, dispensa di affetti e di attenzione.

Contratti atipici, part-time, assunzioni personalizzate, sembrano oggi venire incontro sia alle necessità del sistema produttivo che al desiderio di molte donne di conciliare maternità e lavoro, il “doppio sì” di cui parla il Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano nel Quaderno di Via Dogana 2008.

La ‘cura’, che le donne prodigano gratuitamente all’interno delle case, svalutata per la contaminazione col corpo e con la dipendenza, con i bisogni essenziali della persona, cambia segno, diventa, nell’analisi della Libreria delle donne di Milano, il valore sulla base del quale rivendicare il part-time come “gesto di libertà femminile”, “autodeterminazione dei tempi di lavoro”.

Il paradosso del femminile, già descritto lucidamente da Virginia Woolf come “insignificanza storica ed esaltazione immaginativa” delle donne, prende nuovi nomi ma non cambia nella sostanza.

Una nuova forma di emancipazione, scoppiettante di promesse, rivincite, privilegi inaspettati, viene a prendere il posto delle “oscure carriere” che la Woolf aveva previsto per le generazioni future di donne impegnate nella vita pubblica.

Allo sforzo di somigliare all’uomo si sostituisce una strada più facile e più rapida, incoraggiata a quanto sembra da entrambi i sessi: valorizzazione delle attrattive che l’uomo ha visto nel corpo femminile e che, cadute alcune barriere di controllo patriarcale e di pudore, possono essere oggi impugnate dalle donne stesse come ‘rivalsa’ e come ‘capitale’ da far fruttare sul mercato del denaro e del successo.

Lo scambio sessuo-economico, venuto alla ribalta con le vicende berlusconiane, è solo l’aspetto più vistoso di un processo che vede il corpo, la sessualità, ma anche la maternità, emanciparsi in quanto tali.

La donna celebra il suo ingresso nella polis come ‘genere’ portatore di ‘valori’ divenuti indispensabili, ma pur sempre ‘aggiuntivi’.

Indigna il corpo ‘prostituito’ delle ‘veline’e delle ‘escort’, mentre passa come felice uscita dalla minorità l’elogio che ogni giorno la stampa più vicina alla Confindustria e le ricercatrici dell’Università Bocconi, fanno del ‘valore D’, del management che si tinge di rosa.

Il bisogno di migliorare i profitti si viene a sposare con quel desiderio di maternità, “inscritto -si legge in “Sottosopra”, ottobre 2009, Immagina che il lavoro- nel corpo e nella mente delle donne”.

L’ondata di critiche e di appelli, che giustamente si sono alzati contro il sessismo di Stato e contro la misoginia diffusa nei media, rischia dunque di far passare in ombra una ‘conciliazione’ senza conflitti tra la forza lavoro femminile e un sistema produttivo che, pur nel declino, non ha perso i tratti del potere patriarcale e capitalistico.

Amore e lavoro, riunificati nello spazio pubblico, possono far calare di nuovo sulle coscienze il “lungo sonno” che ha impedito fino alle soglie della modernità di sottrarre alla ‘natura’ il dominio di un sesso sull’altro.

Riportare alla maternità, come tempo da dedicare a un figlio, piacere di vederlo crescere, la mole di lavoro senza sosta che comporta la quotidiana vita famigliare, fatta di bambini, ma anche di anziani, malati e adulti perfettamente sani ma avvezzi ad avere chi si preoccupa del loro buon vivere, vuol dire, di fatto, lasciare che continui a pesare essenzialmente sulle donne la responsabilità delle condizioni indispensabili per la continuità della vita, confermare la ‘natura’ salvifica delle donne e la loro complementarietà rispetto a un modello dominante maschile a cui si chiede solo di farsi più attento ai desideri dell’altro sesso.

Tornare a nominare, come è stato fatto da alcuni gruppi femministi negli anni ’70, la divisione tra lavoro produttivo e riproduttivo, la quantità di lavoro non pagato e spesso non riconosciuto come tale dalle donne stesse, sembra un anacronismo, nel momento in cui le case si riempiono di collaboratrici domestiche e di ‘badanti’ straniere.

Ma se si prende in mano un volantino di quegli anni, ci si può accorgere facilmente che la monetizzazione, là dove lo consentono le condizioni sociali, di una parte di lavoro domestico, non ha sciolto né l’intreccio di lavoro e di affetti, né la svalutazione che porta ad assegnare la ‘cura’ alla parte svantaggiata della popolazione, né la convenienza per il capitalismo di avere una riserva indefinita e gratuita di servizi confinati nella sfera privata, contro l’evidenza che li vorrebbe al centro dell’etica pubblica e della responsabilità politica.

“Anche se noi lavoriamo fuori casa, le responsabilità della casa e dei figli rimangono sempre nostri. Non si vuole riconoscere questo come un lavoro, ma come una funzione naturale della donna e quindi non ci viene neanche pagato. Tutto questo non ha niente a che vedere con le nostre caratteristiche biologiche, con la nostra capacità di partorire. Tutte le donne sanno che, per quanto doloroso sia il parto, esso è ancora poco in confronto alla fatica sfibrante di tutti i giorni che lo seguono. Non solo quindi partorire in questo modo non è naturale, ma di certo anche accudire i figli (e i loro padri) in questo modo non è naturale…

Il peso del funzionamento della casa è tutto sociale. Le donne non fanno i figli da sole, li crescono da sole.

Proprio perché noi facciamo tutto questo gratis, il capitalismo risparmia tutti i miliardi che altrimenti dovrebbero spendere in servizi sociali. Noi sosteniamo i nidi, le scuole materne, le mense, le lavanderie nei quartieri, suppliamo a tutte le carenze dei servizi, anche di quelli sanitari.

Se si ammala un nostro familiare chi lo assiste siamo ancora noi donne, sia che stiamo a casa, sia che venga ricoverato in ospedale. Anche negli ospedali noi copriamo con il nostro lavoro gratuito di assistenza, giorno e notte, la mancanza di personale sanitario.

Ancora una volta il nostro lavoro, imposto come ricatto affettivo, non viene riconosciuto come tale. Negli ospedali le donne spazzano i pavimenti, lavano i gabinetti, o fanno le infermiere, di sicuro non sono mai primari. Anche negli ospedali le donne vengono ricattate con il loro ‘ruolo femminile’ e costrette a fare i lavori più pesanti”. (Basta tacere, Lotta Femminista, Ferrara, 1973). (Donne, riserva gratuita del capitale -Gli Altri, 24 ottobre 2009).

di Lea Melandri

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Ott 29

C’è una lobby potente che fa affari con l’amianto

Qual è il nome che potremmo dare alla lobby che da vent’anni è proficuamente impegnata a favore dell’amianto? Non sono soltanto industriali, né solo politici di destra o di sinistra. Lo schieramento è ingrossato da personaggi anonimi e potenti, che dall’ombra tessono senza sosta le fila di un disegno ben preciso, capace di bloccare una legge, far naufragare un fondo pensionistico, introdurre senza alcuna logica apparente un emendamento tale da svuotare un provvedimento legislativo di ogni significato. Con il tempo ho capito che l’assenza di logica è solo apparente. In realtà una logica c’è, ci deve essere. Non riesco a credere che tanti comportamenti ostativi siano casuali. Sembra che il disegno preveda che tutto cambi affinché, però, tutto resti uguale. Il “facimmo ammuina”, insomma […].

Volevo restare lontana dalla politica, ma non si può. Perché è qui che viene deciso il destino di migliaia di persone, nel bene e nel male. Ed è qui che bisogna venire per ritrovare il bandolo di una matassa altrimenti impossibile da sciogliere […]. Inizialmente avevo strutturato il mio lavoro con uno schema organizzativo. La legge per la messa al bando dell’amianto del 1992 doveva essere il mio faro. A partire da essa volevo rintracciare tutti quei provvedimenti legislativi successivi ad essa che hanno agito per la salvaguardia della salute pubblica. Tutti quelli di segno opposto mi avrebbero indicato chi rema contro questo processo. Ma non è stato affatto facile. Presto mi sono resa conto di essermi trovata in un labirinto dove le parti si erano invertite, i “buoni” erano diventati “cattivi”e viceversa. Senza contare che esiste un sottobosco di leggi regionali, ordinanze prefettizie e comunali che si annullano a vicenda e che mi hanno fatto perdere il filo. Mi sono resa conto che non sempre è vero che scripta manent . Nella vicenda amianto le parole scritte possono valere davvero poco. Allora ho deciso di cambiare strategia. E ho cercato gli uomini e le donne che della tutela della salute pubblica hanno fatto una battaglia di vita.

Per chi si occupa d’ambiente Felice Casson è un nome che fa tornare subito in mente Porto Marghera […]. L’ho ritrovato seduto ai banchi della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito e lo ritrovo come firmatario del primo disegno di legge depositato durante il nuovo governo Berlusconi. Un disegno di legge sull’amianto […]. Il 19 marzo 2009 l’ex giudice prende la parola al Senato: «Per un processo che inizia in Piemonte sulle vittime dell’amianto sono decine e decine le indagini ferme in tutta Italia: dalla Sicilia alla Sardegna, dalle Puglie al Lazio, dalla Liguria al Friuli, dall’Emilia Romagna al Veneto e alla Campania. Migliaia di ammalati e morti in tutta Italia, oltre quattromila decessi l’anno, quattro volte i morti causati dagli infortuni sul lavoro, ancora di più rispetto alle uccisioni dovute alla criminalità organizzata. Indagini e processi difficili abbandonati in uffici giudiziari sprovvisti di mezzi e inadeguati ad affrontare una delle maggiori stragi dell’era contemporanea, con la previsione di un picco per i decessi intorno al 2015-2020». Questa legge (di tutela delle vittime, ndr ) che dovrebbe tutelare le vittime della strage bianca è una vicenda a tratti misteriosa. È come una carrozza su cui vedo salire di volta in volta nuovi paladini. Il loro ruolo dura poco, qualche settimana al massimo, poi se ne dimenticano. Si distraggono, chissà. Avranno troppi impegni. È il caso del senatore Luigi Collino, del Popolo della libertà. Sua la firma dell’ennesimo progetto di legge. Personalmente gli sono stata dietro per quattro mesi, poi ho mollato. Gli ho telefonato due volte la settimana, da gennaio ad aprile. Mi chiedo: perché un senatore che si prende carico di un problema, tanto da scrivere e firmare un disegno di legge poi non lotta tenace mente per portarlo in discussione in aula? «Certo che lotto tenacemente» mi ha risposto l’ultima volta che ci siamo sentiti, a fine aprile. «Ma non dipende certo da me la calendarizzazione dei disegni di legge. Non ci sono solo io a proporre testi per la discussione». Sarà. A me continua a sembrare inverosimile che un senatore, tra l’altro della maggioranza governativa, non riesca a portare a casa il risultato.

da “Amianto. Storia di un serial killer” della scrittrice e giornalista Stefania Divertito (Edizioni Ambiente, pp. 200, euro 14) 

Stefania Divertito

Liberazione

25/10/2009

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Ott 29

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 27

IL SERVO,

IL PUTTANA,

IL MODERATO

Ci sono tre figure della democrazia reale che hanno goduto di grande attualità in quest’ultimo periodo: il servo, il puttana, il moderato. Meritano qualche veloce osservazione, al di fuori delle righe di cronaca.

Partiamo dalla più complicata, e anche da quella di cui non si parla quasi mai, il servo. Non se ne parla, ma viviamo in un tempo in cui il servo potrebbe fungere come emblema: per tutti coloro che dall’infanzia alla morte sono impiegati in attività e lavori che non possono essere definiti schiavistici solo perché remunerati da qualche capitale con salari da fame; o per il meccanismo generalizzato di servizio per cui tutto serve a tutto, in una serie infinita di funzioni concatenate; ovvero per l’ideologia del servo, inteso come fornitore di attività servili d’ogni genere, che accetta la subordinazione ai padroni, al potere, ai media, come condizione naturale. Sfruttati, impiegati in lavori sporchi, e del tutto privi di reale potere su qualunque pezzo significativo della loro vita, questi ultimi funzionano economicamente come lavoro subordinato, spettacolarmente come propagandisti, socialmente come fabbrica del consenso. Come tutti i servi convinti del loro ruolo, sono pieni d’arroganza e d’odio con chi sta peggio e con l’ultimo venuto, visto come concorrente.

I concorrenti, certo, non mancano. Nel nostro democratico Occidente si ripropongono figure e scene che sembrano ritagliate dai secoli passati: i mendicanti, ad esempio. Abbiamo città piene di mendicanti, anche perché non sappiamo altro che fare (scarse) elemosine attraverso organismi locali o internazionali i cui impegni vengono puntualmente disattesi. Si fa beneficenza con riti demenziali, fatti di giochi, partite, maratone televisive, ospiti d’onore, pubblicità - avanti, dobbiamo raggiungere ancora la cifra, un ultimo sforzo, coraggio, è una bellissima gara …. Ovviamente, distribuendo elemosine e non giustizia si creano masse di mendicanti, le grandi città sono invase da novelli pícari, come nella Madrid o nella Toledo narrate da Quevedo e Alemán, da ladri, da puttane, da persone che cercano di arrivare a sera, pronte ai peggiori reclutamenti, o a un lavoro duro, mal pagato e per niente sicuro, dato che chi lo pratica è spesso un clandestino.

Chissà, forse anche questi o una parte di questi aspettano qualcosa e qualcuno; forse, per usare l’espressione hegeliana, aspettano una qualche forma di riconoscimento; forse non è affatto destino ineluttabile che cadano nelle mani delle narcomafie o di qualche dio terrorista e petroliere, forse domani questi pícari potranno essere imputati di altri crimini, crimini di giustizia, e magari risponderanno con una parola collettiva che il colpevole è Fuenteovejuna. Ma al momento domina solo la caccia al clandestino, al mendicante, rimbomba ovunque il reclamo prima indotto, poi ripetuto e ampliato, di sicurezza, di polizia, di esercito, di punizioni.

L’ha definito con precisione Žižek, questo istinto securitario atroce e incontrollato: una sorta di paura preliminare, la paura d’aver paura, da cui si vorrebbe essere liberi a priori. Meglio vivere come cadaveri protetti, che affrontare il rischio di vivere. E’ sotto questa ispirazione che gli esponenti politici della maggioranza degli italiani hanno dato vita ad un incredibile impasto barocco di leggi, di norme, di crudeltà e d’idiozia assoluta. Le fabbriche del Nord funzionano in gran parte grazie a lavoratori immigrati, le villette brianzole sono state edificate in buona parte con masse di lavoro nero clandestino, albanese o rumeno, però bisogna eliminare tutti gli effetti collaterali, ributtare a mare i clandestini, deportare i rumeni. Bisogna chiudere le frontiere, i villaggi, i vicoli, e scegliere noi, di volta in volta, chi deve entrare, per quanto, quando deve essere rispedito al suo paese, chi è meritevole dell’elemosina ….

Anche “elemosina” è una di quelle parole che non si possono più pronunciare, forse perché è una pratica molto reale; oggi si parla sempre e comunque di “solidarietà”, elemosina è un termine coperto dalla polvere del tempo, così come la parola “servo”. Chi adopera oggi questa espressione?

Qualche terrorista effettivo o in pectore che accusa i servi dello stato, qualche islamico radicale - di nuovo, un terrorista - che nomina l’America e i suoi servi…

La realtà è diversa: non si può più nominare il servo perché è scomparso il signore, il master, il padrone. E’ tutto sociale, che c’è di più sociale del capitale sociale? Oggi abbiamo imprenditori, società per azioni, manager, banchieri, funzionari, ma non padroni - certo, basta accennare a qualche prelievo fiscale che abbia a che fare con la proprietà e il padrone ricompare immediatamente, con la sua nobile battaglia contro la rapacità del pubblico. La dialettica hegeliana di servo e signore è giunta ad una nuova tappa, una sola figura ha rilevato entrambi: l’homo democraticus. L’autentico discorso del padrone oggi porta questo nome.

La vecchia contraddizione sembra svanita nell’opposizione tra determinazioni puramente esteriori, tra il democratico e il non-democratico (quale che sia), tra la figura del consenso e ciò che vi si oppone. Il massimo trionfo reale di servo e padrone, con la sua infinita proliferazione gerarchica, coincide con la scomparsa nominale di entrambe le categorie, con il loro dissolvimento dal punto di vista della coscienza collettiva. Ma questo merita alcune rapide riflessioni.

L’esito della lotta non è affatto neutro, ma segna una tappa ben precisa, la sconfitta del servo, nella sua rivolta contro il padrone, e la sconfitta del servo divenuto, a sua volta, master - comunque lo si voglia intendere, dagli stati socialisti alle accademie di sinistra. Ora abbiamo l’evoluzione alla categoria consensuale superiore: servo e padrone si sono sfaldati in mille figure, un cattivo infinito in cui trova posto l’operaio, il capitalista, il banchiere, il funzionario statale, l’artigiano, il pescatore, il giornalista, il calciatore, il professionista, il dilettante, la donna, il giovane … Il servo (reale) non si sente affatto tale, o perché si ritiene imprenditore di se stesso o perché, in via di principio non marca alcuna differenza col padrone - se non quantitativa ovviamente: chi ha i soldi e chi no. Figure, sia ben chiaro, tutte equivalenti; certo, all’interno del mondo consensuale c’è rissa, scontro, odio tra i diversi “competitors”, ma tutto ciò è normale poiché la lotta è tra questo mondo e chi intende negarlo, ovvero le forze anti-democratiche.

La fase che stiamo vivendo, in questa democrazia barbara e atroce, ha dunque tra i suoi marchi, tra i suoi brands, anche il dileguarsi di quei nomi, servo e padrone. Ma per quanto impersonale si presenti il meccanismo del capitale, per quanto astratto appaia il mercato, per quanto naturale la lotteria elettorale, non c’è nessun gioco di prestigio che ci impedisca di riconoscere, nella singolare concretezza delle situazioni, l’esistenza dei padroni, e dei servi, e dei servi dei servi … Cosi come dobbiamo riconoscere che il significante-padrone di tutto quell’ovvio, normale, naturale meccanismo impersonale che ci governa ha a che fare non solo col capitale, ma anche con ciò che sono oggi la democrazia reale e il discorso democratico. Ogni processo di liberazione, di libertà passa contemporaneamente per lo sfondamento di un simbolo, per l’individuazione di un nuovo principio, e per il riconoscimento attivo di tutto questo, in situazione.

Nelle cronache mediatiche di politica nazionale, non si è mai parlato tanto di puttane come in questi ultimi tempi. Interviste, segreti rivelati, notizie da sempre note e ora semplicemente confermate, lunghe discussioni su sesso e potere. La cosiddetta opposizione attacca citando la stampa estera, che trova la situazione italiana oggetto di ridicolo e di pubblico scandalo; i media amici del premier si rifugiano in difese a oltranza, o fanno bandiera del più becero sessismo maschilista; e al contempo vengono istituite norme punitive per le puttane (da strada) e i loro clienti (da strada). Sulle prime pagine dei quotidiani arrivano lettere di mogli di Cesare tradite, per denunciare lo scandalo di vergini che si offrono al drago - ma è storia vecchia, il drago esiste perché le vergini gli si offrono, e sotto le scaglie e la lingua di fuoco c’è solo il riso ebete di un vecchio puttaniere … Insomma, una perfetta immagine della tristezza del presente.

Tuttavia, il fatto che questa figura - la puttana - sia divenuta così significativa non è solo dovuto ai recenti fatti di cronaca. La puttana è una figura assolutamente emblematica e per certi versi riassuntiva della nostra democrazia reale. La puttana ha sempre avuto qualche parentela con lo spettacolo: è il motivo per cui, da sempre, le puttane costituiscono un oggetto di osservazione. E’ sufficiente leggere un po’ di letteratura di viaggio dei secoli passati per vedere quanto lo spettacolo delle puttane nei bordelli o nei quartieri, in Oriente come in Occidente, abbia attirato l’occhio curioso dei viaggiatori. Niente da stupirsi, dunque, se l’elemento spettacolare, ancorché deteriore, accompagni sistematicamente questa figura. Che occorrerebbe rinominare incrociando i generi, maschile e femminile: come Julian Beck, fondatore del Living Theatre, parlava di “actoress” “attorice”, e non più attore e attrice, così bisogna parlare de “il puttana”. Figura universale, che non ha esclusivamente a che fare col commercio carnale, maschile o femminile: il puttana può essere parlamentare, opinionista (per definizione), uomo di spettacolo, sedicente critico d’arte, sedicente filosofo, o psicoanalista, o romanziere …

Ma se si prova a dare una definizione contemporanea di questa figura risultano due capi opposti, nettamente delineati, all’interno dei quali si sgrana una catena senza fine di gradi intermedi (e chi vuole, per esercizio, può cercare a quale gradino della scala collocare il premier e le sue signore): puttana è chi esercita la vendita del proprio corpo - che non è mai solo un corpo - di donna, di uomo, di bambino perché non ha null’altro da offrire; puttana è chi commercializza per vendita la propria persona, ivi compresi impulsi, desideri, coscienza. Forma merce assolutizzata che richiama, sdoppiandosi, il doppio valore da cui origina: da un lato, il valore d’uso più elementare, l’unica proprietà che è anche il supporto della nuda vita, il corpo; dall’altro, il sé come puro valore di scambio, l’imprenditore che infine diventa davvero imprenditore di se stesso.

Non deve stupire questa compresenza paradossale, tenuta assieme dalla vendita, perché il vendere, più ancora che il produrre, è lo stile di questa democrazia. In un saggio appunto intitolato Democracy for sale, Kristin Ross ci ricordava le parole del Rimbaud di Solde, “À vendre les corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de toute sexe, de toute descendance”; ma in vendita anche abitazioni e migrazioni, sport, comfort “ et le bruit, le mouvement, et l’avenir qu’ils font!”. Tutto in saldo, tutti saldi che inizia la svendita! “À vendre l’anarchie pour les masses; la satisfaction irrépressible pour les amateurs supérieurs; la mort atroce pour les fidèles et les amants!”

Che oggi, centoquarant’anni dopo la visione di Rimbaud, il puttana risulti una figura esemplare non può essere oggetto di stupore; lo è solo per coloro che vorrebbero un mondo identico all’attuale, ma senza i difetti più evidenti. Coloro che vorrebbero merci perbene, un capitalismo ascetico e dignitoso, una democrazia che abbia a cuore la decenza. Insomma, è oggetto di stupore per qualche moderato.

Il moderato, appunto: un appellativo onorifico in questi tempi, un segno di riconoscimento. Essere moderati significa contrapporsi ai fanatici, agli estremisti, ai radicali; le cronache sono piene delle battaglie che in altri paesi (specie di religione islamica) si combattono tra moderati e radicali, ma anche da noi, a livello nazionale, la destra al potere continua, per pura propaganda, ad accusare di estremismo l’opposizione e i suoi giornali, i quali rispondono, a giusto titolo, che gli autentici moderati sono loro. Come in tutti i periodi di colossale restaurazione, “moderato” è la parola chiave, il passe-partout per ogni situazione, ciò che segnala la distanza dagli eccessi passati e la solida e oculata gestione del presente. Essere moderati significa dunque contrapporsi a qualunque pensiero radicalmente differente rispetto a questo stato di cose, a qualunque pensiero che rifiuti di considerare come un unico orrore i tentativi passati di cambiare il mondo, e che non veda il futuro come un infinito prolungamento dell’attualità. Insomma, il moderato è il democratico, o meglio: ogni vero democratico non può che essere un moderato!

Il punto critico, tuttavia, non è nella strategia dei moderati, che è nota, ma nelle pratiche consensuali che questa induce, anche tra coloro che se ne dicono immuni, che si dichiarano nemici del moderatismo. Il quale, in questi decenni, è riuscito a imporre quello che può essere definito registro (o regime) della replica: il discorso moderato diventa senso comune, un senso comune inquisitorio, che costringe gli avversari a repliche sostanzialmente difensive. Replica è, insieme, rispondere e ri-piegare: si risponde alle accuse ripetendo l’argomento anche se da posizioni opposte, si riprende la stessa piega, si risponde a un discorso mantenendone comunque il tracciato, l’impronta. Si replica da replicanti, poiché non esiste ancora un’altra politica e idee sufficientemente forti e consolidate da permettere di spezzare il discorso moderato. Ma se si vuole fare questa scelta, davvero, è già possibile reperire i punti da cui iniziare.

In un vecchio e celebre western italiano l’inevitabile duello finale tra un bandido messicano e un cacciatore di taglie diventa lo scontro tra chi sostiene la superiorità del fucile sulla pistola, soprattutto per chi sa centrare il cuore. Il pistolero, a distanza, invita l’avversario a sparare, provocandolo: “al cuore Ramón!”; il bandito mira, colpisce, l’avversario centrato cade, ma il sorriso dura solo per un attimo, perché il caduto si rialza e ripete il suo incitamento beffardo: “al cuore Ramón! Al cuore!”.

Il bandito è come ipnotizzato, mira con la massima precisione, spara, vede il nemico cadere per poi rialzarsi, e tutto ciò si ripete finché il pistolero non arriva alla giusta distanza di tiro, non prima di avere mostrato a Ramón la pesante lastra di metallo nascosta sotto il poncho e riempita di proiettili proprio all’altezza del cuore.

Ciò che dovremmo fare è qualcosa di simile: farci carico delle accuse, non giustificarci; dichiarare, non replicare. Che colpiscano pure il bersaglio, quello sbagliato. Siete estremisti - certo, poiché consideriamo che una tesi o un discorso vadano portati all’estremo per valutarli, senza farsi ferma re da considerazioni d’opportunità o di morale; siete antidemocratici - è ovvio, l’unico modo per ripensare e ridare un significato alla parola democrazia è collocarsi contro l’attuale “democrazia reale”; siete vecchi - esattamente, per quanto concerne l’attualità siamo fuori-tempo e fuori-luogo, in quanto contemporanei siamo invece contemporaneamente al passato e al futuro; siete per l’universale, quando tutto si muove nella relatività delle culture - siamo per l’universale perché l’essere soggetti non si arresta all’essere italiani, europei, arabi, ebrei, donne, uomini, gay, neri, bianchi, per quante specificità o singolarità questo possa apportare; siete fuori dalla Storia - sì, perché la storia si fa ogni volta che la Storia s’interrompe, e noi siamo fuori da questa Storia e da queste storie; siete ideologici - giusto, siamo per le idee, non per l’informazione e la comunicazione

… Al cuore, Ramón!

Stefano Calzolari

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Ott 27

Apprendiamo con grande dolore che il caro amico Luigi Scatturin non è più tra noi.

 

Con Lui, uomo libero e colto, limpida figura di avvocato, da sempre  impegnato civilmente e socialmente, noi di Medicina Democratica perdiamo un  caro amico e un compagno di tante lotte, per affermare la giustizia, la  salute e i diritti umani.

Senza la Sua opera disinteressata non avremmo potuto condurre assieme, nelle  aule di giustizia (e non solo), le iniziative legali a favore dei famigliari  delle vittime operaie del petrolchimico di Porto Marghera, nonchè quelle  contro l’immane inquinamento ambientale  della laguna di Venezia e del suo  entroterra  causato dagli scarichi dello stesso polo chimico, ponendo all’ordine del giorno la bonifica del sito industriale e di quel territorio devastato, per la sua riqualificazione.

 

Ai Famigliari esprimiamo a nome personale e di Medicina Democratica le più sentite condoglianze.

 

Caro Gigi, ci mancherai, non Ti dimenticheremo.

 

                                                                               Luigi Mara

 

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Ott 27

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 27

Vi scrivo da…Gety, durante una vaccinazione contro il morbillo nel Congo

Gety è una cittadina di una decina di migliaia di capanne, sperduta in mezzo alle colline verdi e rigogliose. Poco più a ovest c’è il Lago Albert. Tutto intorno i gruppi armati e l’esercito si danno la caccia.

Siamo arrivati due settimane fa e mi sembra ieri. Stanotte è piovuto e la temperatura è fresca, mi metto la giacca a vento sulla maglietta MSF e fumo la prima dopo il caffè (che non è caffè). Ci siamo alzati più presto del solito, oggi è il D- day. Vacciniamo il villaggio di Sokè.

Due settimane di preparativi, l’arrivo dei Kit per vaccinazione (qualcosa come 15 scatoloni di presidi sanitari per mantenere la catena del freddo…tutto calcolato per vaccinare 10.000 bambini) una riunione ieri sera per verificare che tutto fosse a posto e poi l’attesa della ‘luce verde’ stamattina. Siamo nervosi, ognuno di noi ha un compito ben definito che non ha mai affrontato prima. Antony abbassa il ricevitore del telefono satellitare e fa un cenno: è tutto OK, potete andare. Lui rimarrà alla base.

Partiamo in convoglio. Due auto con il personale e i vaccini chiusi nelle grandi borse blu del ghiaccio. A me il compito di gestire la catena del freddo. I vaccini per il morbillo non richiedono temperature fisse: è sufficiente un range tra i +2C° e +8C° ma se non calcoli bene la quantità di ghiaccio rischi di non avere abbastanza ricambio per tutta la giornata. Ho fatto e rifatto i conti per giorni. Andrà bene. Fumo una sigaretta (posso farlo perché questa volta sono seduto davanti…). Un’ora di viaggio su una bella strada di terra rossa piena di buche tra le colline verdi e arriviamo a Sokè. Il sole è già alto e promette una bella giornata. I logisti hanno costruito un circuito spettacolare. Migliaia di mamme e bambini sono già in attesa agli ingressi del campo di vaccinazione. Aspettano pazienti l’arrivo dei ‘musungu’ che hanno deciso di vaccinare i loro figli. Sono vestite a festa. Un carnevale di colori.

Prendiamo posizione, le equipe sono pronte ai tavoli, i ‘pointeurs’ seduti sulle sedie con i fogli in mano. In fondo a ogni linea 3 persone per il MUAC e dietro di loro la tenda Nutrizione dove il Dr.Cathy si prepara a visitare i bambini malnutriti.

Apro le borse e preparo il tutto. Pronti, si comincia. Qualche minuto di silenzio e poi il primo strillo, subito seguito da un altro e un altro ancora, 5-6 vaccinazioni a minuto per equipe per 4-5 ore di lavoro. I piccoli sfilano sotto le grinfie dei vaccinatori al ritmo da catena di montaggio FIAT. Sta funzionando tutto bene, tutto secondo i calcoli. Guardo Adrien, è gioioso. Corre a destra e sinistra a consolare i bambini, li prende per mano e li accompagna all’uscita. Corinne anche è contenta, sorride. Siamo stati bravi.

Dopo un paio d’ore mi sento già un esperto e mi concedo un’uscita sul circuito. Mi avvicino al team 3 e osservo i bambini sfilare. Bambini soli, perché molti di loro non sono accompagnati dai genitori. Alcuni (bambine) non hanno più di 6-7 anni e portano in braccio il fratellino. Si avvicinano seri al vaccinatore stringendo la fiche tra le dita. Si vede benissimo che hanno paura ma, procedono seri e coraggiosi. Aspettano il turno con le schiene dritte e il mento alto, pronti a scoprire il deltoide sinistro. Hanno già capito che preferiamo pungerli da quella parte. Le sorelle più grandi coi fratellini, già mature e responsabili. Così giovani. Non resisto e mi unisco al team. Indosso i guanti e prendo la prima siringa in mano. Guardo uno di questi stoici bambini e lo chiamo con un gesto, lui si avvicina senza staccare gli occhi dalla siringa. Scopre svelto la spalla sinistra e stringe i denti. Lo vaccino veloce e mentre inietto il vaccino lo sbircio…quell’intruglio chimico deve bruciare da matti. Infatti mima una serie di smorfie ma, senza una lacrima e senza un lamento; ecco, ho finito. Gli do una pacca sul sedere e lo spedisco via. Mentre se ne va, si volta e mi saluta con un sorriso; non è servito il francese per capirci!

A metà pomeriggio la folla comincia a sfoltire, abbiamo terminato il primo giorno di vaccinazione. È andato tutto bene. Siamo fieri di noi, ci congratuliamo a vicenda. Distanti, gli ombrelli delle mamme che ritornano a casa fanno un bel carosello di colori. Penso: questa è MSF… Né missionari né eroi. Semplici professionisti contenti se vedono un lavoro ben fatto.

Non facciamo altro che il nostro lavoro, in fondo, nel posto dove ci piace farlo. Specialisti che esercitano la loro professione nei luoghi dove esserci fa la differenza tra il vivere e il morire più di quanto lo faccia in qualunque altra parte del mondo.

Alessandro

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Ott 27

La Ru486 non è una pillola fai-da-te

Nessuno potrà comprarsi la Ru486 in farmacia, portarsela a casa e decidere un’interruzione di gravidanza “fai da te” come alcuni hanno sostenuto in questi anni e anche fino a ieri. Non è così in nessun Paese del mondo, neppure in Francia che l’ha introdotta per prima nel 1988 e che da tempo fornisce una documentazione ampia. Anche lì si usa soltanto sotto controllo medico e ospedaliero. Ora che l’Agenzia italiana per il farmaco, Aifa, ha autorizzato la commercializzazione della Ru486 in Italia, dopo oltre vent’anni di polemiche, è bene chiarire di che cosa stiamo parlando.Esponenti di tutti i partiti, ma in particolare molti cattolici, temono che con la Ru486 l’aborto sarà più facile di oggi e che la battaglia per la vita accuserà un altro duro colpo. Vorrei dimostrare che non è vero, evitando di essere faziosa.

Intanto la Ru486 è un insieme di diverse pillole che vanno somministrate a distanza (in genere) di due giorni le une dalle altre entro la settima settimana di gravidanza. Come negli altri Paesi, anche da noi una volta scelta la Ru486, alla donna occorrerà la certificazione di gravidanza, poi la richiesta di interruzione firmata dalla donna e dal medico che l’ha visitata e sottoposta ad esami. Infine andrà in ospedale. E questo è esattamente l’iter previsto dalla legge 194 che regolamenta l’aborto in Italia. Ora si tratta di aspettare la circolare applicativa per sapere più precisamente l’iter di questa nuova metodica non chirurgica per abortire. Del resto i modi d’uso del farmaco sono già sperimentati in alcune regioni italiane con piccole variazioni secondo i diversi ospedali.

La Ru486 è quindi sostanzialmente una metodica per interrompere la gravidanza che, sempre secondo gli studiosi internazionali, viene scelta dalle donne che non vogliono fare l’anestesia e che preferiscono non subire un intervento chirurgico. L’aborto farmacologico non può assolutamente prevedere il fai da te perché dopo l’assunzione del farmaco si possono avere coliche e anche emorragie forti. Inoltre richiede che la donna vada due volte in ospedale o ambulatorio (lo stabilirà meglio la circolare appunto), a differenza dell’intervento chirurgico che prevede il ricovero in day hospital , l’anestesia, l’intervento e poi il ritorno a casa la sera stessa. C’è poi una visita successiva di controllo, ed è una visita prevista anche dalla Ru486, terza tappa di un percorso che, come si intuisce, richiede alla donna una riflessione legata ai tempi più lunghi che la Ru486 prevede, senza neppure il “riparo” dell’anestesia che ti evita di vivere il tuo aborto. Come è possibile accusare la donna che sceglie questo percorso con la Ru486 di essere una che con leggerezza prende alcune pillole per togliersi il problema di una gravidanza indesiderata? A me pare crudele verso le donne e pure mistificatorio. Un’ennesima battaglia contro l’aborto in Italia raccontando cose non vere sulla Ru486. Con l’aggiunta di una campagna sulla pericolosità dell’aborto farmacologico fatta apposta, sembra, per spaventare più che per informare.
Qualunque medico sa che non esistono farmaci senza effetti collaterali, ma è anche vero che tutti gli studi internazionali confermano che la Ru486 è meno pericolosa dell’intervento che richiede l’aborto chirurgico.

Silvia Neonato

www.donnealtri.it

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Ott 27

Il Sud si ribella contro mafie e veleni. La protesta della Calabria

Anch’io protesto come calabrese che vive al mare contro tutte le forme di veleno distribuite nel territorio da mani assassine autorizzate, smog, rifiuti, equamente distribuiti al nord e al sud cinicamente e per logiche affaristiche .

Quando uno stato uccide i suoi cittadini non ha importanza dove si muore!  Volevo chiedere a questa testata esperta in salute, se un familiare può obbligarne, in caso di tumore, il ricovero senza il relativo consenso  dell’ammalato,in virtù di nuove leggi che lo stesso stato ha promulgato .Sempre  si violano le libertà.O ti si nega il diritto a cure eccellenti, o ti si  obbliga a sevizie vane o a viaggi della speranza.Volevo commentare sul servizio  dei veleni in Calabria ma vedo che c’è qualche cambiamento sulle modalità.

Grazie a chi mi risponderà.

da magica penna

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La redazione risponde

Non credo sia possibile obbligare una persona ad essere rivoverato eo sotttoposto a cure in assenza di suo esplicito consenso, a Torino un paziente ricoverato in ospedale ha rifiutato trasfusioni sanguigne e la sua volontà è stata rispettata, stessa cosa per la signora che ha rifiutato l’amputazione dell’arto inferiore, anche per i pazienti oncologici vale la stessa cosa, possono scegliere quali cure accettare e quali no. Diverso invece è il discorso se si tratta di persone non più in grado di comunicare esplicitamente le proprie volontà o per i trattamenti di fine vita come è successo per il caso Welbi o per Eluana Englaro.  Se posso permettermi di esprimere un’opinione assolutamente personale, non posso non pensare che spesso il rifiuto delle terapie è dettato dalla paura che è sempre figlia della disinformazione e della mancata condivisione del percorso di cura, spesso il personale sanitario non riesce a comunicare in modo adeguato le proposte terapeutiche e propone le cure senza sedersi al fianco del paziente, ma restando invece dietro la rassicurante scrivania indossando il candido camice che da tutto difende.

Riguardo alle tue affermazioni sui rifiuti tossici siamo daccordo con te e speriamo che altri ti seguano e si scrollino di dosso la rassegazione, alzando la testa e dicendo basta, perchè tutto si può cambiare, magari ci metteremo tanto tempo , ma lottare per un mondo migliore è un nostro diritto-dovere.

Per la redazione

Silvia Falco

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Ott 25

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 25

Mafia su grandi opere e federalismo

Su ricostruzione de L’Aquila, Ponte sullo Stretto, Expo di Milano c’è l’ombra della criminalità organizzata, dice il presidente della commissione antimafia Beppe Pisanu. Ma l’allarme riguarda anche il federalismo, di cui però nessuno vuole discutere seriamente. Il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, Beppe Pisanu, senatore poco allineato del Pdl, ha lanciato un masso enorme nell’acqua torbida di questi tempi. «Se oggi guardo alla ricostruzione de L’Aquila, al Ponte sullo Stretto, all’Expo di Milano, vedo già muoversi dal sud, dal nord, dal centro dell’Italia, forze che tendono a mettere sotto assedio queste grandi iniziative e ad aggredirle», ha detto Pisanu in un’intervista al Corriere della sera, riferendosi alle organizzazioni criminali. Lo dice a ragion veduta, da un osservatorio privilegiato quale è la commissione che presiede: basta leggere i resoconti delle sedute per farsi un’idea del paese in cui viviamo e di quali siano le reali emergenze. Non si legge di lavavetri né di migranti, piuttosto di una criminalità organizzata che, per esempio, «Da tempo in Sicilia, ma anche in altre parti d’Italia, secondo le indagini della magistratura inquirente, controlla in modo assoluto il mercato del cemento e del calcestruzzo». E’ uno dei passaggi della seduta del 9 giugno della Commissione, dedicata all’esame degli studi predisposti dalla Direzione nazionale antimafia [Dna] sull’infiltrazione mafiosa nell’economia legale, e dalla Direzione investigativa antimafia [Dia] sulle conclusioni delle commissioni parlamentari antimafia nell’ultimo decennio. Il giro d’affari è spaventosamente enorme: si stima che i capitali mafiosi reinvestiti nei vari settori economici superino i 150 miliardi di euro all’anno. E il nullaosta antimafia previsto per gli appalti superiori ai 12 mila 500 euro non garantisce affatto la pulizia dei veri proponenti, che possono benissimo nascondersi dietro imprese legali. L’intreccio perverso tra economia legale ed economia illegale viene denunciato, non da oggi, da magistrati, giornalisti, associazioni, che ogni volta accendono i riflettori ancora di più sui grandi appalti, quasi sempre per grandi opere inutili e dannose. Nel 2005, per esempio, il Wwf ha preparato il dossier «Il Ponte sullo Stretto di Messina: la natura è/e cosa nostra», per denunciare gli interessi di Cosa nostra e della ‘ndrangheta sul ponte e segnalare i pericoli sull’allentamento dei controlli sugli aspetti contrattuali e sui subappalti derivanti dalla legge Obiettivo. E la Legambiente produce da anni un rapporto sulle ecomafie. Ma gli affari della criminalità organizzata non si fermano al sud, anche se nel resto del paese si fa ancora fatica ad accettarlo. Roberto Saviano aveva subito messo in guardia sul rischio concreto di infiltrazioni nella ricostruzione del dopo terremoto a L’Aquila. Trattato allora con troppa sufficienza, ha avuto conferma dalle prime indagini della Dia, che hanno scoperto tra le imprese impegnate in Abruzzo una di Gela, legata alle cosche. Altro segnale: il ministro dell’interno, Roberto Maroni, ha insediato proprio ieri a L’Aquila due nuove strutture operative, per monitorare e prevenire infiltrazioni malavitose nelle opere di ricostruzione post terremoto; sono la Sezione specializzata del comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere e il Gruppo interforze centrale per l’emergenza e la ricostruzione. E una struttura analoga Maroni vuole insediarla anche a Milano per l’Expo 2015, dopo che il suo partito e gli amministratori lombardi avevano reagito stizziti e offesi all’allarme del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che qualche mese fa ha parlato di una loro insufficiente attenzione e sottovalutazione dell’espansione degli interessi finanziari mafiosi al nord. A questo terribile quadro, Pisanu aggiunge il rischio che il federalismo fiscale [voluto prima di tutto dalla Lega] possa espandere la piaga mafiosa laddove le amministrazioni locali mancano di efficacia e trasparenza. Ma il federalismo è tuttora un tabù, che nessuno, né a destra né a sinistra, osa neppure discutere.

Anna Pacilli

www.carta.org

[23 Ottobre 2009]

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Ott 25

MANIFESTA AD AMANTEA

Chi ha fatto affondare le navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi? Chi vuole avvelenare il Sud? E’ contro un intreccio di interessi economico-mafiosi che la Calabria tornerà a far sentire la propria voce. L’appuntamento è per oggi sul lungomare di Amantea per una Calabria pulita, per dire «stop ai veleni» e alle mafie. Una manifestazione, nazionale, che servirà per chiedere senza mezzi termini l’immediata bonifica di tutti i siti contanimati e il recupero delle navi affondate. Una protesta che ha visto nel corso di questi ultimi giorni aumentare di ora in ora le adesioni di associazioni, ong, comitati civici, partiti. Anche Rifondazione sarà presente con una delegazione composta da Maria Campese, esponente della segreteria e responsabile ambiente, da Giovanni Russo Spena, responsabile giustizia, e da Alfio Nicotra, esponente della direzione nazionale oltre che dal segretario regionale del Prc calabrese Nino De Gaetano. «Il governo fino ad oggi ha messo la testa nella sabbia e ha cercato di minimizzare la gravità della situazione - commenta Nicotra - e rompere questa inaccettabile omertà è l’obiettivo principale della manifestazione alla quale aderiamo con grande convinzione. Mentre Scajola riporta l’Italia nell’avventura del nucleare - aggiunge - si cerca di mettere il silenziatore a crimini contro l’ambiente e la salute delle popolazioni. Ma - conclude - c’è una Calabria che resiste e che non intende farsi mettere i piedi in testa». Quella che oggi tornerà in piazza.

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Ott 25

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 25

Torture, stupri e omicidi di Stato

Joy è una giovane ragazza nigeriana, prigioniera del CIE di Via Corelli a Milano. Il 13 agosto scorso, insieme ad altri 12 migranti, ha partecipato alle proteste contro le disumane condizioni in cui sono costrette. Per questo verrà espulsa. Ha denunciato un ispettore di polizia che, testimone la sua compagna di cella, ha tentato di violentarla. L’unica risposta che ha ottenuto, nell’Italia che organizza giornate, manifestazioni e G8 contro la violenza sulle donne, è una denuncia per calunnia.

La scorsa estate tre giovani kurdi sono stati ritrovati morti dentro alcuni tir, su navi che dalla Grecia sono approdate a Venezia. La stessa sorte, nel dicembre scorso, era toccata a Zaher Rezai, un ragazzo afghano: la sua vita è stata stroncata dalle ruote del camion nel quale era nascosto. Gli hanno ritrovato nelle tasche alcuni giocattoli e un biglietto. C’era scritto: “Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi Dio, che non lascerai si spenga questa mia primavera”

Antonino Patafi aveva 89 anni. E’ morto in una clinica di Roma, dove era stato ricoverato dopo la concessione del differimento della pena concesso per gravissimi motivi di salute. Stava aspettando l’autorizzazione a tornare in Canada, dove poter vivere serenamente i suoi ultimi giorni accanto alla famiglia.

Roberto Laviano a 69 anni è morto nel carcere di San Vittore. La sua cartella clinica recitava: “Scompenso circolatorio, ipertensione polmonare, stenosi carotidea bilaterale, diabete mellito-insulino dipendente, disturbi respiratori da pregressa tubercolosi, vasculopatia periferica sintomatica pregresso by-pass aortofemorale

Paolo Scaroni è un giovane ragazzo di Castenedolo, in provincia di Brescia. Il 24 settembre 2005, dopo la partita Verona-Brescia, si stava recando verso il treno che l’avrebbe dovuto riportare a casa. Era appena uscito dal bar della stazione quando fu travolto da una carica di ’alleggerimento’ della celere. Picchiato a sangue è entrato in coma in pochissimi minuti. Svegliatosi dal coma, dovrà vivere tutta la vita con gravissimi danni fisici. Ha perso il lavoro, lasciato dalla ragazza la sua vita è oggi abissalmente ridimensionata.

Francesco Mastrogiovanni era un maestro elementare di 58 anni di Castelnuovo Cilento. La sua è una storia di TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) a scopo politico, considerato scomodo e pericoloso per le sue idee anarchiche. La sua psiche, sin dagli anni 70, quando conobbe per la prima volta la brutalità delle forze dell’ordine, era rimasta segnata. La sua unica ragione di vita erano i bambini, ai quali stava dedicando i suoi ultimi anni con amore e passione. Il 31 luglio viene catturato al termine di una caccia all’uomo, realizzata con un dispiegamento di forze dell’ordine degne di Rambo. Viene trovato morto il 4 agosto. Per quattro giorni è stato legato con lacci su polsi e caviglie al letto. Secondo l’autopsia è morto per edema polmonare. La misura di contenzione non risulta dalla cartella clinica. E’ stato imprigionato con l’accusa di aver insultato l’agente che gli aveva elevato una contravvenzione(che non risulta da nessuna parte). Il TSO è stato ordinato da un’autorità diversa da quella legittimata dalla legge.

Il 9 agosto scorso 300 migranti, quasi tutti somali, cercano di fuggire dal lager di Benghazi, realizzato in Libia con finanziamenti italiani frutto degli accordi tra Berlusconi e Gheddafi. Dopo la cieca repressione militare 6 migranti sono rimasti uccisi, esangui sul pavimento, e oltre 50 feriti(dal giorno dopo di almeno una decina non si hanno più notizia). Un testimone oculare ha raccontato a Fortress Europe che i feriti sono rimasti abbandonati sul pavimento sanguinanti per giorno, con tagli su gambe, braccia e testa. Alcuni hanno febbre e principi di infezioni. Non sono stati visitati da medici o delegati di organizzazioni internazionali.

La mattina del 1° settembre vengono sgomberati gli occupanti dell’ex ospedale Regina Elena di Roma, dopo la decisione del sindaco Alemanno e del questore Pecoraro di ’ristabilire la legalità’. Alcuni inviati del quotidiano Liberazione sono entrati in uno degli stabilimenti dove sono stati deportati gli sgomberati. I rappresentanti comunali l’hanno definita una struttura che permette di essere autosufficienti, con bagni e docce in grado di accogliere anche persone con gravi disabilità. Questa la cronaca della realtà, raccontata giovedì 3 settembre a pagina 5: camerate con almeno 8 persone, armadi divelti, dieci water in comune tra tutti in venti metri quadrati circa, alcune camere gelate, altre incandescenti, persone ammassate come bestie, acqua non potabile, l’infermeria (il giornalista informa che, tra le tante, ha raccolto la storia di una signora gravemente malata che è impossibilitata a prendere le medicine) ospitata in un magazzino delle scope.

L’estate scorsa la Gazzetta di Parma pubblica la fotografia di una ragazza terrorizzata e con i vestiti strappati. Era stata sbattuta in cella dai vigili urbani e lì abbandonata, in lacrime, tutta la notte.

Negli stessi giorni a Termoli i vigili fermano un commerciante ambulante. Spinto con forza dentro l’auto viene prima picchiato e poi, sfruttando la sua scarsissima conoscenza dell’italiano, indotto a firmare una dichiarazione nella quale nega qualsiasi violenza. Solo la coraggiosa testimonianza di alcuni passanti permise all’avvocato del commerciante di ristabilire la verità.

Il 5 settembre dell’anno scorso tre famiglie rom si fermano a pranzare su un prato a Bussolengo. Vengono massacrati di botte dai carabinieri, che non si fermano neanche davanti a bambini di 9 anni. Questi alcuni brevissimi stralci della testimonianza, riportata dal sito di Carta. ‘Stai zitta puttana’, ha urlato più volte uno dei carabinieri a mia figlia di nove anni … Uno dei carabinieri ha urlato alla mia compagna: ‘Mettiti in ginocchio e pulisci quel sangue bastardo’… hanno urlato alla mia compagna ‘Devi dire, io sono una puttana’ … Uno dei carabinieri in borghese ha filmato la scena con il telefonino. Poi un altro si è denudato e ha detto ‘fammi un bocchino”.

Tra il 2 e il 3 marzo 2003 il Cpt di via Mattei fu teatro di un pestaggio punitivo dai contorni drammatici. Gli agenti in servizio quella notte entrarono nelle celle e nella saletta comune e pestarono a sangue, lanciando poi dei lacrimogeni, i migranti detenuti. Nel pomeriggio alcuni detenuti avevano protestato per la brutalità della repressione del tentativo di fuga di due migranti. Dopo aver atteso che la situazione si calmasse la carica è partita. Le parole di prima sono state pronunciate da uno dei responsabili della sicurezza nel cpt quella notte. I migranti si erano offerti di aprire volontariamente la porta se i picchiatori avessero fermato il loro comportamento violento. La risposta è stata “Io la sfondo e sfondo anche voi”. Nel dicembre 2007 gli agenti sono stati assolti per ’causa di giustificazione’. Nel frattempo l’agente che ha pronunciato la frase qui riportata è stato promosso tra i massimi responsabili del lager.

La notte di lunedì 15 giugno 2009, due militari della Guardia di Finanza stavano effettuando un ’normale controllo di routine’. Arrivati in via Gallarate hanno trovato una giovane ragazza rumena. L’hanno costretta a salire in auto e stuprata, costringendola ad avere rapporti orali con uno di loro. Denunciati grazie alla segnalazione di un connazionale della ragazza, i due militari hanno affermato “Abbiamo fatto una stupidaggine”.

Alessio Di Florio

www.bellaciao.org

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Ott 25

LICENZIAMENTO DE ANGELIS: LUNEDI 26 OTTOBRE A ROMA LA SENTENZA

Lunedì 26 ottobre, presso il Tribunale di Roma, si terrà l’udienza conclusiva della vertenza sul licenziamento del macchinista e delegato alla sicurezza, Dante De Angelis, avvenuto il 15 agosto  2008.

Il reintegro di Dante riguarda tutti i ferrovieri, i lavoratori, i pendolari e i cittadini; la mobilitazione per il suo reintegro è una battaglia di civiltà.

La rivista dei macchinisti, “ancora In Marcia!”, invita coloro che hanno a cuore la sicurezza e le libertà fondamentali a partecipare a un presidio di solidarietà che si terrà in concomitanza con l’udienza presso il Tribunale del Lavoro di Roma alle ore 11,00.

Tribunale del Lavoro di Roma Viale Giulio Cesare, 54 (metro A, fermata Lepanto) Aula 101, primo piano, giudice Conte, ore 11,00 - Appuntamento alla Stazione Termini,  ore 10,15 binario 1, oppure direttamente di fronte all’ingresso del Tribunale alle ore 10,45

Dante fu allontanato dalle Fs con la polizia ferroviaria, un atto che fu definito da più parti di “fascismo aziendale”, per aver segnalato come delegato alla sicurezza, “problemi” ai treni Eurostar.  Il fatto destò molto scalpore e suscitò un’ondata di proteste e prese di posizione da parte non solo dei ferrovieri ma anche di semplici cittadini, pendolari, parlamentari, forze politiche, Enti locali, operatori della prevenzione, mezzi di informazione,  intellettuali, ecc.

Da allora ci sono stati molti altri incidenti: altri due Etr si sono spezzati, sei lavoratori sono morti sui binari, tre viaggiatori uccisi, quattro orribilmente mutilati dalle porte Killer e trentuno cittadini innocenti hanno perso la vita, arsi vivi, nella strage ferroviaria di Viareggio.

 Incidenti che hanno dimostrato la fondatezza delle sue affermazioni e l’impellente necessità di migliorare costantemente le condizioni di sicurezza, non solo per viaggiatori e ferrovieri ma anche per la cittadinanza tutta.

 L’attacco frontale ai diritti sindacali e alle libertà fondamentali da parte delle Fs si è spinto, nel frattempo, molto oltre fino a intimidire, diffidare e minacciare numerosi altri delegati alla sicurezza e a utilizzare lo spettro di questo licenziamento verso ciascun ferroviere per gestire la fase di pesante ristrutturazione in corso, che prevede migliaia di esuberi, riduzione degli equipaggi di guida, separazione e privatizzazione dei settori remunerativi, l’azzeramento del trasporto merci e la marginalizzazione di quello pendolari. 

Intimidire i lavoratori e i delegati che si occupano di sicurezza rende meno sicura qualsiasi organizzazione poiché seminando la paura  si perde il fondamentale contributo di chi conosce nel dettaglio tutti i processi lavorativi e i rischi connessi. 

Come in molti altri servizi, anche per i ferrovieri quello di mettere in evidenza i rischi e denunciare i pericoli è un obbligo morale e un dovere civico che deve prevalere sugli obblighi contrattuali, in particolare quando riguarda la sicurezza el ‘incolumità pubblica.

Per queste ragioni la decisione che sarà adottata lunedì prossimo dal Giudice del Lavoro, Dario Conte, assume una importanza decisiva nel campo delle libertà sindacali, della sicurezza ferroviaria e del lavoro  ma anche, più in generale, per la libertà di parola ed il diritto di opinione di ciascuno di noi.

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Ott 23

Ad un passo dall’apocalisse

 

Un boato immenso e, immediatamente dopo, un’inquietante colonna di fumo nero che si alza minacciosa verso l’aria. Brividi di vero terrore hanno attraversato, intorno a mezzogiorno, ieri alcuni abitanti di Casalbordino. Lo raccontano alcuni cittadini che hanno sentito e visto quanto stava accadendo da abitazioni vicine e dalla strada.

 

Le ore successive hanno permesso di capire la dinamica dell’accaduto: due operai stavano inertizzando un razzo, quando sono stati investiti da un’esplosione (così hanno riportato stamattina alcuni quotidiani, mentre altri parlano di semplice fiammata). Uno dei due operai, in gravissime condizioni e con ustioni sull’85% del corpo, è stato trasportato d’urgenza all’Ospedale di Pisa. I soccoritori, almeno da quanto riportato stamattina il quotidiano locale Il Centro, hanno dichiarato che si è sfiorato il dramma e la tragedia di proporzioni immense: sarebbero bastati pochi metri per far esplodere strutture delicatissime e ad altissimo rischio.

 

L’episodio torna a sollevare dubbi sulla sicurezza dello stabilimento che (cito dal loro sito ufficiale http://www.esplodentisabino.com/esplodenti/servizi.html ) lavora anche con “missili, teste di guerra, bombe d’aereo, mine navali, cariche di profondità, mine anticarro, mine antipersonali”, aggiungendo un ecc. non meglio identificato.

 

Nel 2007, così come riporta stamattina sempre il quotidiano Il Centro, i responsabili dell’azienda sono stati condannati per un incidente del 2002, che portò alla cecità un operaio. Negli Anni Novanta diversi sono stati gli incidenti mortali.

 

Ma i dubbi sulla sicurezza, non soltanto dello stabilimento ma di tutta l’area costiera, diventano enormi alla luce di alcune voci, che nelle ultime settimane si sono fatte più consistenti, diffuse per Casalbordino. Alcune autorevoli fonti, appositamente contattate, hanno confermato. A seguito di alcuni atti amministrativi, è stata investita la Regione Abruzzo e il Ministero dell’Ambiente della questione. Nei mesi scorsi, l’apposita Commissione Regionale (nella quale, tra gli altri, siedono anche rappresentanti dei Vigili del Fuoco), seguendo quanto prescrivono le direttive SEVESO, hanno rilasciato il proprio parere sull’ampiezza della superficie a rischio in caso di esplosione. L’area indicata dalla Commissione è, solo in orizzontale, di diversi chilometri, coinvolgendo almeno altri 3 comuni (per chi volesse cercare la zona su una cartina, o già la conosce, andrebbe dal casello autostradale Vasto-Casalbordino alla località Le Morge nel Comune di Torino di Sangro). In ottemperanza alle direttive SEVESO il prefetto dovrà ora dare informativa alla popolazione della situazione e vigilare sulla messa in sicurezza dell’area (gli scenari prospettatici, se non si dovesse trovare una soluzione affidabile, sono sostanzialmente due: la rimozione dello stabilimento o lo sgombero di tutti gli edifici dell’area a rischio, che significherebbe dover evacuare popolazione ed esercizi turistici dei comuni coinvolti, cioè all’incirca qualche migliaio di abitanti).

 

Alla luce di tutto ciò, e delle dichiarazioni riportate da Il Centro, non è esagerato parlare di vero terrore alla luce di quanto successo. E’ diritto, anzi è dovere pretenderlo, della popolazione essere debitamente informata di tutta la situazione e dei rischi per la propria sicurezza. In paese lo stabilimento è conosciuto semplicemente come ’la polveriera’, ma qua si vive e si perde tempo veramente su una polveriera. E delle più incandescenti. Cosa rischiano i cittadini ogni giorno? Cosa sarebbe successo se si fosse realizzato quanto adombrato dai soccorittori alla stampa? Perché, nonostante le direttive SEVESO non siano proprio recentissime, finora si è lasciato scorrere il tempo inerti? E quando ne passerà ancora?

 

Alessio Di Florio

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Ott 23

Libertà di stampa, Italia sempre più giù

Vogliamo escludere che gli irreprensibili responsabili di Reporters sans frontierès nello stilare l’annuale classifica (l’ottava) sulla libertà di stampa, si siano fatti imbeccare da tutti i comunisti che ancora girano in Italia Però, sta di fatto, che anche per loro il nostro paese non è un esempio da seguire in fatto di libertà di stampa. Ha perso qualche punto, in questo anno, cinque per la precisione. E senza nominare Minzolini o Brachino, il rapporto ci colloca al 49° posto rispetto al 44° dello scorso anno (e al 35° nel 2007). «La libertà di stampa deve essere difesa ovunque - ha detto il segretario generale di Reporters sans frontiers, Jean-François Julliard - con la stessa energia e lo stesso impegno. È imbarazzante vedere che alcune democrazie europee come la Francia, l’Italia e la Slovacchia, di anno in anno scendano sempre più in basso nella graduatoria. L’Europa dovrebbe essere di esempio per quello che riguarda le libertà civili. Come puoi condannare le violazioni dei diritti umani se, a casa tua, non ti comporti irreprensibilmente?». Secondo Rsf in Italia il regresso è giustificato dalle «pressioni esercitate dal Cavaliere ed il suo aspro interventismo, le violenze della mafia nei confronti dei giornalisti, oltre che un progetto di legge che limita drasticamente le intercettazioni da parte della stampa». Il rapporto si basa su questionari compilati da centinaia di giornalisti ed esperti in tutto il mondo e quest’anno prende in considerazione il periodo che va dal 1 settembre 2008 al 31 agosto 2009.

I primi 13 posti sono occupati da paesi europei (Danimarca, Finlandia, Irlanda, Norvegia Svezia i primi cinque), che aiutano a tenere alto il nome del Vecchio Continente.

Un caso particolare è quello di Israele , dove l’operazione “Piombo fuso”, l’offensiva militare nella striscia di Gaza ha avuto un deciso impatto sulla stampa. Israele ha perso 47 posizioni arrivando al 93° posto. Ha perso il primato in Medioriente ed è scivolato dopo il Kuwait (60°posto), gli Emirati Arabi Uniti, (86°) e il Libano (61°). Sono stati registrati cinque arresti di giornalisti, alcuni completamente illegali e tre casi di carcere. La minaccia della censura militare si fa sentire, insomma, sull’informazione. Come accade per gli Usa, anche per Israele esiste una posizione “esterna” nella classifica, per le attività condotte al di fuori del territorio. In questo caso la posizione peggiora: si trova al 150° posto, come risultato dell’operazione militare che ha portato al bombardamento di edifici sedi di organi di informazione e all’allontanamento di media israeliani e stranieri dalla Striscia.

Inevitable la debàclé dell’ Iran dove la crisi seguita alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad ha creato una bel cordone paranoico intorno alla figura dei giornalisti e dei bloggers. Censura, sorveglianza, maltrattamenti: giornalisti costretti ad andare via o rinchiusi in carcere. Non che negli anni precedenti il paese fosse in vetta alle classifiche dell’informazione libera, ma certamente quest’anno va a fare compagnia ai tre peggiori paesi del mondo, Turkmenistan, North Korea e Eritrea (173,174,175) dove l’informazione è così repressa da risultare inesistente.

Uno sguardo agli Usa , dove Obama sembra aver fatto bene alla libertà di stampa visto che in un anno sono passati dal 40° al 20° posto. Un balzo in avanti causato non solo dall’elezione, ma anche dal fatto che Obama, rispetto al suo predecessore, ha un atteggiamento molto meno aggressivo nei confronti del mezzi di comunicazione (chissà se la querelle di queste ultime settimane - con Murdoch - avrebbe influito sul punteggio). Ma la posizione raggiunta vale solo per l’interno degli Stati Uniti. Per come hanno trattato i media in Iraq e in Afghanistan, nella classifica extraterritoriale si ritrovano al 108° posto. Per quanto riguarda l’America del Sud, c’è in generale un aumento di posizioni (Argentina, Perù, Bolivia), mentre i paesi del Centro America faticano a superare i loro standard piuttosto bassi.

Sul sito Internet di Rsf troverete il rapporto completo www.rsf.org

Amar

Liberazione 21/10/2009

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Ott 23

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 23

CONTRO IL TAV CONTRO I SONDAGGI

A Condove un neo sindaco che dichiara la propria incompetenza in merito al TAV, a Sant’Antonino un sindaco che una volta era contro l’opera e nel 2005 in prima fila nelle manifestazioni contro il TAV e oggi dichiara che l’opera va fatta perché Chiamparino, Saitta, Bresso, il governo, l’Europa la vogliono e dunque noi dobbiamo accettarla (perché, nel 2005 questi non volevano le stesse cose?

Cos’è cambiato nel frattempo, forse solo qualche poltrona!) tra questi due sindaci simbolo del COME TAV scende in strada il popolo NO TAV che ribadisce la sua ferma contrarietà all’opera e ai sondaggi. Il TAV è una truffa alle finanze dello Stato e dell’Europa, come ha detto il Presidente della Repubblica “fermiamo le grandi opere e spendiamo i soldi per mettere in sicurezza il territorio”, gli edifici pubblici, le scuole, gli ospedali, le opere d’arte! Dirottare i fondi in questa direzione significa davvero dare lavoro a tutte le piccole e grandi imprese per decine e decine di anni. E’ vero che si foraggiano meno i partiti e la mafia ma si salvano anche le finanze dello Stato, l’ambiente, l’avvenire dei figli e dei nipoti: i recenti disastri dell’Aquila, di Viareggio, di Messina non possono essere dimenticati. Noi in ogni caso non li dimentichiamo. I sondaggi sono l’inizio del

TAV (o Nuova Linea Torino Lyon) ed è nostro dovere impedirli, come sempre.

31 ottobre 2009 FIACCOLATA DI HALLO WIN NO TAV

Partenza da CONDOVE piazza del municipio ore 20,30 Arrivo a SANT’ANTONINO piazza del mercato - Servizio navetta per il ritorno a Condove

NESSUN TAV NESSUN SONDAGGIO

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Ott 23

Quando psichiatria e psicologia servono a reprimere la lotta sociale

Vi ricordate della vicenda della commessa esselunga malmenata e costretta a pisciarsi addosso durante l’orario di lavoro? Il pm ha chiesto l’archiviazione perchè in base ad una perizia psichiatrica la commessa, italoperuviana, sarebbe risultata psicologicamente sofferente e tendente all’autolesionismo.

Siamo a milano: da un lato c’è una donna che piena di lividi è andata a fare denuncia per mobbing e maltrattamenti sul lavoro e dall’altra c’è una grande azienda che si è subito preoccupata del grave danno all’immagine che una storia di questo tipo poteva procurare.

A sostenere la donna la Uil, sindacato del quale tutto si può dire meno che sia noto per la sua azione radicale.

Nelle cause per mobbing - momento in cui si analizza il danno biologico causato da un datore di lavoro ai danni di un@ dipendente - si ricorre spesso alla perizia psichiatrica perchè lo stress, le malattie psicosomatiche, le conseguenze psicologiche e dunque anche fisiche, tutti i mali ricavati dal mobbing professionale vengono configurati come appartenenti al quadro psichiatrico. Di conseguenza molto difficili da dimostrare e generalmente risolvibili in fase di conciliazione se il datore di lavoro la propone.

In questo caso c’era anche la denuncia per maltrattamenti fisici e - forse - la conciliazione era improponibile. Oltretutto a seguito dello scandalo immaginiamo che esselunga volesse piena e pubblica soddisfazione fino ad arrivare al punto da togliere ogni credibilità alla denunciante.

I sindacati che aiutano lo svolgimento di queste vertenze spesso consigliano di non procedere nella causa per mobbing e di portare avanti accuse plausibili, dimostrabili. Questo avviene negli infiniti casi di lavori con contratti a progetto durante i quali i dipendenti e le dipendenti subiscono pressioni spesso fortissime e nessuna gratificazione. Si predilige la vertenza che rileva le incongruità, le scorrettezze, le illegalità sul piano contrattuale. Se il/la sindacalista è brav* si arriva alla conciliazione, la ditta paga, la dipendente incassa ed è obbligata a firmare un documento in cui dichiara che non esigerà mai alcunchè per il danno biologico.

Il danno biologico sul lavoro, il mobbing, è una forma di molestia morale. Mettetela a confronto con una molestia sessuale e scoprirete decine di analogie. In entrambi i casi si tende a dimostrare che la persona denunciante mente, ha problemi psicologici, delira, non ha capito bene, è un po’ pazza o lo è completamente, è paranoica, ha manie di persecuzione, è autolesionista, lo fa per vendetta. In entrambi i casi il fatto giudicato non è oggettivo, non si può dimostrare perchè quello che viene sottratto non è un bene patrimoniale tangibile ma qualcosa di immateriale che non si mangia e non si tocca, dunque per la nostra giurisprudenza ha meno valore o non ne ha affatto. In entrambi i casi a rimetterci è sempre la persona molestata perchè il quadro legislativo tutela il molestatore.

Immaginate di fare un duro lavoro che vi procura enorme stress, con un boss che vi mobbizza e che vi fa venire la psoriasi, macchie sul corpo, forme di allergie autoimmuni, ansia, attacchi di panico, senso di oppressione, dipendenze da farmaci, abbuffate nervose, obesità, bulimia, anoressia. Immaginate poi di incontrare dei medici che vi diranno che il problema non è il lavoro, il boss, lo stress, la vita al limite dell’impossibile, la difficile conciliazione dei tempi di vita, ma è il modo in cui affrontate tutto questo. Vi prescrive del prozac (puro veleno dalle conseguenze gravissime) e voi, felicemente, dovreste continuare ad essere quello che gli altri pretendono voi siate.

Immaginate un mondo che vi rimette a posto ogni volta che fate una rivendicazione. Un mondo che vi da dell’esaltata estremista quando dici che il tuo stipendio da fame non ti basta per sopravvivere e che l’orario di lavoro non ti permette neppure di esistere. Immaginate un mondo in cui il datore di lavoro ogni volta che voi gridate per rivendicare diritti vi dice che siete fortunate perchè c’è la crisi e dovete considerarvi amiche degli imprenditori che si arricchiscono sulla vostra pelle perchè se non siete amici loro ti mandano a quel paese e rifanno i contratti (separati) come gli pare e piace. Immaginate un mondo che psichiatrizza le persone che lamentano difficilissime condizioni di lavoro e avrete descritto il nostro tempo. Avrete descritto l’italia.

A proposito: la svolta autoritaria che si serve della psicologia e della psichiatria di regime per soffocare e reprimere il dissenso non è certo rivolta esclusivamente alle lavoratrici e ai lavoratori.

Prendi un giornale che non lo legge nessuno e che sta un po’ di qua e un po’ di la’, aggiungi una delirante lettera che sembra opera di soggetti, quelli si pericolosi, attualmente - romanzescamente immaginiamo -impegnati in una nuova strategia della tensione (vedi la questione dell’attentato a milano, utilizzato furbescamente dai media come fosse la punta di una enorme frangia di terrorismo islamico presente in italia), impasta con il giornalismo che da destra al centro/sinistra aizza il pubblico e insegna ad odiare il nemico (che spreco di energie) invece che elaborare il modo affinchè quel nemico non abbia più un terreno sociale e politico sul quale agire, condisci tutto con l’illuminato parere del solito psico-destrorso-reazionario che riduce la rivendicazione e la lotta sociale a psicosi collettiva, e si ottiene uno stato autoritario con una opposizione parlamentare perfettamente funzionale al sistema e una opposizione extraparlamentare delegittimata, troppo intenta a cercare visibilità per i singoli leader e priva di risorse economiche e della forza necessaria per produrre un cambiamento culturale degno di questo nome.

Nel frattempo una donna di capoverde ha visto morire suo figlio perchè l’enel - società elettrica che regna priva di concorrenza in italia e che nella bolletta ci fa pagare investimenti sul nucleare da un tot di anni - le ha tagliato la luce e lei ha tentato di riscaldare la casa con un sistema che ha prodotto esalazioni mortali. Sarà una psicosi e una sofferenza psicologica anche quella di questa donna o oggettivamente lo stato italiano con le sue leggi e con la sua discriminazione contro stranieri e poveri le ha procurato un danno?

http://femminismo-a-sud.noblogs.org

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Ott 23

nel paese della bugia, la verità è una malattia Gianni Rodari

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Ott 21

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Ott 21

Le belle parole del Procuratore Grasso al TG3 per noi purtroppo sono amare come il fiele

Intanto perché troppe bugie abbiamo ascoltato in questi anni,mentre cercavamo giustizia completa per la morte dei nostri parenti, e  perché le conseguenze delle quali il PNA parla oggi con grande semplicità, noi le abbiamo pagate tutte e senza sconti.

Non ci interessa se si è cercato di fermare una deriva stragista con interlocutori credibili, e ancora meno ci interessa se  non si è riusciti a non riconoscere a ?cosa nostra?, malgrado lo sforzo,  un ruolo tale da essere a livello di trattare con lo Stato.

Quella sbagliata e vigliacca trattativa giocata tutta sulla pelle dei nostri figli, non solo ha avuto conseguenze dolorosissime , ma è stata la dimostrazione della totale impotenza dello Stato contro la mafia.

Impotenza che permane ancora oggi e lo sanno tutti benissimo, visto come sono trattate le nostre vittime.

Si dimettano quindi come primo provvedimento da qualunque incarico pubblico e politico, quanti hanno messo a punto una trattativa più che ignobile con la mafia  e quanti erano a conoscenza della trattativa con ?cosa nostra? già dal 1992 e si sono chiusi in omertosi opportunistici silenzi per sedici anni.

Da questo momento in poi dedicheremo tutte le nostre forze, a cercare di perseguire attraverso la legge,  quanti sono responsabili in Italia insieme alla mafia della morte dei nostri parenti.

Diciamo altresì che rivelare oggi dopo 16 anni una trattativa nei termini nei quali l?ha rivelata il PNA Grasso, ovvero dire :

?Era un momento terribile , bisognava, cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone

I contatti servivano a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Ma il problema era quello di non riconoscere a ?cosa nostra? un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato,  ma non c?è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative che poi ha creato ulteriori conseguenze?

E? una cosa che nessuno ci farà mai ingoiare per il quieto vivere di certi uomini dello Stato, i quali dovrebbero non solo cambiare mestiere , ma vergognarsi di indossare una divisa, una toga, di nascondersi dietro ad un simbolo politico, ad una carica istituzionale.

E ancora di più dovrebbero vergognarsi di aver nascosto per sedici anni a delle madri i nomi di chi ha ucciso i propri figli, ma soprattutto i nomi di chi li ha lasciati uccidere, perché dovevano tenere nascosta una vergognosa trattativa andata  male.

Ammesso e non concesso che tutto questo sia la verità , perché a questo punto potrebbe benissimo essere ancora un tentativo per riallungare quella coperta che per troppi ormai insistiamo è davvero corta, siamo stanchi di bugie e mezze verità, meritiamo rispetto e invece sentiamo solo intorno a noi desolante isolamento.

Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli

Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

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Ott 21

OTTOBRE 2009: ALL’AQUILA E’ EMERGENZA UMANITARIA

Facciamo appello a tutti coloro che in Italia hanno dimostrato sensibilità a quanto qui è successo e continua ad accadere.

A chi ha mantenuta alta l’attenzione sul dramma che ha colpito il nostro territorio e sulla gestione del post sisma.

Oggi, il 18 di ottobre, all’Aquila fa freddo. Siamo nella fase più drammatica, la notte già si sfiorano i -5°C ed andiamo incontro all’inverno, un inverno che sappiamo essere spietato.

Le soluzioni abitative, promesse per l’inizio dell’autunno, non ci sono. Circa 6000 persone sono ancora nelle tende.

Meno di 2000 persone sono finora entrate negli alloggi del piano C.A.S.E o nei M.A.P.

La maggior parte degli aquilani sono sfollati altrove in attesa da mesi di rientrare. Ora, con lo smantellamento delle tendopoli altre migliaia di persone sono state allontanate dalla città e mandate spesso in posti lontani e difficilmente raggiungibili.

Noi, definiti “irriducibili”, siamo in realtà persone che (come tutti gli altri) lavorano in città, i nostri figli frequentano le scuole all’Aquila, molti non sono muniti di un mezzo di trasporto, altri possiedono terreni od animali a cui provvedere. Siamo persone che qui vogliono restare anche per partecipare alla ricostruzione della nostra città.

Da oltre sei mesi viviamo in tenda, sopportando grandi sacrifici, ma con questo freddo rischiamo di non poter più sopravvivere.

Se non accettiamo le destinazioni a cui siamo stati condannati (che sempre più spesso sono lontanissime) minacciano di toglierci acqua, luce, servizi.

Oggi, più di ieri, abbiamo bisogno della vostra solidarietà.

Gli enti locali e la Protezione Civile ci hanno abbandonati. Secondo le ultime notizie che ci giungono i moduli abitativi removibili che stiamo richiedendo a gran voce da maggio, forse (ma forse) arriveranno tra 45 giorni.

Oggi invece abbiamo bisogno di roulotte, camper o container abitabili e stufe per poter assicurare una minima sopravvivenza. Visto che le nostre richieste alla Protezione Civile e al Comune non sono prese in minima considerazione chiediamo a tutti i cittadini italiani un ulteriore sforzo di solidarietà.

E abbiamo anche bisogno di non sentirci soli.

Per questo vi chiediamo di organizzare dei presidi nelle piazze delle città italiane per SABATO 24 OTTOBRE portando nel cuore delle vostre città delle tende per esprimere concretamente solidarietà a noi 6000 persone che viviamo ancora nelle tende ad oltre sei mesi dal sisma.

Un altra emergenza è cominciata oggi. Non dettata da catastrofi naturali ma dalla stessa gestione del post sisma, da chi questa gestione l’ha portata avanti sulla testa e sulla pelle delle popolazioni colpite.

Alcuni abitanti delle tendopoli sotto zero

Per donazioni e contatti:

emergenzaottobre2009@gmail.com

3391932618

3470343505

da Italo Di Sabato - Osservatorio sulla repressione

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Ott 21

I «pacchi» natalizi di Berlusconi

Due annunci in due giorni: cantieri aperti il 30 novembre per la Tav e il 23 dicembre per il Ponte. Ma la Val di Susa non ci pensa proprio, mentre per la grande opera sullo stretto mancano sia il progetto che i soldi

«Non vorremmo che, pur di aprire un qualche cantiere, si spacciasse la realizzazione della bretellina ferroviaria di Cannitello [1-2 chilometri di linea] in Calabria, opera connessa al ponte, come l’inizio dei lavori. Sarebbe una beffa che, in qualche modo, tende a nascondere il danno già fatto a Calabria e Sicilia dirottando 1,3 miliardi di euro di fondi Fas destinati al sud a un’opera irrealizzabile per vincoli tecnici, economico-finanziari e ambientali, invece che destinarli al risanamento del territorio». E’ il commento del Wwf all’ultimo annuncio riguardante il Ponte sullo Stretto, fatto da Berlusconi due giorni fa a proposito dell’avvio dei lavori il 23 dicembre, alla vigilia di Natale. Una ipotesi improbabile, dice l’associazione, per almeno tre motivi: «non esiste ad oggi non solo un progetto esecutivo che consenta di aprire i cantieri del ponte, ma nemmeno il progetto definitivo che serve a completare la procedura di valutazione di impatto ambientale; si devono ancora rivedere e aggiornare i valori dell’offerta del general contractor [Gc] e le convenzioni tra la concessionaria pubblica Stretto di Messina Spa e il Gc capeggiato da Impregilo, che ha vinto la gara sulle progettazioni definitiva ed esecutiva e la realizzazione del ponte e delle opere connesse, sulla base di un maxiribasso che stimava il costo dell’opera 3,9 miliardi di euro, mentre il costo stimato dal Servizio studi della camera dei deputati 6, 3 miliardi di euro; infine, il governo non ha risorse per realizzarlo», riassume Stefano Lenzi, responsabile del settore legislativo del Wwf Italia, che la vicenda del Ponte la conosce a menadito.

Un «dettaglio» fondamentale quello della indisponibilità delle risorse necessarie: a oggi il governo, con la delibera del Cipe del 6 marzo scorso, ha destinato al Ponte 1,3 miliardi di euro, mentre l’opera costa cinque volte di più. In aggiunta, questi fondi non sono neppure immediatamente disponibili, ma «saranno centellinati di anno in anno dal Cipe, come stabilito dall’ultimo decreto anticrisi, decreto legge n. 185 del 2008», ricorda ancora il Wwf, che ha ricostruito la storia dell’opera in un breve dossier [www.wwf.it], che è anche la storia dei governi, da una parte, e delle mobilitazioni, dall’altra, degli ultimi sei anni. Fra le altre, vale la pena ricordare che il governo Prodi, a fine 2006, aveva cancellato il ponte sullo Stretto di Messina e dirottato la quota di 1.400 milioni di euro [in precedenza destinata alla ricapitalizzazione della Stretto di Messina Spa] ad altre infrastrutture e ad opere di tutela dell’ambiente e difesa del suolo in Sicilia e Calabria. Prima, il 14 ottobre, c’era stata a Roma una importante manifestazione nazionale contro la legge Obiettivo e le grandi opere, organizzata da movimenti territoriali [innanzitutto i NoTav della Val di Susa] e associazioni ambientaliste, insieme a Carta.

E proprio la Tav è l’oggetto del secondo annuncio in due giorni, con cui il governo prepara un pessimo periodo natalizio. «Entro la fine di novembre inizieranno i sondaggi geognostici per la definizione del progetto preliminare della Torino-Lione concordato con il territorio – ha detto ieri il ministro delle infrastrutture, Altero Matteoli, in occasione della conferenza stampa di presentazione del vertice sulle reti infrastrutturali trans europee, in programma a Napoli il 21 e 22 ottobre – Lunedì ci sarà una riunione a Torino all’Osservatorio della Torino-Lione per decidere i lavori propedeutici da far partire subito». Il ministro deve essersi distratto in questi ultimi tempi, altrimenti non parlerebbe di accordi con il «territorio»: in Val di Susa non solo non ci pensano proprio ad accettare l’alta velocità, ma i Notav hanno convinto molti esponenti locali del Pd dell’insensatezza dell’opera, tanto da provocare un terremoto dentro al centrosinistra piemontese, avvertito anche a livello nazionale.

Anna Pacilli

www.carta.org

[16 Ottobre 2009]

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Ott 21

Ma così pagano tutti i lavoratori

Oggi, stiamo attraversando un periodo difficile per il paese: la crisi economica, finanziaria e sociale con le sue pesanti ricadute sul mondo del lavoro e i lavoratori è sotto i nostri occhi. Il governo non sa fronteggiare la crisi con le politiche di sostegno al reddito, alla famiglia e rende più difficile la vita delle persone colpite dalla crisi. Nella società si sono perse le dimensioni del passato e del futuro. La memoria storica e le generazioni future non occupano più il pensiero della gente, tutto è declinato al presente, come se fosse l’inizio e la fine di tutte le questioni. Gli smarrimenti di appartenenza che nascono da un mondo così globalizzato trovano risposte nei localismi. Si inventano identità come quella “padana”, che non è mai esistita e non ha nessuna giustificazione storico-sociale.

In una siffatta società diventa facile spargere la paura per il diverso e inventare capri espiatori per tutto quello che non funziona in questo paese, dalla sicurezza alle politiche economiche e di welfare. Oggi c’è il rischio che questa paura diventi l’odio verso il diverso.

I provvedimenti e l’azione del governo sull’immigrazione si basano sostanzialmente sull’elemento del ricatto e sull’emarginazione dei migranti sia nella società, che nel mondo del lavoro. Prima viene negato all’immigrato il riconoscimento dei suoi diritti di cittadinanza e di quelli politici come diritto al voto amministrativo; poi egli viene identificato dal governo come la causa di tutte le disfunzioni che non può o non vuole risolvere per propria incapacità. C’è un problema di abitazioni? La colpa è degli immigrati. C’è un problema di sicurezza? La colpa è degli immigrati. Viene così approvato il cosiddetto pacchetto di sicurezza che per i suoi contenuti rappresenta il quadro di un paese in cui la civiltà e diritti umani vengono sacrificati ad una gestione ideologica dell’immigrazione, e si mettono in serio pericolo la democrazia e la solidarietà nella nostra società.

Questo provvedimento non risolve i veri problemi di sicurezza dei cittadini che sono la criminalità organizzata e le mafie. Al contrario, introducendo il reato di clandestinità può avere un impatto paralizzante sulle forze d’ordine e sul sistema giudiziario che devono garantire la sicurezza dei cittadini.

Anche nel mondo del lavoro la musica non cambia, a partire dal contratto di soggiorno previsto dalla Bossi-Fini, che lega la permanenza degli immigrati alla sussistenza del contratto di lavoro. Questo elemento qualifica le politiche del governo riducendo la sfera dei diritti di tutti lavoratori e colpendone un quarto, rappresentato dagli immigrati.

Se i nostri salari ci collocano al quattordicesimo posto in Europa dopo la Grecia, l’elemento di ricatto verso i lavoratori immigrati in che percentuale ha giocato nel ridurre i salari in Italia?

Tutte le ricerche e gli studi scientifici dimostrano come ad occupazione regolare e stabile corrisponda una maggiore solidità del sistema produttivo e una migliore condizione salariale. Anche la Banca d’Italia indica come nei paesi sviluppati il forte aumento dell’immigrazione registrato negli ultimi anni abbia avuto un effetto positivo sulla retribuzione media dei residenti. Negli Stati Uniti ad esempio i flussi migratori degli ultimi venti anni hanno avuto un effetto positivo sul salario medio. E lo stesso è avvenuto anche nel Regno Unito e nella Germania dopo la riunificazione. Al primo posto della difesa e della conquista dei diritti dei lavoratori, c’è il diritto ad una “buona occupazione”, regolare e non ricattabile. La realizzazione di questo circolo virtuoso equità-diritti-salario-contrattazione produce un chiaro vantaggio in termini di produttività da ridistribuire, sia in termini di investimenti per le imprese che di retribuzioni per i lavoratori. Perciò siamo certi di vedere in piazza oggi insieme tanti lavoratori e lavoratrici immigrati e autoctoni.

 

Kurosh Danesh

coordinatore Comitato Nazionale Immigrate/i-Cgil

 

Liberazione 

17/10/2009

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Ott 21

LISTE NERE E DIRITTI NEGATI

 

Per otto anni terrorista: ora non lo è più. È accaduto a Yussef Nada, italiano, accusato da Bush in persona di essere finanziatore di Al Qaeda. Lo scorso 23 settembre ha ottenuto dal Consiglio di sicurezza dell’Onu la cancellazione del suo nome dalla “black list”.

Youssef Nada, 75 anni, ingegnere, musulmano, socialista (come lui dichiara sul suo sito), banchiere e imprenditore, viveva a Campione d’Italia. Nel 2001 venne sospettato un suo coinvolgimento negli attentati alle Torri Gemelle e fu aperta dalla Svizzera un’inchiesta a carico della “Nada Management Organization”, società finanziaria con sede a Lugano di cui era presidente. Anche in Italia venne aperta un’indagine.

Questo spinse le Nazioni Unite a inserire il nome di Nada nella “lista nera” delle persone o entità legate al terrorismo. Nel 2005 la Svizzera chiuse le indagini per mancanza di prove e nel 2007 l’Italia fece altrettanto con la stessa motivazione.

Per otto anni, Youssef Nada fu costretto a vivere come in esilio in casa sua, impossibilitato a curarsi e a disporre dei suoi beni, mentre cercava disperatamente e con ogni mezzo di difendersi dalle accuse che gli erano state mosse. Particolarmente attivo nella vicenda era stato il consigliere agli Stati ticinese Dick Marty (PLR), che aveva lanciato una campagna contro gli abusi nella guerra al terrorismo. Ed ecco, venti giorni fa, la cancellazione del nome di Youssef Nada dalla lista nera.

Ma se questa vicenda ha avuto un lieto fine, se pur dopo otto anni, c’è un altro cittadino italiano, di cui vi ho già parlato da questa rubrica, Abou Elkassim Britel, detto Kassim, vittima della “guerra al terrore”. Dal 2002 Kassim ha subito arresti illegali, detenzioni in segreto, “extraordinary renditions”, torture fisiche e psicologiche, interrogatori violenti, un processo iniquo e viziato, carcere duro.

Da anni sua moglie Khadija si batte per ottenere giustizia; numerose associazioni, tra le quali Amnesty International, si sono occupate del suo caso, così come anche la Commissione e il Parlamento europeo. Avevo raccolto la sua richiesta d’aiuto e come europarlamentare avevo cercato di fare la mia parte, inviando due lettere al ministro Frattini, firmate anche da altri deputati italiani, nella quale ricordavo al governo come lo stesso emiciclo di Bruxelles, nella sua risoluzione del 14 febbraio 2007 rispetto alla «consegna straordinaria del cittadino italiano Abou Elkassim Britel, che era stato arrestato in Pakistan nel marzo 2002 dalla polizia pakistana ed interrogato da funzionari USA e pakistani e successivamente consegnato alle autorità marocchine» aveva invitato il «governo italiano a prendere misure concrete per la liberazione di Abou Elkassim Britel».

Ma Kassim è ancora detenuto, illegalmente, in Marocco.

Per saperne di più, vi consiglio di visitare

il blog http://kassimlibero.splinder.com

il sito www.giustiziaperkassim.net

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Ott 19

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Ott 19

Ho 53 anni e dal 7 marzo 2007 sono disoccupato ..

Ho un diploma universitario come terapista della riabilitazione della neuropsicomotricità dell’età evolutiva conseguito presso l’università di Roma. Per 18 anni ho diretto centri di riabilitazione per un’associazione privata. Costavo troppo e mi hanno messo alla porta, proprio ora che avevo stipulato un mutuo per l’acquisto della prima casa che perderò, proprio a distanza di una settimana dalla separazione dalla mia convivente,proprio ora che ho due figli da crescere, di sei e sette anni. In questi due anni e mezzo di disoccupazione ho provato di tutto, ma pare che per noi non cia proprio più spazio, non serve l’esperienza, non servano le capacità. Allora cerchi di tirar fuori dal tuo cilindro le risorse nascoste, quelle passioni che hai sempre avuto, ma non hai mai utilizzato nella vita “normale”. Da anni fotografo, e mi dicono che sono bravo, ma trovo anche lì tante porte chiuse.

Non fanno male i “no” al curriculum, ma il vuoto che lentamente ti si forma intorno. Cerchi conforto, cerchi amore, ma non puoi avere neanche quello perchè sei “disoccupato”, senza soldi, senza forze, un problema per gli altri.

Sale l’angoscia, guardi i figli e ti vergogni per quello che ora non vedono, ma domani capiranno.

Sebastiano Bucci

Link: http://ilrusso.blogspot.com

14.10.2009

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Ott 19

I GIANDUIOTTI AVVELENATI DI CATERINA  

In merito alla “denuncia” sullo sfascio in sanità di Caterina Ferrero, interviene il Consigliere Regionale di Rifondazione Alberto Deambrogio

“Le bugie di Caterina”. Così nel febbraio 2007 l’Assessore Valpreda bollava le maldestre esternazioni della Consigliera Ferrero sulla sanità. Allora Valpreda consigliava a Caterina di studiare e approfondire i temi per evitare brutte figure. Dopo due anni e mezzo l’aspirante alla poltrona sanitaria ci riprova, ma i contenuti della sua denuncia continuano a risultare infondati.

Il “copia incolla” di dati slegati e raccogliticci dimostra quanto strumentali e pretestuose siano le argomentazioni di coloro che, nel loro governo decennale della sanità, sono stati attraversati da continui scandali sfociati in arresti e condanne. Ferrero continua ad essere “neofita in sanità” come ebbe a dirle Valpreda, “e vittima delle sue stesse improvvisazioni”. Assente su quei temi quando era nella Giunta Ghigo, incapace ora di coniugare un corretto uso dei dati con un’azione politica che non sia strumentale e goffamente propagandistica.

Ci chiediamo se Ferrero farebbe più danni alla Sanità o al Bilancio, qualora dovesse mai ricoprire uno dei due incarichi. Infatti il clou della sua esternazione si esprime nel sommare, con dati campati in aria, i deficit dei vari anni! Eppure la Consigliera vota bilanci dal 1995. Se, come afferma, i risultati del “frutto di analisi dei numeri della sanità” sono questi c’è di che preoccuparsi davvero. Nel 2005, appena insediato il centro sinistra, venne certificato al 31/12 2004, un deficit complessivo di 964 milioni di euro lasciato in eredità dalla destra.

Ridicolo gridare all’aumento della spesa farmaceutica omettendo di dire che ciò è avvenuto per l’eliminazione, come promesso da Bresso, del ticket voluto da Ghigo e, ciò nonostante, il Piemonte continua ad essere Regione virtuosa nella spesa farmaceutica; ridicolo parlare di costi del personale in aumento, comparandoli con le altre regioni, se per il Piemonte si aggiunge l’aggravio del rinnovo dei contratti di lavoro che, per le altre regioni, non viene computato; ridicola la polemica dei tempi di attesa quando in Piemonte entro 30 giorni oltre l’80% delle visite specialistiche viene garantito nel rispetto degli standard fissati dal Ministero. Gli unici posti letto ridotti sono quelli della sanità privata, tanto amata da Ghigo, mentre è nota l’attivazione di oltre 3.000 nuovi posti letto per fronteggiare la situazione della popolazione anziana sempre sottovalutata dal centro destra dal 95 al 2005.

Piaccia o non piaccia a Ferrero è il Sole24Ore Sanità, non la Pravda, che colloca la Regione Piemonte al 4° posto nella graduatoria della sanità in Italia ben davanti alla Lombardia che rappresenta, per il centro destra, il modello per i tempi di attesa, a discapito dell’appropriatezza e della sicurezza dei cittadini. Accadeva a Milano, poco tempo fa, che, nella famigerata S. Rita, venivano operate le persone di 95 anni “per fare cassa”.

Infine è noto che anche gli orologi fermi segnano l’ora giusta due volte al giorno; Caterina nelle sue esternazioni è rimasta all’ora dell’orologio di Ghigo, fermo da anni e nascosto in cassaforte, quello ricevuto da Odasso.

Torino, 16 Ottobre 2009

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Ott 19

OTTO PROPOSTE PER COMINCIARE A CURARE SUBITO LA “SANITA’ MALATA”. A costo zero per venire incontro agli ammalati

1) Permettere l’accesso diretto alle prestazioni specialistiche di maggior necessità (visite ed esami di cardiologia, oculistica, dermatologia, ortopedia, ecografia, radiologia tradizionale, laboratorio, tac e risonanza magnetica, queste ultime in caso di patologie invalidanti ecc.) abolendo le prenotazioni presso i CUP (Centri Unici di Prenotazione). Tradotto: proponiamo che per una visita o un esame diagnostico necessario per giungere rapidamente ad una diagnosi e ad una terapia, non per un controllo, sia sufficiente che il medico di famiglia telefoni o contatti via-internet lo specialista. Nelle strutture in cui non si realizzi questa modalità di accesso, sia fatto divieto ai medici di esercitare la libera professione.

Vantaggi: i medici si parlano, i cittadini non aspettano e non vanno inutilmente al pronto soccorso, l’informatica cresce nel sistema, si evita il ricorso agli esami inutili (con conseguente controllo dell’appropriatezza delle prescrizioni).

Tempi di realizzazione: pochi giorni.

2) Accesso agli incarichi di struttura semplice e di struttura complessa solo per i sanitari che scelgono l’intramoenia. Tradotto: non può fare il primario e non può dirigere una struttura semplice chi fa la libera professione al di fuori della struttura pubblica.

Vantaggi: riduzione della commistione pubblico-privato.

Tempi di realizzazione: con una semplice delibera di giunta regionale, come già realizzato in Toscana.

3) Una lista di attesa unica per le prestazioni chirurgiche. Tradotto: un’unica lista per le prestazioni pagate dal Servizio Sanitario Regionale e per tutte quelle a carico del cittadino in libera professione.

Vantaggi: nel sistema sanitario non ci saranno più cittadini di serie A (che pagano) e cittadini di serie B (che non pagano).

Tempi di realizzazione: con una semplice delibera di giunta regionale, come già realizzato in Toscana.

4) Decadenza immediata dall’incarico di Assessore regionale alle Politiche della Salute e da Direttore Generale delle Aziende Sanitarie in caso di mancata riduzione del deficit.

Vantaggi: Individuazione delle responsabilità.

Tempi di realizzazione: Immediati (con delibera di giunta regionale).

5) Creare la cartella clinica informatica unica per ogni cittadino, consultabile su internet, cioè da ogni parte d’Italia e anche dall’estero.

Vantaggi:

a) fine delle peregrinazioni dei malati con buste cariche di esami spesso inutili;

b) informazione completa per i medici,

c) si evitano errori;

d) si evitano duplicazioni di esami;

e) si evitano richieste di esami non necessari;

f) si riducono le liste d’attesa per gli esami diagnostici più frequentemente richiesti;

g) si sviluppa l’informatica nel sistema;

h) controllo di qualità delle prestazioni: si prescrivono gli esami e le cure appropriate? Quanti ammalati guariscono?

Tempi di realizzazione: 6 mesi

6) Conoscere meglio la sanità per cambiarla. Progetto biennale per analizzare lo stato:

a) del parco tecnologico e il suo utilizzo;

b) della spesa sanitaria,

c) delle strutture,

d) del personale, (quantità, qualità, utilizzo)

e) dell’efficacia delle cure,

f) dell’efficienza dei percorsi ecc.

Vantaggi: Miglioramento della qualità del sistema, conoscenza dell’articolazione del sistema da parte di tutti e maggiore accessibilità; pianificazione dell’ammodernamento e del rinnovamento tecnologico, inserimento di giovani ingegneri, economisti, statistici, sociologi, giuristi, comunicatori ecc. nei controlli di gestione, aree finanziarie, ingegnerie cliniche, aree tecniche, unità di epidemiologia, uffici per le relazioni con il pubblico, direzioni sanitarie ed amministrative.

Tempi di realizzazione (partenza): tre mesi.

7) Raddoppiare il personale dei dipartimenti di prevenzione inserendo le competenze mancanti (soprattutto ingegneri, chimici, statistici, informatici, tossicologi ecc).

Vantaggi: meno morti sul lavoro, meno intossicazione generale della popolazione, meno patologie oncologiche e cardiovascolari ambientali.

Tempi di realizzazione: 6 mesi

8) Contrastare il consumismo sanitario attraverso:

a) campagne di informazione sui rischi da ricorso inappropriato alle radiazioni ionizzanti (soprattutto TAC) ed ai farmaci (400 ricoveri al giorno per effetti collaterali da farmaci in Italia);

b) programma di sviluppo della diagnostica per immagini non ionizzante (risonanze magnetiche e ultrasuoni)

Vantaggi: meno tumori da radiazioni e meno malattie da farmaci, meno esami inutili, più risparmio, meno attese per le prestazioni.

Tempi di realizzazione: 3 mesi

Queste semplici proposte, se realizzate, costituirebbero delle importanti novità nel Servizio Sanitario Regionale, dal momento che metterebbero al primo posto l’importanza dell’accesso dei cittadini alle prestazioni piuttosto che i piani e le ristrutturazioni organizzative dall’utilità puramente teorica.

Queste proposte possono essere liberamente diffuse e fatte proprie da chiunque le condivida.

16 Ottobre 2009

SALUTE PUBBLICA Ricerca documentazione in-formazione

Associazione di volontario

SOTTOSCRIVI L’APPELLO inviando l’adesione a info@salutepubblica.org

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Ott 19

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Ott 19

Drammatica lettera da un campo «Non deportateci dall’Aquila!»

Questo articolo è stato scritto dalla popolazione del campo Globo, una delle 60 tendopoli ancora aperte, per richiamare l’attenzione di tutti voi lettori per far conoscere una situazione emersa dopo sei mesi trascorsi in tenda.

Dopo questo lungo periodo, ci è pervenuta una lettera scritta dal Sindaco e dalla Protezione Civile in cui ci viene comunicata l’imminente chiusura delle tendopoli. Non c’è una data precisa, nei campi le voci girano velocemente, aumentando la nostra insicurezza. Si parla del 20 ottobre come giorno dello smantellamento ma la maggior parte delle voci è certa che avverrà poco più tardi, a fine mese.

A seguire, ogni famiglia ospitata ha ricevuto la proposta di una destinazione provvisoria fino alla successiva consegna dei moduli abitativi (le famose case delle “new town”, ndr). La graduatoria per l’assegnazione di questi è stata comunicata già da tempo ma molte persone, soprattutto le persone sole, i single, sono state «provvisoriamente» escluse per la carenza di alloggi.

Qualche settimana fa la Protezione Civile ha ascoltato ogni residente delle tendopoli per conoscere le necessità, lavorative o altre, di ciascuno per poter valutare le problematiche prima di poter decidere la nostra destinazione, come se fossimo degli oggetti da poter spostare da una parte all’altra a loro piacimento.

Dopo il danno, la beffa. Infatti la Protezione Civile ci ha comunicato le destinazioni. Per le persone che avevano avuto la fortuna di rimanere a L’Aquila, la struttura che li avrebbe accolti era dislocata a Campo Felice a ad Ovindoli, ossia zone sciistiche, lontane dai 30 ai 40 km dalla città, dove già ieri notte è comparsa la prima neve. Altre destinazioni proposte sono state: Sulmona, Avezzano, Rocca di Mezzo, Tagliacozzo, tutte nel raggio di oltre 50 km, Giulianova, Silvi Marina e altre zone di mare ancora più distanti e collegate con difficoltà al capoluogo.

Le persone ospitate nelle varie tendopoli non sono d’accordo perché dopo aver sopportato tanti disagi, le autorità hanno deciso di far tornare in città le persone che dal 6 aprile hanno trascorso mesi in albergo fuori L’Aquila, vivendo una vita certamente diversa dalla nostra, assegnando loro case o alberghi in città e ora vogliono spostare noi sulla Costa.

La scelta di rimanere a L’Aquila, anche in una tenda, è stata dettata da esigenze lavorative, di studio ma anche dal desiderio di non abbandonare la nostra città, già duramente colpita, oltre che dal terremoto e dalle vittime, anche dalla distruzione della città universitaria e la conseguente drastica riduzione di studenti (e quindi dalla perdita economica che ne consegue).

A fronte delle proposte fatte, la nostra richiesta è stata quella di lasciare le tendopoli aperte fino alla consegna delle case. La risposta è stata che se non accettiamo le destinazioni, entro fine mese, ci concederanno la possibilità di rimanere nelle tende ma verremo privati dei servizi igienici, di acqua, luce e mensa. La motivazione che ci è stata data per la chiusura delle tendopoli è quella del maltempo che oramai è alle porte, ma noi questa situazione l’abbiamo già vissuta nei mesi di aprile, maggio e giugno in cui a causa delle grandi piogge e grandinate molte tende si sono allagate e crollate eppure nonostante ciò abbiamo resistito.

La nostra richiesta, in definitiva, è concederci la possibilità di rimanere a L’Aquila, in albergo o in tenda, in modo da evitare che le persone che dal 7 aprile hanno ripreso il lavoro - spesso al nero, in condizioni di scarsa sicurezza e malpagate, senza la possibilità di dimostrarlo e perciò senza ottenere punteggio in graduatoria - per cercare comunque di ritrovare la normalità della vita dopo questo disastro, non debbano affrontare con questo spostamento altri disagi, come ad esempio ore di viaggio con le strade gelate o con la neve.

Non dimentichiamo che alcuni nostri concittadini, precedentemente ospitati e degnamente assistiti nella tendopoli di Piazza d’Armi, sono ormai da diverso tempo in condizioni precarie in seguito alla chiusura del campo e abbandonati a loro stessi per aver rifiutato le destinazioni che li avrebbero portati fuori L’Aquila. Vogliamo evitare che tutto questo accada anche a noi.

Ringraziamo il nostro sindaco per non aver mai visitato le varie tendopoli, ad eccezione di quelle di Paganica e Onna, non tenendo conto che altre persone rimaste in vita e chiamate ad affrontare una situazione più grande di loro, vorrebbero tornare a vivere.

Speriamo con questa lettera di far comprendere a chi ha il potere di decidere del nostro futuro, anche se breve, che il popolo aquilano ha bisogno di rimanere unito e non di essere diviso.

Ringraziamo il direttore di Liberazione per aver accettato di pubblicare il nostro articolo. Per ultimo vogliamo ringraziare tutte le persone che hanno reso questo periodo della nostra vita meno tragico alleviando le sofferenze intorno a noi. Ringraziamo il Reggimento San Marco, la Marina Militare, l’Esercito Italiano, gli Alpini, i Volontari, l’Avis e anche tutti coloro che hanno contribuito con una donazione economica alla ricostruzione dell’Aquila e del nostro futuro.

T.P., studentessa, 26 anni

Liberazione 16/10/2009

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Ott 17

Il numero di aborti scende, ma non grazie ai divieti

L’aborto? Vietarlo non serve. A dirlo non sono i comitati pro scelta della donna, ma una ricerca dell’Guttmaher Institute su 197 Paesi. I dati parlano chiaro e smentiscono l’idea che introdurre restrizioni feroci all’interruzione di gravidanza non ha nessun effetto sulla salvezza di quelle che i crociati anti-abortisti di tutto il mondo chiamano vite umane.

Il primo dato è che il numero globale di interruzioni della gravidanza è in calo costante. Un bene, perché questo significa che l’educazione sessuale all’uso di metodi di contraccezione fa passi in avanti. Negli otto anni tra 1995 e 2003 (ultimo anno su cui esistono dati mondiali) il numero di interruzione delle nascite è calato da 45.5 milioni a 41.6 milioni, nonostante la popolazione mondiale sia cresciuta - la percentuale di aborti per donna sul pianeta è dunque calata ancora di più.

Ciò che non cambia è la quantità di aborti nei Paesi in cui le leggi lo impediscono. Al momento circa il 40 per cento delle donne del mondo vivono in Paesi o aree in cui non hanno diritto di scegliere se portare avanti una gravidanza o meno. In Africa e America Latina questa percentuale tocca il 90 per cento. Tra 1997 e 2007 la Polonia, il Nicaragua e El Salvador hanno adottato nuove politiche in materia. Molto più restrittve che in passato. A cosa sono servite? A nulla, come nell’Italia degli anni 60, le donne ricorrono alle mammane locali, aumentando i rischi per la propri salute. Ogni anno, stima il rapporto pubbicato dal Guttmacher Institute sono 70mila le donne che muoiono a causa di aborti clandestini. Queste lasciano 250mila orfani l’anno. Un bel record per gli amanti della famiglia e del diritto alla vita.

Non sono solo i divieti a creare problemi: lo scarso accesso alle strutture santarie e i costi rendono facile il ricorso ad aborti non sicuri anche nei Paesi in cui l’interruzione di gravdanza non è vietata.

L’ultimo aspetto è relativo all’accesso alla contraccezione. In Olanda, dove non esistono grandi tabù e se ne parla a scuola, il numero di aborti è pari a 10 per mille donne, contro la media mondiale di 29 per 1000.

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Ott 17

LIBERIAMO I TOSSICODIPENDENTI!

Le carceri italiane hanno rotto il muro del silenzio. I detenuti ammassati nelle celle hanno protestato contro la loro condizione. Oggi quasi 65.000 uomini e donne sono reclusi oltre ogni limite di capienza, per cui anche il Ministro della giustizia lamenta la situazione delle galere come fuori dalla Costituzione.

Il sovraffollamento non avviene per caso, ma a causa di leggi che hanno un nome (la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, quella sull’immigrazione e la legge Cirielli sulla recidiva) e per reati di irrilevante offensività sociale, come quello recentemente reintrodotto di oltraggio a pubblico ufficiale.

Da sola la legge sulle droghe riempie per la metà le carceri italiane. Anche gli autori della legge più punitiva dell’Europa unita si sono affannati in questi anni a sostenere che le persone tossicodipendenti non devono stare in carcere; invece accade il contrario.

L’affidamento speciale previsto per i tossicodipendenti può essere concesso quando la pena detentiva inflitta o residua non sia superiore a sei anni.

Sono oggi almeno diecimila i detenuti che si trovano in questa situazione ossia che stanno in carcere ma potrebbero usufruire di questa misura alternativa sulla base di un programma da intraprendere in comunità o presso il servizio pubblico. Un detenuto affidato in comunità costa più o meno 18 mila euro annui (all’amministrazione penitenziaria costa il triplo). Con 180 milioni di euro a disposizione le regioni italiane potrebbero pagare le rette in comunità per diecimila detenuti tossicodipemdenti oggi inspiegabilmente in carcere. Con la stessa cifra si costruirebbero al massimo tre carceri che darebbero spazio a circa 600 detenuti nel 2019 (dieci anni è la media italiana di tempo per la costruzione di un nuovo istituto). Se usati invece per liberare i tossicodipendenti si darebbe l’avvio a un processo di vera decongestione del sistema penitenziario.

Chiediamo ai responsabili del Governo e delle Regioni di predisporre un piano immediato di risorse, a partire da quelle inutilmente congelate da troppi anni nella Cassa delle ammende, per garantire l’applicazione delle norme previste per l’affidamento speciale dei detenuti tossicodipendenti e ogni altra misura idonea a potenziare il circuito delle misure alternative alla detenzione.

Chiediamo una applicazione estesa delle misure alternative, dal lavoro esterno alla semilibertà, attraverso un piano di lavori socialmente utili, impegnando le persone nella tutela dell’ambiente, del verde pubblico, nell’agricoltura, nelle zone di montagna abbandonate.

La risposta non può essere affidata all’edilizia penitenziaria, alla costruzione di nuove carceri, alla faraonica pretesa di costruire per il 2012 quindicimila nuovi posti nelle carceri italiane, dissipando ingenti risorse economiche per un risultato che già oggi sarebbe insufficiente a ricondurre nella legalità le carceri italiane.

Pretendiamo piuttosto la ristrutturazione del patrimonio esistente per renderlo coerente con i principi definiti con chiarezza assoluta dalla Costituzione per definire il senso della pena e per garantire la risocializzazione, nel rispetto dei diritti previsti dalla Riforma penitenziaria del 1975 e dal regolamento del 2000, affinchè la pena sia scontata in condizioni di umanità e dignità come previsto dalle Convenzioni internazionali.

Questo non vuole essere un generico appello, ma il primo anello di una catena di azioni pubbliche e collettive per rivendicare l’urgenza di impegni concreti e credibili.

Il Governo, le Regioni e gli enti locali possono e devono costruire una manovra coordinata per predisporre un calendario operativo di dimissioni di tutti i detenuti che, a vario titolo, hanno diritto alle misure alternative coinvolgendo associazioni, volontariato, comunità disponibili al cambiamento possibile.

Promosso da: Forum Droghe, Antigone, Gruppo Abele, Arci, La Società della Ragione, Ristretti Orizzonti, Comunità San Benedetto al Porto, Coordinamento nazionale dei Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale, Conferenza nazionale volontariato giustizia, Cnca nazionale, Seac (Coordinamento enti e associazioni volontariato penitenziario), Fondazione Basaglia, Cooperativa Cat (Firenze)

Prime adesioni: Stefano Anastasia, Beatrice Bassini, Paolo Beni, Rita Bernardini, Stefano Bertoletti, Giorgio Bignami, Gianluca Borghi, Giuseppe Bortone, Stefano Cecconi, Claudio Cippitelli, Luigi Ciotti, Maurizio Coletti, Franco Corleone, Sandro Del Fattore, Andrea Gallo, Maria Grazia Giannichedda, Patrizio Gonnella, Leopoldo Grosso, Franco Marcomini, Sandro Margara, Bruno Mellano, Patrizia Meringolo, Mariella Orsi, Pier Paolo Pani, Livio Pepino, Morena Piccinini, Stefano Regio, Susanna Ronconi, Fabio Scaltritti, Sergio Segio, Maria Stagnitta, Franco Uda, Stefano Vecchio, Grazia Zuffa

Per aderire vai su www.fuoriluogo.it/blog

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Ott 17

Rifiuti di stato sotto il mare

 

Il relitto di Cetraro, lentamente, sta ritornando nel buio dei fondali. I 500 metri di profondità che lo hanno nascosto per diciassette anni si allungano, diventano inaccessibili. Il rischio del silenzio è dietro l’angolo. Eppure è lì. Eppure nessuno ha smentito la storia delle navi dei veleni. Anzi, man mano che gli archivi risalgono in superficie la lista delle conferme si allunga, si rinsalda.

La prima notizia è pessima: i rifiuti pericolosi al largo di Cetraro ci sono. Due aree vicine alla zona del ritrovamento del relitto dello scorso 12 settembre - una un po’ più a nord, l’altra più a est, vicina alla costa - sono contaminate da metalli pesanti: arsenico, cobalto, alluminio e cromo. Tutte sostanze che non possono provenire dalla costa, dove non esistono industrie. Tutte sostanze, quindi, che qualcuno ha gettato in mare.

Non si tratta di studi del governo arrivati in questo mese di attesa. L’individuazione dei residui è del 2006 ed è riportata in una ordinanza della Capitaneria di Porto di Cetraro, la 03/2007. Il documento indica due quadrilateri, vietando la pesca a strascico nelle zone contaminate. La Marina militare, dunque, sapeva dell’esistenza di rifiuti tossici al largo di Cetraro da almeno tre anni. Peccato che quando il procuratore di Paola chiese aiuto per individuare il relitto la risposta fu evasiva: non abbiamo navi da inviare.

E il consulente della Mitrokhin?

C’è poi una seconda notizia, passata inosservata, riportata solo dai quotidiani della Calabria. Sulle navi a perdere è intervenuta una fonte autorevole, l’ammiraglio Bruno Branciforte, da poco a capo dell’Aise - i servizi segreti militari - convocato dal Copasir, il comitato parlamentare per il controllo dei servizi segreti. Secondo quanto riportato dal quotidiano Calabria ora, l’ammiraglio ha confermato l’esistenza di almeno 55 navi utilizzate - in vario modo - per il trasporto illegale di rifiuti. La questione doveva poi essere approfondita in un’altra audizione dedicata, ma di rinvio in rinvio non se ne è saputo più nulla. Eppure le domande da fare a Branciforte non mancano: perché fin dal 1995 si parla di interventi più o meno velati dei servizi segreti nella questione senza, però, avere mai una risposta chiara? E che ruolo hanno avuto personaggi come Scaramella - il mitico consulente della commissione Mitrokhin - o come Aldo Anghessa, apparsi varie volte nelle inchieste degli anni Novanta sulle navi?

Tutto tace

Il silenzio, intanto, è sceso anche sull’inchiesta giudiziaria. A metà settembre il procuratore di Paola Bruno Giordano ha dovuto passare tutte le carte alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il pentito Francesco Fonti, con le sue dichiarazioni alla stampa, ha accusato direttamente la ‘ndrangheta di tre affondamenti, tra i quali quello del relitto al largo di Cetraro. Fonti è andato, però, oltre, individuando i possibili mandanti ai più alti livelli in diverse interviste. Ed è quindi sconcertante che ancora non abbia deposto davanti ai magistrati, mentre il programma di protezione - che era stato sospeso negli anni scorsi - non è stato ancora riattivato. E come spesso accade in Calabria, i fatti vengono avvolti da una sorta di opacità, che impedisce di capire cosa stia accadendo. Tre magistrati di Catanzaro - Lombardo, Borrelli e Pignatone - lo hanno in realtà convocato nei giorni scorsi a Roma, presso la sede della Direzione nazionale antimafia. Quel giorno, però, l’avvocato di Fonti, Claudia Conidi, era impegnata in un altro processo. «Avevo avvisato i magistrati della Dda con un fax - spiega - ma hanno voluto fare lo stesso l’interrogatorio». Francesco Fonti, a quel punto, non ha voluto proseguire. «Si è sentito insicuro, senza un avvocato di fiducia - continua l’avvocato Conidi -, senza ancora un programma di protezione». E l’attesa deposizione è saltata. Il problema è che - secondo il legale del pentito - i magistrati di Catanzaro non avrebbero intenzione di risentirlo, almeno per il momento. «Il procuratore Borrelli - spiega il legale - mi ha detto che lo sentirà solo se ci sarà una necessità processuale». Per ora le parole pesanti di Fonti non verranno, dunque, messe su un verbale. Preoccupato, il pentito ha preso carta e penna e ha scritto ieri alla procura di Salerno, competente per la vigilanza sull’operato dei magistrati calabresi: «Vuole essere sentito - racconta l’avvocato - con tutte le garanzie, che finora non ha avuto».

C’era una volta l’entusiasmo

Lontanissimi sono quindi i giorni di metà settembre, quando l’entusiasmo del procuratore di Paola Bruno Giordano e dell’assessore regionale all’ambiente Silvio Greco annunciava la svolta nella lunga e complessa storia delle navi dei veleni. I veleni - e questo è certo - rimangono lì, nel mare di Cetraro e sulle colline vicino Amantea. Aspettano che qualcuno scriva i nomi che erano stampati sulle etichette dei fusti, gettati in mare nelle navi a perdere.

Andrea Palladino

www.ilmanifesto.it

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Ott 17

15 I rifiuti pericolosi in Calabria, le coste sono contaminate da metalli pesanti: arsenico, cobalto, alluminio e cromo

15- Appello: le carceri scoppiano, potenziamo le misure alternative, liberiamo i tossidipendenti.

14- Il 70% degli italiani non crede nel Governo in carica. ma lui continua a raccontare favole con la complicità dei media

14- Il dossier del Wwf, che fotografa un’Italia con oltre 3,5 milioni di ettari divorati dal cemento negli ultimi 15 anni

13- Nella giungla delle normative contenute nel “pacco sicurezza” un vero e proprio attacco ai Diritti umani

13- E’ il diritto delle donne ad essere bandito, e poi dicono che le donne in Italia sono libere….forse quelle della casta!

13- Il gruppo Chiquita tra pesticidi, deforestazione, violazioni dei diritti umani e gruppi paramilitari

12- Non bastano piu’ le guerre sulla terra per impadronirsi delle risorse idriche. La Luna bombardata dagli Usa che cercano l’acqua

12- Un down può sposarsi e scegliere le cure. Lo ha deciso il tribunale di Varese respingendo le richieste di una madre

12- Oltre le ricerche e gli studi sarebbe necessario avviare un programma di realistica riduzione delle emissioni da combustione

11-  Omosex: l guaio è che puoi pure mostrare quel bravo ragazzo che sei, ma bravo per questa società malata non lo sarai mai

11- Persone straordinarie dalla parte degli ultimi: Chantale racconta la sua esperienza di farmacista

11- Scandalo nella tribù governativa e nella TVfanfara: con tante nostre ministre e veline, una donna rumena letterata Nobel!

11- La stragrande maggioranza del popolo: l’energia nucleare non è sicura. Il governo afferma il contrario, allora, chi rappresenta?

10- Povero Barbarossa, ma ci è o ci fa? In sala il film di Renzo Martinelli, prodotto dalla Rai e voluto dalla Lega

10- E’ fondamentale il contributo che gli operatori sanitari possono dare alll’ambiente, con positive ricadute sulla salute

9- Coperto dalle tragicommedie di Berlusconi, il governo opera per la cancellazione dei diritti, Dopo l’acqua, la sanità pubblica

9- Ottobre, mese della giornata mondiale contro la morte perinatale. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

9- Un terzo muore in incidenti al sabato sera, nei paesi ricchi. 1500 giovani donne al giorno muoiono di parto, in quelli poveri

8-  Piemonte: approvato un programma d’azione straordinario per le prestazioni sanitarie più richieste

8- 178 milioni di bambini malnutriti: Medici Senza Frontiere denuncia la crudeltà dell’economia occidentale

7- Contro la costruzione di un deposito di scorie nucleari a Bosco Marengo

7- Credere o no è un diritto di tutti. Lo spiegano in “uscire dal gregge” Raffaele Carcano e Adele Orioli

6- Associazione nazionale “Diritti e Società”, un percorso quotidiano di autorganizzazione per la salute

6- Agenda di gravidanza in Piemonte: informazioni, consigli e percorsi agevolati per le mamme

5- Il governo continua impunemente a rubare ai poveri per dare ai ricchi. Cosa c’è di strano?….. la firma di Napolitano

5- Questa è l’italia di oggi, luogo d’inciviltà. Il lavoro di denuncia dell’Osservatorio sulla repressione a cura del PRC

4- Sanità a Genova: infermieri, oss, amministrativi, operai, medici e lavoratori degli appalti sempre più perplessi!!

4- Ma non è solo l’acido fluoridrico ad impensierire e preoccupare i cittadini e i lavoratori di questo territorio del Sulcis

3- Si sa “l’uomo è cacciatore”. E’ la preda che deve mimetizzarsi con l’ambiente e sigillarsi la vita

3- A proposito di “Figli della società, carcere, devianza e conflitti sociali”, un libro di Paolo Pisu

3- Visisezione: l’obiezione di coscienza è garantita per legge. Ma pochi studenti lo sanno

2- Stragi sul lavoro: L’amianto uccide più degli omicidi bianchi. Facciamolo sparire

2- Milano capitale dell’inciviltà. Contro il “reato” di clandestinità, blindati appostati alle fermate degli autobus

2- Vivisezione: la sperimentazione sugli animali non è solo crudele: è sorpassata

1- Perchè meravigliarsi di questi provvedimenti? Sono atti naturali per questo governo. Lo sono anche per i milioni di elettori?

1- Una ragazza ha alzato un cartello: «Sotto questi ghetti giace L’Aquila, buon compleanno necrofilo».

1- A Torino dal 8 al 13 ottobre. La presentazione del Direttore del festival

1/10- La storia della nave Cunsky a largo di Cetraro non è una scoperta di oggi, i calabresi la conoscevano da tempo

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Ott 17

Noi non siamo complici!

Quante volte, studiando la storia del Novecento, è capitato di chiedersi perché durante il nazismo la gente facesse finta di non vedere quanto avveniva nelle strade delle proprie città – rastrellamenti, soprusi, violenze – e di non sapere ciò che succedeva nei lager? E quante volte la risposta è stata “Io non avrei potuto far finta di niente”? E allora perché oggi tante, troppe persone, fingono di non vedere quello che succede nelle strade, fingono di non capire gli effetti mortali che il cosiddetto “pacchetto sicurezza” ha sulla vita di migliaia di esseri umani, fingono di non sapere che nelle città in cui viviamo ci sono luoghi che, per come ci si viene rinchiusi/e e per alcune delle violenze che vi vengono esercitate, ricordano i famigerati lager di stampo nazista? Questi luoghi si chiamano Cie – Centri di identificazione ed espulsione, nuovo nome per i Cpt – Centri di permanenza temporanea creati nel 1998 con la legge Turco-Napolitano e disseminati su tutto il territorio nazionale. Da tempo le migranti e i migranti detenute/i denunciano le spaventose condizioni di vita all’interno dei Cie, le continue violenze e umiliazioni, i pestaggi, le malattie non curate e le morti sospette. Ciononostante il ministro Maroni ha annunciato recentemente, in nome della “sicurezza”, la costruzione di nuovi Centri di identificazione ed espulsione. Hanno provato a raccontarci che nei Cie vengono rinchiusi i “clandestini” perché gli stranieri sarebbero tutti, secondo la retorica del razzismo istituzionale, criminali e potenziali stupratori, e che quindi, anche senza che abbiano compiuto alcun reato, è giusto che stiano rinchiusi lì anche per 6 mesi per poi venire espulsi dall’Italia. Ma noi sappiamo cos’è la sicurezza di cui ci parlano. Sappiamo cosa sono i Cie. Sappiamo cos’è il razzismo istituzionale. E sappiamo cos’è la violenza. Sappiamo per esperienza che i luoghi pericolosi per le donne sono soprattutto le case in cui viviamo, i luoghi in cui lavoriamo, le canoniche e le questure nelle quali abbiamo la sventura di avventurarci o di essere portate. E anche le quattro mura di un Cie, dove tantissime donne subiscono molestie, torture e stupri da parte dei loro guardiani. Umiliazioni e violenze che le donne migranti non hanno mai smesso di denunciare. Come Raya, una delle donne migranti rinchiuse nel Cie di via Mattei a Bologna, che lo scorso maggio è stata picchiata da un poliziotto in borghese e poi lasciata svenuta sul pavimento sotto gli occhi indifferenti degli operatori della Misericordia, il “misericordioso” ente che gestisce il Centro. O come le donne migranti che nel Cie di Lampedusa hanno intrapreso, all’inizio dell’anno, una lunga rivolta per protestare contro i rimpatri, denunciare le condizioni all’interno del Cie e chiederne la chiusura. O come la protesta delle compagne di Mabruka, donna di origini tunisine da 30 anni in Italia, che si è impiccata nel Cie di Ponte Galeria a Roma ad aprile pur di non essere deportata, protesta che si è poi estesa alle camerate degli uomini. O come Joy, una donna africana imprigionata e processata a Milano per essersi ribellata, lo scorso agosto, ad un tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo del Cie Vittorio Addesso e alle condizioni disumane in cui, con altre donne e uomini, era costretta a vivere nel Cie di via Corelli. Per le sue dichiarazioni Joy rischia, ora, un processo per calunnia, perché nell’Italia del terzo millennio questi lager non si possono mettere in discussione, e quello che accade lì dentro deve restare omertosamente nascosto. Proprio come la violenza sessista che le donne subiscono in famiglia e nei luoghi di lavoro. Noi sappiamo e non vogliamo tacere. Non vogliamo essere complici delle violenze perpetrate contro le donne migranti in nome della “sicurezza”. In concomitanza con la sentenza per la rivolta nel Cie milanese di via Corelli, abbiamo scelto di trovarci davanti al Cie di Bologna per esprimere alle donne rinchiuse lì la nostra vicinanza solidale, ma anche e soprattutto per denunciare all’esterno quello che accade dentro questi lager del terzo millennio. E tu? Continuerai a far finta di non sapere?

da http://marginaliavincenzaperilli.blogspot.com

 

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Ott 17

Attenzione a quella mucca avvelena il pianeta come un suv

 

Lo stile di vita della popolazione umana, esponenzialmente in crescita - sta per avere un impatto devastante sul clima globale. I cambiamenti climatici cui assistiamo - con un tendenziale aumento delle temperature medie - sono causati principalmente dalle attività umane, le quali introducono giornalmente nell’atmosfera milioni di tonnellate di Co2, metano (con effetto serra 21 volte maggiore della Co2) e altri gas inquinanti.

Pochi mesi fa, entrando direttamente nelle case di molti telespettatori, il film di Al Gore An Inconvenient Truth e quello di Nadia e Leila Conners The 11th Hour , scritto e narrato da Leonardo Di Caprio, hanno reso partecipe un sempre più vasto numero di persone del dramma ecologico attuale, introducendo negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in alcuni Paesi europei, l’era della consapevolezza ambientale. In questi film l’accento cade sui danni già noti causati dai sistemi industriali e di trasporto, che sono, a ben vedere, solo concause dei complessi fenomeni di cambiamento. Una mancanza fondamentale, infatti, è quella di sorvolare sui devastanti danni generati dall’impatto globale dell’agricoltura e della zootecnia intensiva

Da almeno due decenni la letteratura scientifica pubblica dati sugli insostenibili consumi in termini di risorse (acqua, petrolio, cereali e soia che potrebbero essere consumati dagli esseri umani), generati dagli allevamenti zootecnici. Purtroppo sono sempre molti coloro che ignorano il problema derivante dal funzionamento del complesso apparato digerente dei ruminanti. Esso, operando in assenza di ossigeno, sviluppa grandi quantità di metano: ogni bovino presente sulla terra ogni giorno produce tanto gas serra quanto quello di un fuoristrada.

Il “complesso bovino occidentale” - come lo chiama Jeremy Rifkin - causa il 18% del riscaldamento terrestre globale. Una percentuale simile a quella delle industrie e addirittura maggiore rispetto a quella del settore trasporti (13,5%). Anche gli animali che non emettono grandi quantità di metano concorrono all’incremento di queste percentuali, se si calcolano le tonnellate di Co2 emesse dalla filiera per la produzione delle loro carni. La problematica oggi riguarda non solo i Paesi ricchi, bensì tutti quei Paesi economicamente emergenti quali, ad esempio, la Cina. A denunciarlo è proprio un film che, partendo dalle stesse premesse formulate da Al Gore nella sua “scomoda verità”, approfondisce le problematiche legate alla zootecnia. Si tratta di Meat, the Truth di Gertjan Zwanikken, nel quale Marianne Thieme, parlamentare olandese del Party for Animals, conduce interviste a diversi scienziati svelando, in un crescendo non privo di drammaticità, il peso della relazione tra i consumi di carne e i danni climatici che da essi derivano. Il film, impostato sulla scia di The Meatrix (2003) e Our Daily Bread (2005), è stato presentato in anteprima per l’Italia alla dodicesima edizione di Cinemambiente a Torino. Se il film di Zwanikken è certamente militante, non lo sono Nous resterons sur terre di Olivier Bourgeois e Pierre Barougier (2009) e The Age of Stupid di Franny Armstrong (Uk, 2008) nei quali il rapporto tra clima e allevamenti intensivi è rappresentato in maniera piuttosto esplicita nel primo e più velatamente nel secondo. Siamo di fronte a un cambiamento di orizzonte nella nostra rappresentazione collettiva rispetto ai problemi dell’ambiente? Lo si potrà dire solo col tempo, anche se ce ne rimane poco. Secondo le proiezioni del World Watch Institute e dell’Onu, se non invertiremo la “curva” delle emissioni serra entro il 2015, supereremo la soglia dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura media globale, con conseguenze catastrofiche per tutta la biosfera terrestre e marina, che potranno palesarsi drammaticamente entro la metà del secolo. Potrà verificarsi un’interruzione irreversibile della catena alimentare industriale, con conseguente impennata dei prezzi e razionamento delle derrate alimentari. Carestie e guerre diventerebbero ancor più frequenti per l’accaparramento delle poche risorse rimaste. Stiamo letteralmente divorando la terra sotto i nostri piedi, non soltanto con le nostre industrie, le nostre costruzioni e le nostre automobili ma, soprattutto, con i nostri denti. Ridurre i consumi di carne, partendo anche da un solo giorno a settimana, potrà dunque avere conseguenze molto positive sul clima. I nostri posteri sapranno rendercene merito solo se agiremo velocemente e su scala internazionale.

 

 

Alessandro Arrigoni

Liberazione animale

15/10/2009

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Ott 15

Banana 10 e lode? I frutti bacati di Chiquita        

 

La Chiquita Brands International Inc, una delle maggiori produttrici di banane al mondo, opera in Amarica Latina dal secolo scorso. Associazioni ambientaliste e per la difesa dei diritti umani denunciano i pesanti impatti ambientali, sociali e sulla salute derivanti dal massiccio uso di pesticidi, e le violazioni dei diritti umani legate alla militarizzazione dei territori e l’uso di pratiche violente da parte di gruppi armati finanziati dalla multinazionale.

Il colpo di stato in Honduras

Diescendente dalla United Fruit Company, Chicquita ha una storia di ingerenze violente nel continente sudamericano. Per proteggere le grandi piantagioni e assicurare bassi salari, la United Fruit Company sovvenzionava colpi di stato e dittatori compiacenti (il termine “repubblica delle banane viene proprio da qui).

Il lupo perde il pelo ma non il vizio: le associazioni sindacali dell’Honduras accusano la Chiquita di essere dietro il colpo di stato nel piccolo paese centroamericano. Il governo del presidente Zelaya infatti, aveva varato una legge che definiva il salario minimo, valido anche per i lavoratori delle piantagioni. Il salario minimo è stabilito dal contratto nazionale in tutti i paesi democratici, ma molti osservatori hanno fatto notare come per il gruppo Chiquita questa misura fosse inaccettabile. “Chiquita non ha avuto alcun ruolo in questi eventi.” ha commentato George Jaksch, di Chiquita Brands International, sottolineando la “politica di non intervento nelle locali dispute politiche”.

Secondo molti analisti, la Chiquita - United Fruit Company, dagli anni cinquanta svolgerebbe invece un ruolo essenziale nei processi politici del piccolo paese, centro-americano e il suo peso non sarebbe diminuito negli ultimi anni. Di conseguenza, sarebbe impossibile immaginare un rivolgimento politico tanto radicale senza il consenso di un attore così potente. Intanto Chiquita ha intascato dal presidente golpista Micheletti l’affondamento della proposta di innalzare il salario minimo.

Nei campi della Colombia

Anche in Colombia, le associazioni della società civile accusano la Chiquita Brands International Inc. di finanziare gruppi paramilitari incaricati di reprimere con violenza qualsiasi forma di protesta all’interno delle piantagioni, ormai sottoposte a costante militarizzazione e alla sistematica violazione dei diritti umani.

Secondo Jaksch, Chiquita è stata la prima multinazionale ad aver siglato un accordo quadro con IUF (International Unionof Foodworkers) e con COLSIBA (Coordinadora de Sindicatos Bananeros), che garantisce a tutti i dipendenti nelle piantagioni di banane il rispetto delle Convenzioni Internazionali dell’ ILO. Dal 2004, inoltre, tutte le divisioni agricole di proprietà in America Latina sono certificate Sa8000, lo standard volontario di riferimento in materia di lavoro che si basa sulle convenzioni dell’ILO (International Labor Organization), la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.

Nel giugno 2007 i famigliari di 173 cittadini colombiani assassinati dai paramilitari dai gruppi paramilitari hanno denunciato la Chiquita per aver concesso finanziamenti illeciti agli stessi gruppi.

Nell’aprile 2008 l’arresto di Raul Hazbun, imprenditore bananiero legato ai gruppi paramilitari, fa emergere il coinvolgimento del gruppo Convivir di Urabá, finanziato Chiquita, nel massacro di San José de Apartadó, Uraba del 1998.

L’anno precedente, nel 2007, il tribunale di Washington ha condannato la Chiquita ad una multa di 25 milioni di dollari per aver pagato, negli anni compresi tra il 1997 al 2004, 1.700.000 dollari ai paramilitari dell’Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), per difendere i propri interessi e stroncare le proteste dei bananeros che chiedevano condizioni di lavoro migliori.

Sono in molti però a discutere sulla piena applicazione di questo impegno. Intanto le fumigazioni aeree continuano a spargere su campi e sui villaggi pesticidi proibiti negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. E’ il caso del Bitertanol (commercializzato col nome di Baycor), o del Chlorpyrifos (commercializzato come Lorsban), il Carbofuran (nome commerciale: Furadan). Ricerche condotte dall’Università Nazionale di Heredia (Costa Rica) rivelano indici di avvelenamento tre volte maggiori nelle zone bananiere rispetto al resto del paese.

www.salvaleforeste.it

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Ott 15

Fondamentalismi italiani

Dopo il caso della vicina accoltellata perchè ama un tunisino abbiamo il padre che come quello di Sanaa e Hina accoltella la figlia perchè ama un uomo di un altra cultura.
Pare che stiamo tornando talmente indietro che non solo ci ammazzano perchè li lasciamo ma anche se decidiamo di amare un uomo di un altra cultura. Non solo siamo considerate proprietà di famiglia ma anche della nostra etnia.
Un padre, italianissimo infatti, ha accoltellato la figlia perchè ha una relazione con un albanese. Lei per fortuna non è morta ed è stata ferita la madre che ha tentato di difenderla.
Il nostro paese sta diventando razzista, sta legitimando la violenza sugli stranieri solo xke esistono e sulle donne che si oppongono  a questo fondamentalismo e scelgono di amare gli stranieri.
La violenza è istigata dalle nostre istituzioni, un nuovo fondamentalismo che nasce nel nostro paese proprio da quei partiti che si ritengono anti-islamici e poi si comportano come loro. La lega ad esempio che vuole violare i matrimoni misti è responsabile di questi femminicidi.
Così gli uomini hanno un motivo in più per ucciderci, in nome del patriottismo.

Poi ci sono i fascisti con i loro slogan che dicono che gli stranieri non devono toccare le loro donne e istigano a punire quelle donne che si sono lasciate toccare da uno straniero.
Tutte le politiche che si fanno nel nostro paese vanno sempre a colpire le donne che sono controllate e possedute dove le viene impedito di scegliere ogni cosa.
Perchè sono sempre le donne a pagarla criticate e in alcuni casi uccise se amano uno straniero, non gli uomini.
Sono i padri, mariti e perfino estranei ad ucciderci perchè si ritengono nostri padroni.
Questo nuovo clima patriottico che sta iniziando ad opprime le
donne è propagandato dai mass media  in cui sono proprio le donne mercificate per recitare con allusioni agli inni di mameli la loro fiera italianità, la loro appartenenza agli italiani. Il potere mediatico non è da sottovalutare perchè se una donna canta sotto inno di mameli in uno spot significa molte cose tra queste che il nostro Paese si sta fascistizzando e ci sta educando a recitare il ruolo delle brave bambine fasciste fedeli alla patria (se no ci ammazzano).
Parlo della nuova pubblicità di Calzedonia.
Fiere di essere italiane da morire insomma! E c’è poco da essere fieri in un paese che si sta decivilizzando.

Mi chiedo quanto questa notizia (anzi queste due notizie c’è stato un episodio pochi giorni fa e questo è grave per la vicinanza dei casi) avrà spazio nei media senza dire che era un depresso.

Ma dove andremo a finire??

Aggiornamenti: Arrivano altri fondamentalismi. La velina Carfagna che ci vuole tutte in formato velina credendo sia una sorta di emancipazione femminile vuole vietare il burqa in classe perchè vuole imporre la cultura italiana in un paese che si dice democratico non sapendo che così facendo le figlie femmine saranno + svantaggiate perchè i genitori non le permetterebbero più di andare a scuola. Altro che liberazione!
Non solo la nuova legge prevede fino a due anni di galera se una donna indossa il burqa. Altro che emancipazione femminile!

Imporre il burqa sarà sessismo ma imporre di non metterlo per me fa parte della faccia opposta della stessa medaglia. Non si rendono conto che così facendo le donne rischiano di essere segregate in casa? Che non è libertà imporre un modo di vestire ad una donna? E il diritto di scelta delle donne viene comunque bandito e poi dicono che le donne in Italia sono libere.

http://esseredonneinitalia.womanblog.com

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Ott 15

Ecco perché l’Italia non ha ancora un Garante per l’infanzia

La Dichiarazione dei diritti del bambino sostiene che il più importante fra i diritti del minore è quello di essere considerato solo un bambino: senza alcuna distinzione di carattere sociale, etnico, religioso, razziale. Prima del pacchetto sicurezza non c’erano, in Italia, bambini «irregolari» né «clandestini».

Il Parlamento non ha ancora approvato la legge che istituisce il Garante per l’infanzia, la sede che dovrebbe tutelare i diritti dei minori nel nostro paese secondo quanto sottoscritto dall’Italia nella Dichiarazione dei diritti del bambino.

Sono passati vent’anni da allora e ancora subiamo un vuoto di civiltà giuridica inaccettabile in un paese a «democrazia avanzata». Ma forse è proprio il logoramento e lo svuotamento progressivo di questa definizione, che spiega il ritardo col quale sia la maggioranza che l’opposizione rinviano, tra una lodo e l’altro, un confronto serio sul come i diritti dei minori fanno parte della civiltà democratica del nostro paese.

La posta in gioco, infatti è altissima ed è nulla di meno che la definizione stessa di infanzia e la sua peculiarità rispetto ad altri momenti della vita. La Dichiarazione sostiene infatti che tutto ciò che concerne questo periodo formativo del futuro cittadino, deve essere orientato al criterio del «maggior interesse del minore» e dunque introduce una serie di eccezioni positive che tendono alla salvaguardia dei suoi diritti fondamentali, primo tra tutti quello di essere considerato solo un bambino appunto, senza alcuna distinzione di carattere sociale, etnico, religioso, razziale e vie enumerando.

Ed è qui che entra invece in gioco una concezione altra dell’infanzia, in specifico quella che vuole separare l’infanzia titolata di diritti da quella che non li deve avere, introducendo una distinzione biopolitica gravissima che rompe irrimediabilmente l’argine del Diritto internazionale. Per questo assalto, connaturato alla prevalenza delle politiche bioliberiste nel nostro paese, si parte rimettendo in discussione i due anelli più deboli della catena. Il Diritto umanitario con la dichiarazione delle missioni di pace e cooperazione umanitaria affidate ai militari, e quello dei minori, con la punta avanzata del Pacchetto sicurezza.

Tra la giungla delle normative contenute in questo vero e proprio attacco ai Diritti umani, basta pensare all‘introduzione del reato di clandestinità, il pacchetto sancisce la politica dei respingimenti, attuata come risposta ad un fenomeno immigratorio che vede fra i «dannati della terra», proprio i minori non accompagnati che puntualmente rappresentano una parte, spesso importante, del carico dei barconi. Questa pratica dunque, viola, oltre altre numerose normative internazionali in materia di asilo, anche norme consolidate a livello nazionale inerenti la protezione dell’infanzia. Il nostro sistema normativo, infatti, prima ancora della norma che disciplina, identificandolo, per la prima volta il minore non accompagnato, prevedeva un gruppo di diritti fondamentali e inviolabili che vanno riconosciuti ai minori stranieri in quanto persone, indipendentemente dalla loro età e cittadinanza, diritti che non sono assoggettabili nemmeno ad esigenze di ordine pubblico.

Il minore straniero è sempre stato per l’ordinamento italiano, almeno sino ad ora, innanzitutto un minore, ovvero un soggetto che ha la necessità di essere assistito, accudito e tutelato. In altre parole, nel nostro ordinamento, sino al pacchetto sicurezza ed alla politica dei respingimenti, non si poteva parlare di minore clandestino o irregolare, se non nel senso di intendere un minore entrato clandestinamente o irregolarmente. Il minore, infatti, per il solo fatto di essere minore, può essere autorizzato a soggiornare in Italia. A questo proposito una ricerca presentata nei mesi scorsi dalla nostra organizzazione e da Parsec, intitolata «Minori erranti», evidenzia come, proprio in seguito all’introduzione di una disciplina specifica per il minore straniero non accompagnato, si siano originate interpretazioni fuorvianti e contrastanti, che hanno minato l’efficacia del sistema, rendendo incerta la protezione del minore.

È dunque questa la materia politica che nasconde il dibattito sul Garante per i diritti dell’infanzia, che la maggioranza vorrebbe svuotato di ogni possibilità reale di sanzionare queste deviazioni dalla Convenzione dei Diritti del minore ed invece le organizzazioni di difesa dei diritti umani vorrebbero invece realmente indipendente e dotata di capacità operativa. Anche da questa battaglia si misurerà il grado di civiltà del nostro paese.

Raffaele K. Salinari

Terres des Hommes

www.carta.org

[12 Ottobre 2009]

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Ott 15

2009, l’anno del cemento

Secondo i dati dell’Ispra [Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale], negli ultimi 80 anni in Italia ci sono state 5.400 alluvioni e undicimila frane. La frana disastrosa che ha colpito il piccolo centro di Giampilieri, a Messina, ripropone drammaticamente i problemi che il Wwf denuncia da anni. Non si tratta, infatti, solo di un eccezionale evento pluviometrico: sono evidenti le nostre responsabilità, la dissennata cementificazione di un territorio dove la pioggia, quando assume forza e intensità tali, non ha più possibilità di essere assorbita dal terreno, e tantomeno lo sfogo naturale di rii e canali. Inoltre, con i cambiamenti climatici, gli eventi meteorologici estremi – piogge intense, alluvioni – sono sempre più frequenti. Bisogna dunque non solo fare opera di mitigazione [ridurre le emissioni di gas serra], ma anche di adattamento, cioè rendere il territorio meno fragile al riscaldamento globale e agli effetti delle piogge intense o delle prolungate siccità. Altrimenti, eventi come quello di Messina torneranno a provocare danni devastanti, all’ambiente e alle popolazioni. A Messina si è fatto l’esatto contrario, nonostante i danni già avuti nell’ottobre del 2007, si è costruito sulle fiumare, si sono sbancate colline, si sono tombati i torrenti.

La tragedia di Messina si iscrive nel quadro di una cementificazione e urbanizzazione selvaggia che assedia il nostro Paese da oltre cinquant’anni. Un’urbanizzazione cresciuta del 500 per cento dal 1956 al 2001 e che ha raggiunto un picco tale che a ogni cittadino possono esserne attribuiti in media ben 230 metri quadrati. Per dare un’idea, basti pensare che più di cento comuni hanno urbanizzato oltre il 50 per cento della propria estensione e che solo il 14 per cento del territorio nazionale dista più di 5 chilometri da un centro urbano [il 28 per cento più di 3,5 chilometri], vale a dire che in Italia non è sostanzialmente possibile tracciare un cerchio di 10 chilometri di diametro senza intercettare una zona costruita. Un territorio quasi saturo, frammentato, cosparso a macchia d’olio da case, strade e capannoni, una specie di città diffusa che sembra più una metastasi che una città, con oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli, divorati dal cemento negli ultimi 15 anni [una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme, a un ritmo di 244.000 ettari all’anno]. Oltre 8 mila comuni e 8 mila piani regolatori diversi, 12,8 milioni di edifici, 27 milioni di unità abitative [per il 20 per cento non abitate] e una serie di piani casa in corso di definizione. Il tutto collegato da più di 200 mila chilometri di strade che frammentano il territorio come fosse un mosaico, e un piano di «infrastrutture strategiche» [la legge Obiettivo] che danneggerebbe 84 aree protette e 192 Siti di importanza comunitaria[Sic], tutelati dall’Unione europea. Mentre, dall’altro lato, la crescita demografica è limitata se non assente [a Palermo la popolazione è aumentata del 50 per cento, l’urbanizzazione del 200 per cento]. E’ la impietosa fotografia sull’Italia scattata nel dossier «2009, l’anno del cemento», a cura del Wwf con contributi di Bernardino Romano e Corrado Battisti dell’Università de L’Aquila.

E ora bisogna fare i conti anche con i piani casa. Dopo lo scontro con il governo sulle competenze istituzionali avvenuto a marzo, le Regioni sembrano essersi accorte di avere un potere che non esercitavano appieno e hanno provveduto in modo disomogeneo a sedicenti piani casa che aprono a pesanti interventi anche sugli immobili industriali e artigianali e, in alcuni casi, consentono pericolose semplificazioni autorizzative. Con un effetto, se possibile, peggiore rispetto al testo iniziale del governo, giustamente bloccato: si aumenta senza controllo non solo la cubatura ma anche la densità abitativa, senza che questo sia condizionato da servizi e standard urbanistici

www.wwf.it 

[12 Ottobre 2009]

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Ott 15

Eurispes smentisce Berlusconi; crolla consenso del Governo

L’Eurispes istituto privato di studi politici, economici e sociali, senza fini di lucro, ha presentato il “Rapporto Italia 2009” che da ventun’anni fotografa la società italiana. Con gli stipendi più bassi d’Europa per gli impiegati e da capogiro per troppi manager il rapporto rileva che più del 70% degli italiani non crede nel Governo in carica. Dunque un dato importantissimo che smentisce categoricamente i dati sul consenso a questo Governo che Berlusconi sbandiera ai quattro venti ogni giorno.

Dal rapporto emerge una una realtà nazionale caratterizzata da stipendi bassi, precariato e assenza di lavoro. Mentre le retribuzioni in Italia risultano le più basse d’Europa, gli stipendi dei livelli dirigenziali risultano quasi quattro volte superiori a quelli degli impiegati che operano nello stesso comparto. Un divario che cresce ulteriormente se si guarda ai top manager con compensi 243 volte maggiori delle retribuzioni medie.

Solo il 12,4% ritiene che la flessibilità nel lavoro sia uno strumento per eliminare la disoccupazione. Per la maggioranza questa peggiora le possibilità occupazionali dei giovani e rende il lavoro più incerto.

Quasi la meta’ degli italiani boccia l’uso dell’energia nucleare. Con motivazioni differenti, affermano di essere contrari alla attivazione di centrali sul nostro territorio il 45,7% dei cittadini, a fronte del 38,3% dei favorevoli. In particolare, le motivazioni di quanti si oppongono al nucleare sono il non ritenere questa una soluzione rapida per risolvere i problemi connessi all’energia (18,4%) e il timore dei rischi che una tale scelta comporterebbe (27,3%).

Inoltre dal Rapporto Italia 2009 emerge che il 58,9% degli italiani si dice favorevole al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali. Un dato importante che rileva come gli italiani siano molto più avanti di coloro che siedono in Parlamento. La maggioranza degli italiani afferma – dice l’Eurispes – di considerare l’omosessualità una forma di amore come l’eterosessualità”, e meno di un italiano su 10 (9,3%) la considera immorale.

La Chiesa di Papa Benedetto XVI, invece, registra un forte calo da un anno all’altro, passando dal 49,7% del 2008 al 38,8% di quest’anno. Le “aree deboli” del consenso, per il Vaticano, sono soprattutto il Nord – Ovest (fiducia al 25,9%) e coloro che si dicono di sinistra (fiducia al 23,1%). Al contrario, il sostegno è più forte tra gli over 65enni (51,7%), nel Sud Italia (60,7%) e tra quanti si dicono politicamente di centro (56,3%).

La notizia sul rapporto Eurispes di oggi è stata già censurata dai principali media on line, Corriere.it e Repubblica.it infatti, sono tra le prime testate on line a non dare la notizia nella loro homepage.

Il Ministro Maroni ha, infatti, rubato la scena dell’attenzione della stampa con il “traffico di organi di bambini” – notizia gravissima – ma che in queste ore sta eclissando tutte le notizie drammatiche che arrivano sulla recessione negli Usa e sicuramente occuperà le prime pagine dei quotidiani di domani e le aperture di tutti i tg di prima sera. E’ una notizia che cerca ovviamente di distrarre gli italiani da tutto il resto.

Fonte: Eurispes Rapporto Italia 2009

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Ott 13

PROVE DI GUERRE STELLARI?

Sconcertante e allarmante il recente annuncio dato dalla NASA: gli Stati Uniti d’America hanno lanciato ieri alle 4.30 ora della Florida (10.30 in Italia) un missile probabilmente a testata nucleare che colpirà il suolo lunare nella zona del Polo Sud con il fine, si dice, di scoprire se il nostro satellite contenga acqua.

Il missile Centaur sarà lanciato dalla navicella spaziale Lacross, messa in orbita attorno alla luna nel mese di giugno, e provocherà un cratere di circa 4 metri e largo 20, sollevando un’enorme nuvola di detriti.

Dopo il violentissimo impatto, la parte rimanente della navicella Lacross, dal nome del Progetto stesso, passerà dentro la nube di detriti per raccogliere materiale e consentire ai ricercatori e ai tecnici di verificare se ci sono resti di ghiaccio e vapore, la cui presenza confermerebbe l’esistenza di acqua al di sotto del suolo lunare.

Si dice che sulla navicella non ci sono esseri umani (ci mancherebbe altro!), ma ciò non giustifica le immense spese sostenute per soddisfare la curiosità scientifica di vedere se c’è acqua sulla luna, mentre sulla terra questa risorsa, bene prezioso per la nostra vita, si continua a sprecare invece di salvaguardare.

Allora: qual è lo scopo occulto?

Siccome non è la sceneggiatura di un film di fantascienza, non è credibile che gli USA in piena crisi mondiale economico-finanziaria investano milioni e milioni di dollari per la ricerca pura e la conoscenza della luna. E’ più verosimile, invece, supporre che l’esperimento sia stato pensato per magnificare la superpotenza scientifica e tecnologica degli Stati Uniti per studiare sistemi di guerra stellare o appagare la grande ambizione USA, di sorprendere l’immaginazione mondiale, così come fecero 40 anni fa con lo sbarco sulla luna. Affermare ancora una volta che loro sono i dominatori del mondo e contemporaneamente perfezionare il sistema ipertecnologico atto agli scopi non dichiarati di supremazia militare dello spazio. Duplice lo scopo: lanciare un monito diretto all’Iran, e indiretto alla Russia e alla Cina, che militarmente i più forti sono loro.

Se così fosse, questo sarebbe un progetto delirante, non farebbe altro che aggiungere benzina sul fuoco, con una corsa folle al dominio militare del cosmo che accelera la catastrofe planetaria in corso, in disprezzo delle leggi internazionali e ancor prima del buon senso.

A Obama, e soprattutto a tutti coloro che l’hanno votato, inviamo un messaggio di allarme perché si ripensi seriamente all’inutilità e pericolosità di simili esperimenti, proprio in nome delle generazioni future, tanto declamate nei consessi internazionali.

Peraltro, con questo esperimento gli USA non stanno forse infrangendo il Trattato ONU sulla protezione del cosmo?

Il pianeta è uno solo. La saggezza ci ricorda che dobbiamo trovare la strada per convivere tutti insieme. E’ meglio ricercare più acqua sulla terra, invece di andarla a cercare sulla luna, se vogliamo dare ancora un senso cosciente alla nostra esistenza.  

Massimo De Santi  Fisico Nucleare

PRC Toscana

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Ott 13

Sfilano gli omosex e rivendicano normalità

Avranno pure ragione Andrea e Francesca: «Questa mica è una festa, siamo qui per denunciare cose gravissime come l’escalation della violenza contro gay e trans». Ma non c’è dubbio che la versione del movimento lgbt che è sceso in piazza ieri a Roma sia anche espressione del tentativo di esplorare nuove strade per rivendicare i diritti delle persone omosessuali. Il presidente dell’Arcigay Aurelio Mancuso, in corteo, lo dice esplicitamente: «Per la prima volta siamo in una grande manifestazione nazionale che non sia un Pride. Questo è il primo nucleo del popolo lgbt che intende cambiare anche il movimento. Da qui si lancia anche un messaggio ai leader e alle leader del movimento: le divisioni, i distinguo, gli atteggiamenti da primedonne devono cessare». Insomma, c’è movimento nel movimento omosex e trangender.

Lo si capiva benissimo arrivando ieri a piazza della Repubblica. Primo, per l’impatto visivo. Cartelli con su scritto «uguali» - simbolo della manifestazione - e totale assenza di qualsivoglia eccentricità. Uomini e donne, di tutte le età, vestiti in abiti «civili». Ed era proprio questo che si voleva dimostrare: siamo civilissimi, componenti di questa società, uguali agli altri nella nostra quotidianità fatta di famiglia, figli, lavoro, amici. Ma sempre discriminati, picchiati, minacciati. È stato scelto di evitare qualsiasi esplicito riferimento politico (anche al banchetto del manifesto è stato chiesto di non essere in piazza), per quanto alla fine le uniche adesioni politiche siano arrivate dai partiti di sinistra. Sul piatto la normalità del quotidiano e l’anormalità di una società omofoba. La madrina della manifestazione Maria Grazia Cucinotta molto star nel suo abito viola acceso, e accanto le trans in camicia e jeans. Per questo è stato ribaltato completamente il rito del corteo con interventi finali. Prima le parole dal palco. Ettore Ciano, un genitore dell’Agedo, ha gridato la sua rabbia per «aver lavorato quarant’anni per costruire un paese che non rispetta i miei figli omosessuali». Fabrizio, padre di Lavinia insieme a Luca, ha letto una lettera commovente a sua figlia per spiegare il perché della loro partecipazione alla manifestazione. Dino, il ragazzo aggredito davanti al Gay Village di Roma, ha ricordato quanto la sua vita sia stata segnata da quell’episodio. Ed è proprio in questa fase iniziale della manifestazione che è emerso il secondo sintomo di una frizione dentro al movimento. Quando la giornalista Delia Vaccarello ha letto il messaggio inviato dalla ministra per le Pari Opportunità Mara Carfagna, che giovedì ha incontrato gli organizzatori della manifestazione. Fischi dalla piazza, contestazione: «Buffona, buffona». Mentre Vaccarello faceva notare come sia vero quanto sottolineato dalla ministra, e cioè che grazie a questo governo per la prima volta sarà avviata una campagna sulla stampa e sui media contro l’omofobia.

«Potevamo anche ringraziare padre Pio e eravamo a posto - commenta Gianni da Verona che sul petto in modo un po’ provocatorio porta lo stesso simbolo della manifestazione però sbarrato e con sotto la scritta «diverso». «Qui si va a sdoganare una destra che ci stringe le mani alle manifestazioni e poi ci spacca la testa in strada». Il riferimento è alla ormai famosa visita della Pd Paola Concia - unica parlamentare apertamente omosessuale - ai «fascisti del terzo millennio» di Casa Pound. Ieri al corteo c’era anche lei ( e anche cartelli con su scritto «Conciati male») che ha ribadito: «Bisogna fare appello alla parte migliore del centrodestra e del centrosinistra per far fare un passo avanti all’Italia e approvare la legge contro l’omofobia». Il testo di legge dovrebbe essere discusso in parlamento domani, per ora epurato del riferimento ai trangender, anche se la ministra Carfagna si è impegnata affinché sia reintrodotto. Ma anche sulla legge contro l’omofobia c’è polemica. Ieri il coordinamento di «Facciamo breccia» distribuiva un volantino che incitava a rifiutare la «vittimizzazione» posta in atto da un ordine «razzista e eterosessita», che prima crea gli allarmi su violenze da loro stessi legittimate e poi sforna nuove fattispecie di reato. Porpora, del Movimento identità transessuale di Bologna la mette così: «La questione dei diritti io la associo a un percorso di liberazione. Sono d’accordo che che bisogna abbattere i muri, ma devi tenere il timone dritto. Per capirci, io in piazza con la Mussolini che ha detto “meglio fascisti che froci” non posso esserci». dice invece Andrea Rubera di «Nuova Proposta», il gruppo degli omosessuali di fede cristiana: «I Pride vanno benissimo, ma servono anche manifestazioni così. Per noi il dialogo è un valore fondamentale, anche con il ministro Carfagna. Bisogna lavorare seriamente perché il movimento sia unito, le frammentazioni sono soltanto un danno».

Sarebbe riduttivo, però, leggere soltanto delle precise scelte politiche dietro un nuovo «sentire» che emerge nel movimento lgbt. Riflette Stefano Centonze, artista e illustratore: «Io credo che molto giochi anche la fase storica. Quante persone oggi sono disposte ad esporsi? Credo molto meno che in passato. Da sempre gli omosessuali e i trans aspirano alla normalità. Il guaio è che puoi pure mostrare quel bravo ragazzo che sei, ma bravo per questa società non lo sarai mai».

Cinzia Gubbini

da il manifesto

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Ott 13

Bruciare fa male. Se la politica aiutasse la salute

I brindisini se ne saranno sicuramente accorti che in questi giorni di assenza di vento l’aria in città era irrespirabile.  Giungendo a Brindisi da qualsiasi direzione si notava una cappa grigiastra sulla città ed i focolai di combustione, quelli industriali e quelli agricoli, emettevano colonne di fumo che ristagnavano nella parte bassa dell’atmosfera. Fortunatamente gli impianti di riscaldamento ed i caminetti non erano ancora accesi e la centrale a carbone di Brindisi Nord era ferma.

Storicamente la combustione del carbone è stata associata a sintomi respiratori e mortalità in relazione a brevi periodi di elevate emissioni. Il più famoso di questi episodi accadde a Londra nel 1952 quando, per il verificarsi di un fenomeno climatico noto come inversione termica, si registrò un sorprendente aumento dei decessi. Nell’inversione termica accade che l’aria degli strati inferiori dell’atmosfera, la quale normalmente dal suolo sale verso l’alto per effetto del suo riscaldamento a terra, rimane invece al suolo. Viene così impedito ogni rimescolamento verticale e le polveri sottili e gli inquinanti persistono vicino al terreno.

A Londra il fenomeno fu attribuito alla persistenza a terra degli inquinanti prodotti dalla combustione di carbone. Molti altri episodi simili sono descritti nella storia come a Meuse Valley in Belgio nel 1930, a Donora in Pennsylvaniain e negli anni ’70 e ’80 a Philadelphia, Steubenville, Santa Clara, St. Louis, Utah valley, Detroit, eastern Tennessee. Per verificare se questa associazione tra aumento del particolato in aria ed i decessi non fosse casuale, Joel Schwartz , Professore all’Harvard University di Boston, ha esaminato a Philadelfia i decessi dei giorni con massimo inquinamento con quelli avvenuti nei giorni in cui si è registrato il minimo inquinamento.

Nei giorni con elevata concentrazione di particolato il rischio di morte per la popolazione esposta aumentava dell’8%. I decessi per broncopatie croniche aumentavano del 25% e quelle per polmonite del 13%. In aumento anche i decessi per infarto miocardico ed ictus. In giornate come queste è meglio chiudersi in casa o allontanarsi dai centri urbani, soprattutto per cardiopatici e broncopneumopatici.  

Tutti i processi di combustione contribuiscono ad aumentare il rischio di decesso a breve termine. Ovviamente anche il traffico urbano, i termovalorizzatori e le cantrali a biomasse. La quantità di sostanze pericolose a breve e a lungo termine che fuoriescono dai processi di combustione è notevole ed è molto difficile testare singolarmente ogni agente inquinante.

Per fare ciò, i tossicologi, gli esperti che si occupano degli effetti sull’uomo delle sostanze chimiche, mettono a contatto con cavie misture estratte dalle diverse emissioni. Oppure, dosano nel sangue, nelle urine e nei tessuti delle persone esposte, sostanze che esprimono il passaggio dell’inquinante nell’organismo umano. Un po’ come è avvenuto per la diossina a Taranto, che oltre ad essere trovata in eccesso nel formaggio prodotto col latte degli ovini pascolati nei pressi dell’acciaieria, è stata rinvenuta in elevate quantità anche nell’uomo.

Nel caso di Brindisi sarebbe possibile testare la presenza nell’organismo umano di idrocarburi policiclici aromatici e loro derivati nonchè di altre sostanze “spia” del contatto con inquinanti, confrontandola con i valori di esposizione agli stessi. Dopo lo studio di Maria Serinelli ed Emilio Granicolo, ricercatori del CNR, sui decessi a Brindisi in rapporto ai valori giornalieri degli inquinanti, quello della ricerca di questi ultimi nell’organismo delle persone più vicine alle fonti di inquinamento è il passo successivo assolutamente necessario.  

Recentemente la Regione Puglia ha finanziato un progetto triennale, promosso dall’Ares e dalla ASL di Brindisi, destinato alla realizzazione di studi mirati a valutare il rischio correlato all’esposizione di inquinanti ambientali nella provincia di Brindisi in relazione a presenze industriali ad alto rischio di inquinamento. Ma oltre le ricerche e gli studi sarebbe necessario mettersi intorno ad un tavolo per un programma di realistica riduzione delle emissioni da combustione, da qualunque fonte provengano. Sarebbe un’azione politica ad elevato impatto sanitario.

Maurizio Portaluri 

da www.brundisium.net

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Ott 13

Un down può sposarsi e scegliere le cure

La persona con sindrome di Down ha il diritto di sposarsi e assumere scelte in ordine al trattamento sanitario, “perché tale situazione congenita non priva il soggetto trisomico della capacità di orientarsi nelle scelte di vita, di emozionarsi, di scegliere per il proprio bene, di capire e comprendere e, se del caso, affezionarsi o, addirittura, innamorarsi”. È quanto ha stabilito il Tribunale di Varese pronunciandosi il 6 ottobre scorso in merito alle richieste di una madre di una persona Down, che chiedeva di essere nominata amministratrice di sostegno per poter avere cura dei suoi interessi patrimoniali e personali, includendo tra questi anche l’intermediazione nel caso di matrimonio e per trattamenti sanitari. Nel decreto, il giudice ha riconosciuto la necessità di un amministratore di sostegno in merito alle scelte riguardanti gli interessi patrimoniali, come operazioni bancarie, curare i rapporti con gli uffici pubblici, stipulare contratti e altro ancora, ma ha respinto le richieste in merito al matrimonio e all’autodeterminazione terapeutica.

Sabrina (il nome è di fantasia) potrà sposarsi, quindi, e come si legge nel testo depositato, è quanto ha detto lei stessa al giudice Giuseppe Buffone con “serena determinazione”: «Io mi sposo col mio fidanzato». Per il Tribunale, infatti, decretare la necessità del consenso di un amministratore in tale situazione, “equivarrebbe a strappare la Carta costituzionale in quel nocciolo duro in cui è invulnerabile”. Ma non solo. Il “divieto di nozze implicito”, la cui scelta discenderebbe dall’amministratore, viola anche l’articolo 23 della Convenzione di New York del 2006, ratificata dall’Italia con la legge 18 del marzo 2009, secondo cui “gli Stati Parti adottano misure efficaci ed adeguate ad eliminare le discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità in tutto ciò che attiene al matrimonio, alla famiglia, alla paternità e alle relazioni personali, su base di uguaglianza con gli altri, in modo da garantire che sia riconosciuto il diritto di ogni persona con disabilità, che sia in età per contrarre matrimonio, di sposarsi e fondare una famiglia sulla base del pieno e libero consenso dei contraenti”. Infine anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea dove si riconosce al disabile il diritto a scegliere “con chi vivere” al fine di avere una “vita indipendente”.

Secondo quanto ribadisce il decreto, infatti, “il portatore della sindrome di Down, per il mondo del diritto, non è un ‘malato’ ma una persona diversamente abile: ed, allora, è persona che non va trattata come soggetto da curare ma come soggetto da aiutare, ove la diversità si frapponga al completo e sano fruire dei diritti che l’ordinamento riconosce”. Stesse considerazioni per quanto riguarda quelle scelte in ambito sanitario. Secondo il giudice, “l’amministratore è autorizzato alla cura del beneficiario nel perseguimento del suo best interest, con ciò anche potendo assumere scelte in ordine al trattamento sanitario, ma purché questo non sia imposto all’incapace ovvero realizzato in contrasto con le sue, pur flebili ma efficaci, scelte di autodeterminazione terapeutica”.

Liberazione del 11/10/2009

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Ott 13

Nucleare:

contrario il 70% degli Italiani

Gli italiani non conoscono le energie rinnovabili e temono il nucleare. Tra i nostri concittadini afferma infatti di conoscere «molto bene» l’energia solare fotovoltaica solo il 26,4% del campione, l’energia solare termica il 17,1%, l’energia eolica il 26,6%, l’energia da biomasse il 12,3%, l’energia dalle onde del mare il 7,5%, la geotermia il 10,8% ed il mini-idroelettrico il 6,3%. Mentre sul fronte dell’energia nucleare solo il 28% degli intervistati ritiene sicura la produzione di energia nucleare, e pressoché assenti i rischi ad essa connessi, e soltanto il 26,3% inoltre sarebbe disposto ad accettare l’installazione di un impianto nucleare nella propria provincia.

È quanto emerge dalla ricerca di mercato «Enti locali e cittadini di fronte alle rinnovabili» condotta dall’Istituto Format, per conto di Somedia, che sarà presentata nel dettaglio giovedì prossimo a Roma al convegno «Energetica 2009», al Centro Congressi.

Secondo la ricerca, inoltre, gli italiani dimostrano di conoscere le reali potenzialità delle rinnovabili e del loro impatto ambientale in prevalenza riguardo il solare fotovoltaico e il solare termico, mentre conoscono assai meno per le altre fonti di energia. «Il livello di conoscenza delle rinnovabili in Italia non è molto alto» commenta Pierluigi Ascani, presidente di Format, che ha anticipato alcuni dei risultati dell’indagine. Obiettivo della ricerca, spiega l’Istituto Format, «è stato di analizzare il livello di conoscenza degli italiani in merito alle fonti di energia rinnovabile per verificare le reali possibilitá di partecipazione informata dei cittadini al dibattito pubblico sull’uso delle rinnovabili nel nostro Paese e di accesso alle misure di incentivazione di tali forme di energia offerte dalle politiche pubbliche a livello nazionale e locale».

Secondo la ricerca condotta dall’Istituto Format, inoltre, per gli italiani le fonti di energia rinnovabile che dovrebbero più di altre essere fatte oggetto di politiche pubbliche di incentivazione sono il solare fotovoltaico per il 48,6% degli intervistati, l’eolico (25,9%), il solare termico (17,3%), le biomasse (2,6%), le onde del mare (3,3%), la geotermia (1,3%) ed il mini idroelettrico (1,0%).

fonte IL SOLE 24 ORE

del 7/10/2009

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Ott 13

Uccelli, uccellesse e pillole 

E’ il film Videocracy. Potete vederlo interamente online diviso in più parti: primasecondaterzaquartaquintasestasettimaottava

Sono giornate difficili queste. Se una donna rivolge critiche a berlusconi lui la offende con lo stesso livore che utilizza Il Giornale e Libero. L’unico ruolo è quello della velina allineata e della merce di scambio per ungere i maschi coinvolti in loschi giri di affari. Al tg2 commentano il premio nobel alla letteratura attribuito a Herta Muller, una donna di origine rumena che è conosciutissima in germania. Il tizio che per conto del servizio pubblico ci informa di questo premio non riesce a credere che sia stato assegnato ad una donna e per di più rumena, perciò si lascia andare in acrobazie semantiche che portano al seguente concetto: la svezia è molto attenta alle pari opportunità, avrebbero potuto scegliere certamente un uomo ma avevano il dovere di dimostrare qualcosa e dunque hanno premiato una donna. Ecco dunque che in poche parole il tg2 sminuisce il valore del premio, della donna che lo ha ricevuto e la definisce una sorta di protetta dal wwf con un ragionamento che più misogino, sessista e anche razzista, non si può. Sarei curiosa di sapere come mai il genio che ha fatto questo po’ po’ di sforzo mentale allora lavora alla rai e proprio al tg2, regno leghista che tratta le donne come bambolone flap flap acritiche e asettiche.

Di questi giorni è anche la notizia che un film che è in uscita in tutto il mondo non vedrà la luce in italia perchè ne’ i doppiatori, ne’ le distribuzioni vogliono turbare le “sensibilità” conservatrici ed ecclesiastiche. Si tratta di Ipazia, una scienziata che è stata uccisa in un modo atroce per le verità che raccontava e per le conoscenze che divulgava. Su di lei potete leggere un brano di Raffaella Costi che racconta la sua storia. E’ dunque palese che gli esempi di donne positivi, grandi figure che dimostrano quanto le donne hanno fatto e fanno nella storia e nel presente, non devono circolare. Tutto ciò evidentemente riflette la volontà di chi vuole che le donne non maturino autostima, sicurezza, rispetto di se’ e per le proprie simili. Ed è una propensione culturale che piega le donne esclusivamente ad affidarsi ad un maschio, il leader, il padre padrone, il gerarca, il dittatore, che le usa, le getta, le zittisce quando esprimono opinioni critiche.

A proposito del film comunque c’è una petizione e un gruppo facebook dedicato al quale potete iscrivervi per fare conoscere questa storia.

Mentre sulla stampa nazionale ci sono illustri personaggi di destra che “vantano” posizioni liberali rispetto alle coppie gay e lesbiche, in umbria decidono di creare un paracadute di protezione sociale parallelo a tutela delle famiglie etero, le uniche che a parere dei proponenti di destra avrebbero diritto ad ottenere garanzie di ogni genere.

In giro per il mondo la situazione non è delle migliori considerando la condizione femminile e la criminalizzazione che viene fatta di ogni nostra esigenza a partire da quella sessuale non finalizzata alla riproduzione. A questo proposito potete leggere uno straordinario speciale sull’america latina che le Mujeres Libres hanno tradotto e condiviso in rete. 

Sarebbe già sufficiente questo e invece ci troviamo a fare i conti anche con un articolo che ci segnala Emanuela (grazie!) e che purtroppo descrive la solita ricerca sessista della quale da’ notizia il quotidiano che più di tutti si diverte a rimpolpare la questione con considerazioni e battute anche più sessiste. 

Oggetto di attenzione è la pillola anticoncezionale. In europa rendono disponibili altri contraccettivi e metodi farmaceutici meno invasivi per l’interruzione di gravidanza e in italia si insiste nell’arrampicarsi su ogni micro articolo da rivista scientifica di periferia in cui viene detto di tutto e di più per criminalizzare la ru486, attualmente sottoposta all’analisi della commissione di inchiesta voluta dalla Roccella e dalla sua combriccola pro-life, la pillola del giorno dopo, ovvero il contraccettivo d’emergenza, e persino la pillola anticoncezionale classica.

Secondo la ricerca, o meglio, secondo la persona che riporta notizia circa la ricerca, la pillola porterebbe ad una selezione “innaturale” e altererebbe il modo in cui le donne scelgono il partner.

Il testo inizia con il dire che aver liberato le donne consentendo loro di non restare incinte ogni volta che fanno sesso è una cosa che fa deteriorare l’evoluzione umana. I toni sono apocalittici, la fine del mondo è imminente e il punto chiave è che le donne non hanno più voglia di “competere” nè tantomeno di “tenersi” il gallo di turno.

La scoperta del secolo parla di ormoni che sarebbero responsabili della scelta dei partner, indiscutibilmente etero e interessatissimi a procreare. Questa sarebbe - parola del corriere - la propensione “naturale” di ogni essere umano. Tutto ciò che non si attiene a questa modalità sarebbe anomalo, patologico, malato. 

La tizia, perchè purtroppo chi scrive è una tiziA, ci si mette d’impegno e fa anche degli esempi ed eccola sostenere che: 

la donna nel periodo dell’ovulazione ha un debole per il «maschio-maschio»: l’uomo molto mascolino, competitivo, dominante e dalle caratteristiche genetiche più dissimili da se stessa (di questo ovviamente nessuna è consapevole, ma l’istinto guida infallibilmente verso la diversità genetica, che assicura un maggior successo riproduttivo). E pure gli uomini «fiutano» l’ovulazione femminile: se devono scegliere la più attraente fra un gruppo di donne, spesso indicano proprio quelle che sono nel loro periodo fertile.”

Capito bene? Le donne “normali” quelle che non prendono la pillola sarebbero attirate in stile effetto calamita da un maschione, very macho man, tratti virili, niente di simile alle femminucce e questi scimmioni ambulanti avrebbero narici grandi come caverne e snifferebbero le femmine in calore proprio come si fa tra i cani. 

Fin qui tutto chiaro? Attente perchè ora arriva il colpo di scena. Ecco cosa ci dice l’articolo: 

Con la pillola però le condizioni cambiano: il contraccettivo [...] mantiene la donna in uno stato di equilibrio abbastanza simile a quello della gravidanza. Chi ha compiuto la ricerca ipotizza che questo possa modificare [...] le preferenze in fatto di uomini, influenzando per giunta la capacità femminile di attrarre i maschi e competere con le altre donne per accaparrarseli. «C’è di più: chi usa la pillola sembra essere meno attratta da uomini geneticamente dissimili e ciò può avere un effetto nella capacità di riprodursi della coppia che eventualmente si formerà. Se davvero è così, l’uso della pillola potrà avere conseguenze considerevoli sulle prossime generazioni». I due esperti sottolineano, ad esempio, che accoppiarsi con uomini che altrimenti istintivamente non guarderemmo perché geneticamente simili a noi potrebbe portare a una riduzione della diversità della specie.

Traduciamo in femministese: la pillola da’ una regolata agli ormoni (ma l’ovulazione avviene comunque, regolarmente, ogni mese e quindi dicono sciocchezze), ’sta regolata ci toglierebbe quello stimolo da cagne in calore che devono riprodursi entro nove mesi, siccome poi ci sono anche gli assorbenti (tranquille, prima o poi se la prenderanno anche con quelli) non puzziamo di mestruo lontano un miglio e i macho man scimmioni dalle narici esagerate non possono fiutarci, quindi diventiamo svogliate e non abbiamo alcuna voglia di relazioni “a scopo matrimonio e figliolanza” (traduzione di “accaparrarseli” come se fossero donne in stile anni ‘50 che inseguono gli uomini per farsi incoronare loro regine del focolare). Di più: senza l’ormone e senza il puzzo da cagne in calore ci scade la voglia di maschio “vero” e ci lasciamo attrarre da maschietti così così, addirittura da soggetti geneticamente simili. Come dire che l’omosessualità è una cosa che dipende dalla pillola anticoncezionale (potete ridere o bestemmiare a seconda del vostro umore!).

La “giornalista” insiste, si appassiona e auspica un approfondimento della materia e si riferisce ad un fantomatico legame tra l’uso della pillola e la durata delle relazioni con il partner. Si riferisce persino alla “capacità” di avere figli. Ovvero instilla il sospetto, il pregiudizio buono per chi non ha informazioni reali e dice, senza avere alcuna prova di ciò, che la pillola renderebbe sterili e che le donne mollerebbero i maschi perchè costoro non possono intrappolarle con decine di gravidanze corrispondenti alle loro gentilissime eiaculazioni.

Come se non bastasse, giusto per continuare a sprecare inchiostro e riempire la carta di aria fritta, trova anche un commento alla non-notizia. Così esce fuori un ginecologo che parlando delle preferenze sessuali delle donne durante l’ovulazione spiega che in realtà esse preferiscono sempre i maschi che pagano loro la cena (scientificamente parlando, ovvio). Questo sarebbe l’unico motivo per cui le donne non sarebbero assimilabili ad animali di varie specie.

Lo strazio continua - abbiate pazienza - e la giornalaia ci istruisce sulle alternative che potremmo avere se somigliassimo ad alcuni animali. Fondamentale, da non dormirci la notte, tenete presente che l’uccellino “diamante mandarino” vanta esemplari femminili che - e copio testualmente - “non sono un granchè e si accontentano di maschi mediocri [...]“. A questa cosa in particolare ci sarebbero arrivati analizzando il canto per concludere che: “le femmine «scarse» [...] hanno mostrato di preferire il canto di maschi simili a loro, senza aspirare al meglio. Bruttine senza pretese, si potrebbe dire, ma con l’occhio lungo…

Cioè, non solo vengono insultate le donne e ridotte alla condizione di ormoni vaganti alla frenetica ricerca dell’inoculatore di spermatozoi ma addirittura si insultano anche gli uccelli applicando su di loro categorie sessiste che riconoscono le uccellE “scarse” da quelle non “scarse”. Le “bruttine” dalle possibili miss uccellA dell’anno.

Lo so che è una domanda idiota e in questo momento mi affatico a nuotare in superficie per non annegare in questa vagonata di idiozie, ma: come diamine si distingue una uccellA bella da una brutta? 

Ancora due, please: mi si spiega perchè quel racchio di berlusconi dovrebbe poter avere diritto alle strafighe più strafighe e una donna “bruttina” invece dovrebbe accontentarsi di razze inferiori persino più inguardabili di buttiglione? E mi si spiega perchè una donna non può aspirare ad una vita sessuale indipendentemente dagli uomini? 

L’ultima e chiudo, giuro: ma le uccelle, che sarebbero così uguali a noi donne, prendono la pillola? 

http://femminismo-a-sud.noblogs.org

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Ott 13

“Lavoro per Medici Senza Frontiere”

Quante volte ho detto questa frase. Quante volte ho pensato alla sensazione che poteva suscitare questa affermazione…ma poi lavorando per anni in farmacia, mi sono chiesta: cosa percepisce veramente la persona che ho di fronte quando dico che faccio la farmacista in Zimbabwe o ad Haiti. Un camice bianco, una spilla, un ambiente sereno, mille scatole infilate, cassetti che si aprono e si chiudono, pubblicità di ogni genere di integratore o vitamina, in base alla diversa stagione nella quale si è.

Personalmente nelle missioni che ho fatto non ho mai visto una farmacia come la si intende da noi. Ho chiesto ai miei colleghi dello Zimbabwe se da loro le farmacie erano come descrivevo quelle europee, e la descrizione è stata più o meno la medesima. Mi incuriosiva vederle, e sempre quando viaggio da sola mi fermo davanti alle farmacie…farmacie stupende degli anni ‘70 ma con scaffali completamente vuoti all’ Havana, farmacie ben fornite con i farmaci più classici ad Amman in Giordania, farmacie con gli integratori vitaminici o dimagranti più disparati a Philadelphia. Si capisce molto della cultura e dello stato economico nel quale vive la popolazione di quel paese osservando le farmacie, o chiamiamola pure solo deformazione professionale.

Ecco. Dove ho lavorato io con Medici senza Frontiere l’ impressione è la stessa.

In realtà non ho mai lavorato dietro un bancone con il camice, la mia mansione era più quella di organizzare i magazzini centrali degli ospedali, controllare gli ordini semestrali dei farmaci, fare l’ inventario , spedire almeno due volte al giorno i farmaci ai vari dipartimenti, organizzare la pulizia del magazzino, della farmacia e molto spesso la mole di lavoro è enorme.

Ma allora cosa c’è di diverso nell’ organizzazione di una farmacia in missione o di una in Italia. Sostanzialmente niente.

A parte che non ci sono computer, o pochi, e tutto viene registrato e contato a mano, che spesso mancano dei farmaci particolari per un aumento improvviso di consumo e spesso per mesi bisogna arrangiarci aspettando l’ ordine internazionale semestrale, ma soprattutto che ai pazienti viene data la quantità esatta di pillole di cui hanno bisogno per la terapia.

Come funziona, cosa vuol dire? Che nel magazzino della farmacia non arrivano 100 scatole con blister da 10 pillole, ma arriva un barattolo solo con 100 pillole, e allora nell’ intera organizzazione c’è una mansione che è quella di contare buona parte della giornata le pillole, di scrivere su sacchettini di plastica il nome del farmaco e il dosaggio e di riempirlo con le pillole…ecco il “blister” pronto per il paziente. Al momento o secondo protocolli di terapia. Ma credo si facesse così da noi anche parecchi anni fa.

La farmacia invece più sorprendente per la quale mi sia capitato di lavorare è la farmacia della “clinica mobile”. Che percezione ho avuto io quando mi dissero che parte della mia missione era di organizzare la farmacia di una clinica mobile. Mi aspettavo la macchina di MSF viaggiare nei villaggi imbottita di medici, infermieri, farmacisti, strumentazione e farmaci di base. In parte è così.

A Martissant, una della baraccopoli di Port au Prince, tre volte alla settimana si partiva la mattina prestissimo con una macchina barricata di strumentazione, medici, infermieri…i primi a partire invece erano sempre i farmacisti. Il tutto per raggiungere tre case diverse in tre punti diversi della baraccopoli, una al giorno. Entri in una di queste case e già ancora prima dei farmacisti ci sono dei ragazzi che aggiustano le panche, tirano su striscioni col logo di MSF, tengono calma la fila immensa di gente corsa ancora prima di loro per farsi vedere da un dottore…stiamo mettendo su un ospedale estemporaneo in quel quartiere. Fantastico. E i farmacisti sono l’ultima catena, in fondo a tutto il percorso che i pazienti devono fare.

Tre tavoli di fortuna, due sedie, vengono aperte delle valigie in metallo enormi, piene e organizzate dal giorno prima secondo un protocollo, il tempo di separare i sacchetti di plastica con le pillole contate il giorno prima, separarle per categoria…pressione, colesterolo, antibiotici, sciroppi per bambini che vengono preparati sul momento per assicurare che la polverina sia diluita con acqua potabile…e i primi pazienti hanno finito la loro trafila e arrivano. Ricette e ricette…scritture dei medici impossibili da leggere…ma è come in Italia! E consigli, sorrisi. Cosa c’è di diverso dall’Italia? Forse i colori, gli odori, la lingua, lo splendore di culture diverse ma non gli occhi di bambini, donne bellissime, e il farmacista che dà l’ ultima parola al paziente prima che torni a casa sua, probabilmente a piedi, probabilmente dopo aver perso una intera giornata di lavoro per curarsi. Cosa c’è allora di diverso dall’Italia?

Forse che se non ci fosse stata MSF quelle cure non sarebbero state possibili.

Chantale farmacista

www.medicisenzafrontiere.it

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Ott 11

Morire giovani per “ragioni di mercato”

Ogni anno muoiono nel mondo 2,6 milioni di giovani tra i 10 e i 24 anni, il 97% per cento di loro in paesi a basso o medio reddito. Sono i risultati del primo studio sulla mortalità giovanile sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e pubblicati un paio di settimane fa sulla prestigiosa rivista medica Lancet.[i] Gravidanza, suicidio e incidenti stradali le prime cause di morte.  In gran parte morti evitabili.

Ogni giorno nel mondo 1500 donne muoiono di maternità; più di mezzo milioni di morti all’anno. La riduzione della mortalità materna è uno degli obiettivi di sviluppo del Millennio, però è quello per il quale i progressi registrati sono minimi ed è ben difficile che la la meta stabilita venga raggiunta nel 2015 (ridurre del 75% la mortalità materna  rispetto al 1990). Prima causa di morte nel mondo per le giovani tra i 15 e i 24 anni, tra loro nei paesi poveri la gravidanza fa più morti che tutte le malattie infettive messe assieme, compreso l’AIDS, eppure se ne parla di meno. Non c’è mercato; né farmaci, né vaccini, solo necessità di appropriate politiche e investimenti pubblici per la salute.

Le loro coetanee europee e dei paesi più ricchi in generale di  gravidanza non muoiono più. Nei paesi ricchi le gravidanze sono percentualmente molte di meno e per lo più sono solo quelle desiderate. Alle ragazze e ai loro giovani compagni è data l’opzione di scegliere, anche se ancora non sempre si assicura che abbiano tutta l’informazione necessaria per una scelta libera e responsabile. Pure quando affrontano la scelta drammatica dell’aborto, perché non vedono altra via d’uscita, la maggioranza delle ragazze europee non sono costrette all’aborto clandestino in condizioni igieniche e tecniche estremamente rischiose. In Europa oggi, certamente in Italia, di aborto clandestino muoiono soprattutto le donne immigrate.

Nei paesi ricchi a morire giovani sono di più i maschi; soprattutto per cause violente. In questo i maschi sono più simili ai loro coetanei dei paesi più poveri, anche se là sono anche percentualmente molti di più a morire. Molti di loro in quei paesi sono coinvolti fin da piccoli in conflitti armati; conflitti che non gli appartengono, loro sono strumenti di lotte di potere e di mercato. I giovani ricchi spesso, troppo spesso, si tolgono la vita da soli; anche le ragazze, seppure in percentuale minore, il suicidio è tra le prime cause di morte. Che il suicidio sia la causa prevalente di morte non può non far riflettere sulla sottostante malattia sociale; si tolgono la vita perché si sentono perdenti in una società dove vince chi è o può apparire ricco, bello, forte, competitivo. Non è però meno drammatica la constatazione che le morti per incidenti stradali costituiscono la causa di morte nel 32% dei casi per i giovani maschi nei paesi ricchi: rientra nel prezzo che pagano le società rimaste senza proposte sane, alternative allo “sballo” del sabato sera.

Poi ci sono le morti per malattie, infettive e non: ad uccidere i giovani nei paesi poveri sono sia le prime, principalmente AIDS e tubercolosi, sia le seconde. Nei paesi ricchi le morti per malattie infettive sono piuttosto rare. Qui la responsabilità ce l’hanno principalmente le malattie cardiovascolari e il cancro; il ché era del tutto prevedibile considerando lo stretto legame tra malattie infettive e condizioni di vita. Se l’inchiesta del Lancet inizia a mettere ordine nei numeri riguardanti la mortalità tra adolescenti e giovani adulti, non possiamo dimenticare che almeno il 70% delle morti premature tra gli adulti in età non più giovane sono anch’esse legate a condizioni e comportamenti dell’adolescenza, quali il fumo, l’alcol, malsane abitudini alimentari, comportamenti sessuali a rischio o l’uso di droghe.

Il fumo di tabacco è in assoluto una delle principali cause di morte evitabili.  Nel mondo ci sono un miliardo di fumatori e il numero è in aumento soprattutto tra le donne. Trovando crescenti resistenze nei paesi europei e ad economia avanzata, e nonostante la Convenzione quadro sul controllo del tabacco (entrata in vigore nel 2005), le strategie di marketing delle multinazionali del tabacco puntano soprattutto ai giovani, in particolare alle ragazze, associando la sigaretta  ad un’immagine di indipendenza e di glamour. Intensificano la propaganda nei paesi poveri e nelle economie in transizione, dove più debole è la resistenza posta dalle istituzioni, o addirittura assente ogni legislazione in materia, e minore l’accesso a fonti di informazione alternative. Peraltro fumo, alcol, droghe, sono spesso legati ad un substrato di depressione -tra le prime cause di malattia nel mondo- che quelle abitudini non fanno che peggiorare in un diabolico circolo vizioso che, come abbiamo visto, non raramente si conclude con il suicidio.

Presi da un inusitato panico per il diffondersi dell’influenza suina (H1N1), non ci preoccupiamo del diffondersi di un’altra epidemia, più subdola, ma certamente con pericoli e costi maggiori sul lungo periodo: l’obesità. La diversa attenzione non sorprende visto che nel caso dell’influenza il business è legato alla cura (farmaci) o alla vaccinazione e si può far leva sul senso di catastrofe biblica, mentre nel caso dell’obesità il buon andamento degli affari delle multinazionali alimentari è legato alla promozione di abitudini alimentari che promuovono l’epidemia: il consumo di prodotti ricchi di zuccheri e grassi a basso costo, tipici dei fast-food. Oltre alle variate abitudini alimentari, alla base dell’obesità, c’è anche la sedentarietà. Anche questa condizione, un tempo propria delle società affluenti, interessa sempre di più i giovani e meno giovani nei paesi più poveri. Così sono sempre di più i giovani obesi tanto nel Primo come nel cosiddetto Terzo mondo e parallelamente, perché legata agli stessi determinanti sociali, insieme alla mortalità, aumenta l’incidenza delle malattie croniche  e degenerative (in particolare cardiovascolari, cerebro vascolari e diabete) che presto potrebbe superare quella delle malattie infettive nei paesi più poveri.  Il Terzo mondo, è ormai gravato da un “doppio carico di malattia” derivante dalle tradizionali malattie legate a condizioni di vita precarie, cui si è aggiunto quello delle patologie dei ricchi, è rimasto però solo con l’illusione dei vantaggi che la globalizzazione orientata dalla “ragion di mercato” del modello economico e culturale occidentale sembrava promettere.

La società è malata di profitto e competizione. Su quali forze possono contare 1,8 miliardi di ragazzi e ragazze, e giovani adulti, il 30 % della popolazione mondiale, per cambiare i valori di riferimento affinché nessuno si senta inadatto e nessuno sia emarginato nella costruzione del futuro? “Un mondo diverso è possibile” è la proposta di milioni di giovani che lottano per avere la possibilità di scegliere la strada da percorrere e assicurare anche ai loro coetanei meno fortunati le stesse opportunità. Un mondo di cittadini, non di consumatori.

di Eduardo Missoni

02-10-2009

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[i] Patton, G. et al., Global patterns of mortalitty in young people: a systematic analysis of population health data, The Lancet, vol. 374, September 12, 2009, 881-892

Eduardo Missoni (1954) è professore di “strategie globali per la salute” presso l’Università Bocconi di Milano. Il suo insegnamento si estende a temi di management e etica delle Istituzioni e delle Organizzazioni non profit Internazionali, con docenze anche presso le Università Bicocca di Milano e l’Università di Ginevra. Iniziata la carriera come medico volontario in Nicaragua, è stato poi con l’UNICEF in Messico, in seguito a Roma con la Cooperazione Italiana quale responsabile delle iniziative socio-sanitarie in America Latina e Africa. Dal 2004 al 2007 è stato il Segretario Generale dell’Organizzazione Mondiale del Movimento Scout (OMMS), la maggiore organizzazione giovanile mondiale. Biografia completa

da http://domani.arcoiris.tv

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Ott 11

OTTOBRE MESE MONDIALE SULLA MORTE PERINATALE

Un problema grave e di cui si parla poco, ma che riguarda 1 su 250/300 nascite nei paesi industrializzati, 10 volte la frequenza della morte in culla. In Italia ogni anno 2.500 famiglie perdono il loro bambino nell’ultimo trimestre di gravidanza o nei primi giorni di vita senza una causa apparente.

Un’onda di luce intorno al mondo contro la morte perinatale: medici e genitori uniti per combattere la morte dei bambini in gravidanza o dopo il parto. Una serie di incontri, convegni e un progetto fotografico.

Info: www.babyloss.info

Ottobre mese internazionale della consapevolezza sulla morte infantile e sulla perdita in gravidanza. Le associazioni dei genitori organizzano in tutto il mondo iniziative di informazione e ricordo.

L’Associazione CiaoLapo Onlus coordina le attività in Italia: un incontro con genitori e operatori a Roma, un’Onda di Luce che attraverserà l’Italia il 15 ottobre e il raduno Nazionale il 18 Ottobre.

Firenze, ottobre 2009 – In Italia una gravidanza su 300 si conclude con la morte del bambino prima della nascita o subito dopo il parto. In molti paesi sono presenti associazioni di volontari a sostegno ai genitori per superare il lutto della morte di un bambino prima del parto o nei primi giorni di vita. Dal 1983 in tutto il mondo, per sensibilizzare l’opinione pubblica e gli operatori sanitari su questo problema e sulle risorse disponibili, si celebra in Ottobre il mese della consapevolezza sulla morte infantile e sulla perdita in gravidanza, al fine di sviluppare una cultura su questo tema, e di fornire sostegno ai genitori colpiti.

Nonostante i progressi della medicina prenatale, questo tasso è rimasto invariato negli ultimi dieci anni. In Italia, circa 2500 famiglie annualmente perdono il loro bambino nell’ultimo trimestre di gravidanza o nei primi giorni di vita, spesso senza una causa apparente. Studi internazionali ci dicono che un attento esame di ogni singolo caso potrebbe individuare le cause nel 70% dei casi, e questo potrebbe essere utile per prevenire altre morti nelle successive gravidanze.

Ottobre è il mese in cui le associazioni di volontari che offrono sostegno ai genitori per superare il lutto della morte di un bambino prima del parto o nei  primi giorni di vita, si confrontano e condividono le loro esperienze  promuovendo in tutto il mondo una serie di attività coordinate. Dal 2007 anche l’Italia ha aderito a questo importante progetto grazie all’impegno dell’associazi one CiaoLapo Onlus.

“CiaoLapo Onlus si occupa dal 2006 di lutto perinatale, - ha commentato Claudia Ravaldi psichiatra e psicoterapeuta, fondatore e presidente di CiaoLapo Onlus - offrendo sostegno a tutti i genitori che hanno perso un bambino durante la gravidanza o dopo il parto. Dal 2007 facciamo parte della International Stillbirth Alliance (ISA), un gruppo internazionale di genitori, associazioni scientifiche e ricercatori, che riunisce le principali organizzazioni mondiali impegnate nella SIDS e nella morte intrauterina. Con la collaborazione dell’ISA, abbiamo inaugurato il sito internet in italiano ed inglese www.babyloss.info che raccoglie molte informazioni sul mese della consapevolezza, presentando inoltre tutte le iniziative organizzate in Italia per il mese di Ottobre.”

In particolare, il 3 Ottobre, a Roma, l’associazione CiaoLapo Onlus insieme alla SIPAP (Società Italiana Psicologi Area Professionale), nell’ambito delle giornate del benessere, ha organizzato una giornata informativa sul lutto perinatale, che ha visto la partecipazione di genitori e operatori sanitari, in particolare psicologi. “Il 15 Ottobre “ ha ricordato Claudia Ravaldi “verrà celebrata la giornata mondiale della commemorazione ,  al termine della quale in diverse città italiane daremo vita con le altre associazioni di tutto il mondo all’Onda di Luce.”

In tutto il mondo infatti il 15 ottobre si porta l’attenzione su questo grave problema che affligge ancora un numero sorprendentemente alto di famiglie (circa tre milioni l’anno in tutto il mondo) Per sensibilizzare l’opinione pubblica si propone un’Onda di Luce, concetto creativo nato da una idea delle associazioni inglesi: se in tutto il mondo ogni partecipante accende una candela alle ore 19 locali e la mantiene accesa per un’ora, per tutta la giornata del 15 Ottobre un’onda di luce attraverserà il globo, illuminando progressivamente tutto il pianeta, un fuso orario dopo l’altro. Si tratta di un modo simbolico per sentirsi idealmente uniti con molte altre persone nel mondo, accomunate da un lutto che invece abitualmente isola: la morte di un bambino.

In occasione del mese di Ottobre, - continua la dottoressa Ravaldi CiaoLapo inaugurerà nuovi gruppi di automutuoaiuto per il lutto perinatale: oltre ai g ruppi già attivi a Prato e a Modena, le attività di sostegno di CiaoLapo saranno presenti anche a Monza, a Frosinone (in collaborazione con l’associazione ‘Nove Mesi e un Giorno’) e a Chiavari e Varazze

(in collaborazione con l’associazione ‘Bene con Sé Bene Insieme’).

Infine, domenica 18 Ottobre genitori ed operatori provenienti da tutta Italia si riuniranno presso il Giardino degli Angeli a Castel San Pietro Terme (BO). “In questa occasione – conclude Claudia Ravaldi - verrà presentato ufficialmente il nostro progetto fotografico “Piccoli Principi”, reportage realizzato dal fotografo Giovanni Presutti che ha raccontato in 33 immagini le storie di perdita, lutto e rinascita di nove famiglie dell’associazione CiaoLapo Onlus.” L’anteprima del progetto è disponibile sui siti www.giovannipresutti.it e www.ciaolapo.it.

Per tutte le informazioni visitate www.babyloss.info www.ciaolapo.it o rivolgetevi alla dott.ssa Claudia Ravaldi psichiatra e psicoterapeuta, fondatore e presidente di CiaoLapo Onlus info@ciaolapo.it 3470465494

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Ott 11

Un patto insalubre per la sanità

Il governo vuole ridurre i posti letto per acuti dal 3,8 al 3,3 per mille (7-10 mila posti letto in meno), arrivando ad ipotizzare persino accordi interregionali sulla mobilità per cui ad ogni cura eseguita in un’altra regione dovrà corrispondere analoga riduzione di posti letto nella regione di appartenenza.

Pesante intervento anche sul personale attraverso ipotesi di organico standard con ridimensionamento dei fondi per i contratti integrativi e conseguente riduzione degli organici nelle strutture semplici e complesse.

Introduzione di ticket: in caso di squilibrio già definito nel secondo trimestre dell’anno in corso, scatto obbligatorio di ticket sulla farmaceutica e sulle cure specialistiche con superamento e cancellazione di ogni tutela sociale attraverso l’annullamento di tutte le esenzioni.

Obbligo di introdurre il ticket sulla parte alberghiera per le prestazioni medico-chirurgiche in day hospital o in ricovero ospedaliero, introduzione di un incremento della tariffa a carico dei cittadini per le prestazioni in intramoenia. Per la riabilitazione nelle strutture accreditate, scatto della totale o parziale compartecipazione a partire dal 45° giorno anziché dal 60° come attualmente in vigore.

Nella sostanza una logica di esasperato economicismo in cui si comprimono i servizi e si cancellano i diritti, anziché colpire privilegi, sprechi e connessioni malavitose insite nel sistema, con appalti e gestioni esternalizzate a vantaggio di amici degli amici.

Le Regioni non potranno più operare per garantire qualità e quantità delle prestazioni sanitarie ai propri cittadini, e dovranno anche cancellare ogni ipotesi di prevenzione.

Il governo non sta solo compiendo l’ennesimo intervento pro-crisi, riducendo l’occupazione e peggiorando la condizione delle fasce sociali più deboli. Sta attaccando pesantissimamente la sanità pubblica con un progetto preciso e dichiarato. Sviluppare il “terzo pilastro” cioè consegnare al sistema a capitalizzazione e ai privati la sanità.

Ce n’è abbastanza per provare a rimettere in piedi iniziativa e mobilitazione con tutti coloro che ritengono che l’universalità del diritto alla salute sia decisiva per i livelli di civiltà di un paese.

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Ott 11

AMBIENTE E SALUTE: QUALE RUOLO PER I MEDICI?

Come la professione medica può contribuire a ridurre l’inquinamento ambientale e come può favorire l’adattamento dell’uomo ai cambiamenti ormai in atto? Questo l’oggetto di un incontro presso l’Ordine dei medici di Firenze tenutosi venerdì 4 settembre.

L’iniziativa è una tappa importante del manifesto su Ambiente e Salute siglato nel 2007 da FNMOCeO e ISDE, finalizzato a sensibilizzare e valorizzare il ruolo dei Medici nella promozione della salute, sostenendo interventi non solo sanitari.

Il progetto rientra anche nelle iniziative promosse dalla Scuola Internazionale Ambiente Salute e Sviluppo sostenibile (SIASS) a cui aderiscono l’Agenzia Regionale di Sanità Toscana (ARS), ARPAT, ISDE, la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), con il supporto economico anche della Regione Toscana .

Al corso di formazione hanno contribuito, tra gli altri, Mario Barresi, vice-Presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, R. Ibba, Rappresentante del Comitato Centrale FNOMCeO “Professione-Salute e Ambiente-Salute globale e Sviluppo” FNOMCeO, E. Vinci, Coordinatore Gruppo di lavoro “Professione-Salute e Ambiente-Salute globale e Sviluppo” FNOMCeO, R. Romizi, Presidente ISDE Italia, Consigliere Ordine dei Medici di Arezzo, C. Zamboni, Medico del Lavoro USL di Firenze, Consigliere Ordine dei Medici di Firenze, G. Maciocco, Professore Dipartimento di Sanità Pubblica Università di Firenze, D. Scala, Epidemiologia Ambientale ARPAT, A. Faggioli, Libero docente in Igiene e Sanità Pubblica Università di Bologna.

Tutti sono concordi nel ritenere che siamo ormai di fronte ad una vera e propria emergenza ambientale. Il riscaldamento globale, prodotto per lo più dalle attività umane, rappresenta insieme al mutamento del clima la punta dell’iceberg di questa emergenza ambientale.

La stabilizzazione del clima, insieme al raggiungimento dell’uguaglianza nel diritto alla salute e lo sradicamento della povertà costituiscono la nuova sfida del millennio.

Il campanello dell’allarme sullo stato dell’ambiente si accompagna ad un altro campanello, non meno allarmante, ovvero quello dell’emergenza sociale.

Cattivo stato dell’ambiente, perdita di potere economico, aumento della povertà sono tutti fattori che influiscono sul nostro stato di salute, riducendo l’aspettativa di vita ed aumentando la mortalità infantile.

L’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che i cambiamenti climatici possono influire sulla nostra salute in diversi modi, sia diretti chi indiretti.

L’ondata di calore dell’agosto 2003, ad esempio, ha causato in Europa oltre 70.000 morti in eccesso (Robine 2008), nel 2000, a livello mondiale, per solo un aumento di 0,4 gradi di temperatura l’impatto stimato sulla salute dei CC è stato pari a 250.000 morti (0,4% del carico globale di malattia).

Di fronte a questo scenario, qual è il ruolo del medico, quale contributo può dare per prevenire e gestire l’impatto che il cattivo stato dell’ambiente in generale, ed il mutamento del clima, in particolare, provocano sulla salute della popolazione ?

Tutti d’accordo nel ritenere che il medico deve informarsi, formarsi, essere portatore di buone prassi e mettersi in rete con gli altri soggetti che agiscono contro i mutamenti del clima ed ogni forma di inquinamento ambientale.

Formarsi significa studiare, essere consapevoli che esiste una forte relazione tra l’ambiente e la salute.

Informare significa colmare ogni vuoto di conoscenza nei propri pazienti, e non solo. Proprio con l’intento di informare ARPAT e ISDE hanno deciso di tradurre in italiano un documento molto importate prodotto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2006 Prevenire le malattie attraverso un ambiente più salubre Verso la stima del carico ambientale di malattia.

Il volume affronta 6 punti fondamentali: cosa si intende per ambiente e salute, cosa si intende per “frazione di rischio attribuibile”, i metodi, l’analisi delle stime per malattia della frazione ambientale attribuibile e infine i risultati dell’analisi. Esamina in particolare l’impatto dei rischi ambientali su 85 specifiche malattie, la malnutrizione e l’inattività fisica.

Nel mondo il 24% delle malattie e il 23% delle morti sono stati attribuiti ai fattori ambientali, nei bambini più di un terzo delle patologie. Esistono disuguaglianze geografiche anche all’interno della regione OMS Europa, dove comunque si trovano le stime più basse riguardo il carico ambientale di malattia, specie nella Subregione A, dove si trova l’Italia.

Essere modello, per il medico, sta a significare essere portatori di buone prassi, ad esempio andare a lavoro in bicicletta, o avere un ambulatorio rispettoso dell’ambiente”. Mentre la formazione e l’informazione sono aspetti già caratteristici della professione medica, meno lo sono altri aspetti: come l’essere modello per i propri pazienti e l’idea di creare una rete con professionisti di estrazione anche molto diversa da quella medica.

E’ stato evidenziato come la letteratura scientifica medica si è aperta negli ultimi anni ai temi ambientali. In generale l’approccio alla salute globale (presente nelle facoltà mediche solo come insegnamento complementare facoltativo, per ora9 indica che i determinanti della salute rilevanti sono la tipologia di sviluppo economico, la urbanizzazione e le politiche agroalimentari e che gli stessi sono validi per i cambiamenti climatici

I rappresentanti degli OM hanno evidenziato il nuovo percorso di conoscenza e sensibilizzazione, promosso da SIASS e sostenuto da Commissioni e gruppi di lavoro della FNOMCeO su ambiente e salute, per una interpretazione moderna del ruolo del medico dalla sfera del singolo individuo a quella collettiva.

I medici devono pensare che è ormai necessario collaborare anche con climatologi, esperti di urbanistica e assetto del territorio, il settore della medicina dovrà integrarsi con settori anche molto diversi, come l’energia, i trasporti, l’agricoltura e l’industria.

Lavorare insieme, medici con altri professionisti, vuol dire non solo avere una visione più completa di come prevenire l’inquinamento ambientale, ma anche pensare a modalità di adattamento ai mutamenti già in corso. I mutamenti climatici, ad esempio, si manifestano con fenomeni sempre più estremi. I medici devono passare da un atteggiamento reattivo ad uno proattivo, imparando ad anticipare i rischi così come accade in atri settori professionali.

Per ora abbiamo assistito alla realizzazione di sistemi di allerta, ad esempio, di fronte alla notizia di un’ imminente ondata di calore, si mettono in moto sistemi in grado di supportare prima di tutto le persone più anziane ed i malati.

Cosa altro potremmo fare?, molti interventi sono ancora oggetto di discussione, ma bisognerà orientarci verso sistemi in grado di mettere insieme sistema di allerta sanitaria, informazione ai cittadini e assistenza alle categorie più deboli e a rischio.

La Regione Toscana ha già dato avvio ad una politica volta all’integrazione di settori come la sanità e l’ambiente, molti sono infatti i collegamenti tra il piano di sviluppo regionale, ed in particolare tra il piano sanitario regionale ed il piano di azione ambientale.

Un passo concreto che muove dal corso è la approvazione di un documento rivolto ai medici, ricercatori e scienziati italiani per il controllo dei cambiamenti climatici, l’appello sottoscritto verrà presentato alla 15 esima conferenza delle parti (COP 15) a Copenaghen il prossimo dicembre.

Nell’appello i medici, ricercatori e scienziati italiani chiedono ai governi italiano, europei e degli altri Paesi, che si facciano carico di un accordo che assuma i seguenti principi:

· il confronto e il dialogo tra scienza, etica e politica;

· la cooperazione internazionale;

· la giustizia e l’equità nel determinare le future quote di emissione dei gas climalteranti, le quali tengano conto delle rispettive capacità dei diversi Paesi e del diritto di tutti allo sviluppo e a una soddisfacente qualità della vita;

· la responsabilità comune, ma differenziata tra i diversi Paesi;

che ponga i seguenti obiettivi:

· limitare i cambiamenti climatici dovuti alle emissioni carboniche di origine antropica;

· promuovere la salute, la giustizia sociale e la sopravvivenza delle generazioni attuali e future, dei poveri e dei ricchi, a livello locale e mondiale;

· avviare una profonda revisione dei modelli economici dominanti;

che abbia i seguenti contenuti:

· applicare il “Pacchetto clima 20 20 20 al 2020” dell’Unione Europea e allargamento dello stesso a tutti i Paesi industrializzati, trovando adeguati meccanismi di compensazione e di cooperazione per i Paesi in via di sviluppo;

· stabilizzare le concentrazioni di anidride carbonica entro la soglia critica di 450 ppm, al fine di evitare il rischio di superamento di 2°C, rispetto all’era preindustriale, della temperatura media terrestre, ritenuta la soglia oltre la quale il cambiamento climatico produrrebbe danni irreversibili agli ecosistemi e all’umanità;

· ridurre le emissioni di anidride carbonica dell’80% entro il 2050 nei Paesi ricchi (50% a dimensione globale) rispetto al 1990;

· adottare strategie di mitigazione e adattamento degli effetti su ambiente e salute dei cambiamenti climatici in corso;

· porre un maggiore onere di impegni a carico dei Paesi industrializzati e di quelli in transizione;

· garantire il trasferimento di risorse ai Paesi in povere condizioni di vita e che fanno uso limitato di combustibili fossili;

· promuovere uno sviluppo che minimizzi le emissioni carboniche, non solo promuovendo scelte dei cittadini per bassi consumi ma soprattutto favorendo tali scelte da parte dei governi con adeguate politiche per il risparmio dell’energia, l’efficienza energetica e l’incremento delle fonti rinnovabili nei settori dell’edilizia, dei trasporti, dell’agricoltura, dell’industria e del turismo.

Per chi vuole approfondire

Tutti i contributi sono disponibili sul sito della Siass :

· Introduzione: R. Romizi, Presidente ISDE Italia, Consigliere Ordine dei Medici di Arezzo

· Presentazione: C. Zamboni, Medico del Lavoro USL di Firenze, Consigliere Ordine dei Medici di Firenze

· Salute globale: G. Maciocco, Professore Dipartimento di Sanità Pubblica Università di Firenze

· Carico ambientale di malattia e prevenzione: D. Scala, Epidemiologia Ambientale ARPAT

· Clima e salute: B. Menne, Responsabile Cambiamento Globale e Salute OMS Europa;

· Appello dei medici, ricercatori e scienziati italiani per il controllo dei cambiamenti climatici: A. Faggioli, Libero docente in Igiene e Sanità Pubblica Università di Bologna.

[07/10/2009]

Testo di questo numero a cura di Stefania Calleri e Danila Scala

www.arpat.toscana.it

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Ott 11

Povero Barbarossa. Ma ci fa o ci è?

Il Barbarossa di Renzo Martinelli pone ai critici cinematografici un serio problema. Una quaestio dirimente. Ovvero: trattasi di un film o di una parodia? Non è una polemica sinistrorsa, il quesito è reale.

Iniziamo dall’inizio. Siamo nelle terre del Nord (in realtà, la Romania, dove il film è stato interamente girato), dominate dall’imperatore tedesco Federico I Hohenstaufen, anno 1150 circa. Il signore di tutti i settentrioni è convinto che, entrando in possesso di Milano, la città fortezza già capitale del Regno Romano d’Occidente, potrà arrivare fino in Sicilia e diventare il nuovo “imperator mundi”, come fu a suo tempo Carlo Magno. Suoi alleati, i signori di Lodi e Pavia, oltre a un pugno di milanesi traditori capitanati dal nobilotto Siniscalco Barozzi. Il resto del popolo del nord d’Italia è contro l’invasore tedesco, in particolare la famiglia puro-sangue milanese dei Da Giussano, formata dai fratelli Giovanni, Rainero e Alberto, il minore ma il più sveglio dei tre.

Federico detto il Barbarossa sarebbe anche uomo giusto, di suo, ma è assai mal consigliato dal suo secondo, Rainaldo di Dassel e spinto alla gloria dalla moglie-bambina Beatrice di Borgogna. Invitato a frenare gli impeti guerreschi anche dalla veggente Ildegarda, Federico alla fine cede e nel 1162 dichiara guerra a Milano, pronta a resistere fino alla morte. Alberto nel frattempo è cresciuto, è diventato il capo-rivolta cotro l’imperatore tedesco e si è innamorato di Eleonora, giovane fulminata (nel senso vero, un fulmine l’ha colpita da bambina) ma sopravvissuta e quindi dichiarata pubblicamente “strega”. Alberto, dicevamo, guida la resistenza di Milano, ma il risultato è comunque misero: i tedeschi gli ammazzano i fratelli, gli accecano il padre e radono al suolo la città. Ritiratosi nei boschi, ivi il giovane da Giussano cova la sua vendetta che arriverà, implacabile, qualche tempo dopo quando l’esercito di Federico dovrà fare i conti con l’Esercito della morte (guidato dal prode Alberto) nella pianura di Legnano, che in men che non si dica si trasforma in un mare di sangue e membra mozzate.

Nessuno aveva mai raccontato questa storia, dichiara Martinelli per spiegare la scelta fatta, e un motivo ci sarà stato, sarebbe da rispondergli. I soldi, (circa 30 milioni di euro, in gran parte sborsati dalla Rai) il regista italiano li ha avuti, e si vedono tutti in quella specie di scenografia in carton gesso della porta principale di Milano con tanto di tre torri, nella ventina di cappelletti di ferro con velina in maglia d’acciaio dei soldati, nei venti cavalli neri che corrono a perdifiato a destra e manca, nei vestiti simil-Armani delle pulzelle bionde (ogni omaccio protagonista c’ha la sua) e nei cachet del cast internazionale, che a dire il vero non fa troppi sforzi per guadagnarseli. Rutger Hauer (l’imperatore Federico), quando deve fare la faccia del cattivo sembra preda della dolce euchessina, Raz Degan (Alberto da Giussano) ha studiato la parte sulle figurine di Mel Gibson, il povero Murray Abraham (già sfigato con quel nome: Siniscalco Barozzi) ha preso la stessa purga di Hauer, ma in dose doppia. Le donne fanno solo le faccette (non viene loro richiesto altro) e quindi non valgono. Il resto, sono 12 mila comparse, tutte rumene. A parte Bossi che si è offerto gratis per una particina, ma che non siamo riuscite ad individuare.

Quello che gli attori non poterono, lo fanno qualche dolly con zoomata (stile Signore degli anelli ) e le musiche rincoglionenti di Pivio & Aldo De Scalzi. La sceneggiatura è scritta da una Ong che combatte l’analfabetismo nelle langhe («adesso occupo MIlano, perché sono cattivo»).

Come si fa a fare la recensione di un film così? Noi ci rinunciamo. Sinceramente, non siamo all’altezza.

Roberta Ronconi

Liberazione 09/10/2009

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Ott 09

Piemonte, Regione Vara Piano Per Abbattere Liste d’Attesa

Torino, 5 ott. - (Adnkronos) - Oltre 4 milioni di euro per abbattere le liste d’attesa. E’ lo stanziamento approvato oggi dalla Giunta regionale del Piemonte e destinato alle aziende sanitarie affinche’ si organizzino per offrire ai cittadini tempi di attesa inferiori a quanto previsto dalla normativa nazionale nelle specialita’ maggiormente richieste.

Per quanto riguarda le prime visite, le aziende sanitarie dovranno fare in modo che in punti da loro indicati vengano assicurate entro 20 giorni (invece dei 30 previsti dal piano nazionale sulle liste d’attesa) le prestazioni in cardiologia, neurologia, gastroenterologia, urologia, oculistica, ortopedia, ginecologia, dermatologia e oncologia.Entro 40 giorni, anziche’ gli attuali 60, dovranno essere garantiti ecografia dell’addome, colonscopia, esofagogastroduodenoscopia, risonanza magnetica della colonna, eco dei tronchi sovraortici, ecocardiografia, elettrocardiogramma da sforzo, eleottromiografia.

Come avviene gia’ oggi, in casi di urgenza, le stesse prestazioni dovranno essere effettuate entro 48 ore o entro 15 giorni, a seconda che il medico di famiglia, cui spetta stabilire l’eventuale gravita’ della situazione, apponga sulla ricetta rispettivamente il codice ‘U’ oppure ‘B’.

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La Regione Piemonte abbatte i tempi di attesa di visite ed esami

Il Piemonte vara un programma straordinario di azione contro le liste di attesa. Su proposta dell’assessore alla tutela della salute e sanità, Eleonora Artesio, questa mattina la Giunta regionale ha infatti approvato uno stanziamento vincolato di 4 milioni e 250 mila euro da destinare alle aziende sanitarie, affinché si organizzino per offrire ai cittadini tempi di attesa inferiori a quanto previsto dalla normativa nazionale nelle specialità maggiormente richieste.

Per quanto riguarda le prime visite, le aziende sanitarie dovranno fare in modo che in punti da loro indicati vengano assicurate entro 20 giorni (invece che i 30 previsti dal piano nazionale sulle liste d’attesa) le prestazioni in cardiologia, neurologia, gastroenterologia, urologia, oculistica, ortopedia, ginecologia, dermatologia e oncologia.

Entro 40 giorni, invece degli attuali 60, dovranno invece essere garantiti i seguenti esami strumentali: ecografia dell’addome, colonscopia, esofagogastroduodenoscopia, risonanza magnetica della colonna, eco dei tronchi sovraortici, ecocardiografia, elettrocardiogramma da sforzo, eleottromiografia.

Come avviene già oggi, in casi di urgenza, le stesse prestazioni dovranno essere effettuate entro 48 ore o entro 15 giorni, a seconda che il medico di famiglia – cui spetta stabilire l’eventuale gravità della situazione – apponga sulla ricetta rispettivamente il codice “U” oppure il codice “B”.

«Un’attenta analisi dei tempi dei tempi di attesa presso le strutture sanitarie regionali – spiega l’assessore Artesio - ha evidenziato come, nonostante le iniziative intraprese in queste anni e i miglioramenti ottenuti, esistano ancora alcune criticità. Per questo abbiamo deciso di sviluppare un’azione straordinaria, assegnando alle aziende dei fondi finalizzati, che consentano loro, ad esempio attraverso l’organizzazione di turni di lavoro straordinario dei propri dipendenti, di offrire ai pazienti una risposta più efficiente e tempestiva ai loro bisogni di salute».

Per facilitare l’attuazione del progetto, sono state preventivamente informate le rappresentanze sindacali dei vari comparti del personale del Servizio sanitario regionale, che hanno condiviso gli obiettivi generali dell’iniziativa e sottoscritto accordi specifici.

Ora ciascuna azienda dovrà elaborare un proprio progetto per il raggiungimento delle finalità indicate, che dovrà poi essere approvato a livello regionale prima di essere attuato.

Mara Anastasia Ufficio stampa Giunta regionale

5 ottobre 2009

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Ott 09

FIDUCIOSI, GIOVEDI’ 8 OTTOBRE AL TAR DEL PIEMONTE

Sarà una udienza decisiva, finalmente di merito, quella dell’8 ottobre davanti al Tar Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte, per il nostro ricorso contro Ministero dello sviluppo economico, SOGIN Società Gestione Impianti Nucleari e ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, per l’annullamento, previa sospensione, del decreto ministeriale che, in alternativa al deposito nazionale ultrasicuro per millenni, autorizza contro legge a Bosco Marengo (Alessandria) la costruzione, già di per sé rischiosa per lavoratori e territorio, di un insicuro deposito di scorie nucleari da stoccarsi pericolosamente (attentati, terremoto, falde acquifere ecc.) almeno fino al 2020 secondo la Regione e secondo la Sogin per un periodo del tutto indeterminato. Senza ipocrisie: sarebbe un deposito definitivo. In un sito assolutamente inidoneo neppure per uno stoccaggio temporaneo: sia per le condizioni antropiche (densità popolazione) sia per le caratteristiche geomorfologiche del terreno (sismico, con falde), come dimostrerebbero agevolmente le (omesse) indagini geotecniche e il (mancato) assoggettamento alla valutazione di impatto ambientale VIA.

La pronuncia del Tar diventerà un precedente con enorme valenza per tutto il territorio nazionale. Se a noi favorevole, ad essa si potranno appellare tutti i siti italiani che hanno ereditato i rifiuti nucleari delle centrali dismesse. Soprattutto la sentenza del Tar metterà in discussione l’intera strategia nucleare del Governo, come affermato dallo stesso.

Il ricorso al Tar Piemonte era stato presentato nell’aprile scorso, tramite l’avvocato Mattia Crucioli, da parte di Medicina democratica, Comitati, Legambiente, Pronatura e tre consiglieri regionali (Deambrogio, Comella, Moriconi), poi sostenuto da una entusiasmante sottoscrizione popolare, con l’aiuto di Beppe Grillo, senza alcuna partecipazione dei Comuni, anzi, avendo apertamente contro il Comune di Bosco Marengo, la Provincia di Alessandria e la Regione Piemonte. Addirittura il Governo ha mandato in campo l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, con l’intimidazione che se viene accolto il nostro ricorso… gli utenti dovranno sopportare maggiori costi.

Contro il ricorso la Sogin, cioè il Governo, si era opposta con una infinità di pretesti e cavilli in tutte le sedi, ma subendo ben due sentenze del Tar e una del Consiglio di Stato. Il tentativo della Sogin, con uno stuolo di avvocati famosi e super pagati, era di scippare, di spostare la sede del giudizio da Torino a Roma, sede ritenuta vicina alla propria sfera di influenza, e comunque di rinviare in continuazione la sentenza definitiva. Né va sottovalutato il tentativo di “prenderci per fame” così dilatando i costi del procedimento, disegno rintuzzato dalla eccezionale sottoscrizione popolare. Tale strategia, malgrado le ipotesi di reato presentate nell’esposto di Medicina democratica alla Procura della Repubblica di Alessandria, ha però consentito alla Sogin di avviare i lavori di smantellamento dell’impianto nucleare di Bosco Marengo, con gravissimo pericolo per l’ambiente e la salute. Lavori illegali, senza VIA e addirittura privi delle prescritte approvazioni ISPRA, iniziati perfino tramite un contratto di appalto precedente la contestata autorizzazione ministeriale; dunque lavori carenti in sicurezza nucleare e protezione sanitaria. Lavori che chiediamo siano immediatamente sospesi.

In definitiva, mentre il Parlamento approvava il rilancio governativo del nucleare in Italia, l’obbiettivo nazionale tanto del ricorso al Tar che dell’esposto alla Procura era triplice: affermare in nome di tutti gli ex siti nucleari l’illegalità dello smantellamento degli impianti per trasformarli in depositi definiti “temporanei” “a tempo indeterminato”, cioè definitivi, nonché rivendicare invece la realizzazione -prevista dalla legge- di un deposito nazionale ultrasicuro per millenni, e infine affermare inequivocabilmente l’assurdità di proporre nuove centrali nucleari senza aver neppure risolto l’eredità delle vecchie.

Medicina Democratica del Piemonte

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Ott 09

Mentre l’Europa annega nel latte, i bambini che vivono nei paesi colpiti dalla malnutrizione non ne hanno nemmeno una goccia

Mentre i produttori di latte europei minacciano lo sciopero, gettando via milioni di litri di latte gratuito, Medici senza Frontiere richiama l’attenzione sui milioni di bambini che, in Africa e in Asia, sono in pericolo di vita a causa della mancanza di latte

Roma - MSF chiede ai donatori istituzionali di approfittare del crollo del costo del latte da 4000 a 1800 euro per tonnellata, per cambiare i programmi di assistenza alimentare tradizionali per i bambini di età inferiore ai 2 anni, che sono più adatti all’alimentazione del bestiame che a quella dei bambini.

È stato testato che quando i bambini non hanno accesso alle proteine animali di base come quelle del latte, il loro cervello si sviluppa meno, così come il sistema immunitario, che li rende così più vulnerabili alle malattie, la loro crescita è molto rallentata e rischiano concretamente di non raggiungere la soglia dei 5 anni.

Ancora oggi i donatori istituzionali continuano a fornire aiuti alimentari sotto forma di cereali che non contengono proteine animali.

“Voglio essere chiaro, non stiamo dicendo di inviare l’eccesso di latte europeo nelle zone più colpite dalla malnutrizione in Africa e in Asia, ma se i governi continueranno a fornire cibo che non contiene latte, dovremo protestare allo stesso modo dei produttori di latte,” ha dichiarato Stéphane Doyon, team leader dei progetti di assistenza nutrizionale di MSF. “I bambini che nascono in alcuni paesi poveri rischiano sempre più di non sopravvivere perché dipendono da rifornimenti alimentari che non comprendono latte”.

Gli aiuti alimentari sono legati ai prodotti agricoli in eccesso. Dunque gli alimenti donati vengono scelti in base ai prodotti in abbondanza e non in base ai veri bisogni dei beneficiari. Di conseguenza oggi gli aiuti alimentari sono composti da farina amalgamata senza nessuna proteina animale, come il latte, e senza nessun minerale essenziale o vitamina. La farina amalgamata è ancora utilizzata anche se la maggior parte dei donatori europei oggi fornisce denaro per acquistare cibo, e non direttamente cibo.

La mentalità sta iniziando a cambiare. MSF supporta il nuovo approccio intrapreso dal World Food Programme (WFP) sulla qualità del cibo che deve essere pari alla quantità. Il WFP ha lanciato un’operazione per puntare l’attenzione sui bambini di età inferiore ai 2 anni e mirare a nutrirli con gli alimenti adatti e comprati, laddove possibile, nei paesi d’origine.

Il tentativo di migliorare la qualità del cibo diretto ai bambini è stato ostacolato dal costo implicito nell’aggiungere latte al tradizionale impasto. Da quando i fondi monetari a disposizione del WFP per acquistare cibo sono diminuiti del 50%, l’organizzazione si sta confrontando con una battaglia finora persa per ottenere il denaro necessario a migliorare la qualità degli aiuti alimentari diretti ai bambini.

“MSF si confronta con le conseguenze mediche legate agli aiuti alimentari di bassa qualità che arrivano nei contesti in cui operiamo, ma è compito degli stati donatori capire cosa sia necessario cambiare a livello politico per smettere di fornire ai bambini sotto i 2 anni, lo stesso cibo di cui si nutrono gli animali,” ha aggiunto Doyon. “Stiamo semplicemente dicendo che, come si sta cercando una soluzione per i coltivatori che stanno annegando nel latte, è necessario non dimenticare i 178 milioni di bambini malnutriti che non ne hanno nemmeno una goccia”.

 

www.medicisenzafrontiere.it

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Ott 09

Sbattezziamoci, in un libro, tutte le istruzioni per l’uso

 

«Carneade, chi era costui?» è una delle frasi più famose della letteratura italiana. Il convertito Manzoni non ci spiega come mai don Abbondio stia pensando a questo filosofo scettico messo al bando perché “turbava” i giovani. Accadde nel 155 ev, ovvero dell’era volgare. Adottare questa datazione invece che dC (dopo Cristo) rappresenta una scelta insolita, almeno nell’Italia dei papi e dei baciapile. E’ la scelta di Raffaele Carcano e Adele Orioli che accennano a Carneade e ad altri perseguitati per motivi religiosi nei primi secoli dell’ev quasi all’inizio del libro che reca il neutro sotto-titolo Storie di conversioni, battesimi, apostasie e sbattezzi ma ostenta un ben più polemico e azzeccato titolo: Uscire dal gregge (Luca Sossella editore, pp. 320 pagine, euro 14,00).

L’introduzione si apre con una domanda interessante: «dove avete trovato questo libro?». Perché «la sorte dei libri che presentano punti di vista non religiosi» è bizzarra e catalogarli risulta scomodo anche per i bibliotecari. Non è certo un pamphlet religioso, piuttosto un appassionante saggio storico capace anche (o soprattutto) di una riflessione politica sull’oggi.

Il primo passaggio concettuale di Uscire dal gregge è spiegare come la religione di un popolo sia scelta dal re (da chi comanda insomma). Accade anche oggi. Ci sono piccole eccezioni ma spesso solo apparenti: per esempio negli Usa vi è chi muta religione (all’interno del cristianesimo) perché si sposta da uno Stato a maggioranza cattolica a uno protestante,

appunto adeguandosi al “re” di turno.

Chiarito che il diritto (per chi lo desidera) a credere non è in discussione ma che dovrebbe essere garantita a ognuno la libera scelta (di non entrare, di uscire, di cercarsi un altro gregge, di non averne alcuno) Carcano e Orioli raccontano - con precisione sempre unita a una piacevole scrittura - come iniziano e dove portano le imposizioni religiose. I primi libri finiti al rogo pare siano quelli di Anassagora del 432 aC (o meglio aev). Da perseguitati i cristiani diventano padroni e poi persecutori con Costantino che combina «l’intolleranza politica e quella religiosa». In base a una sola citazione (oltretutto quasi nascosta nei Vangeli) sul «dare a dio… e a Cesare» si costruisce un’alleanza di ferro: il primo a identificare la Chiesa con dio e Cesare tout court con lo Stato è Osio di Cordova, già consigliere di Costantino, nel 356.

Saltando avanti e indietro nel tempo Uscire dal gregge racconta come nascono il pedo-battesimo, il Limbo (oggi quasi negletto) e il Purgatorio, cosa c’è dietro ai nomi; ma anche i continui dietro-front della Chiesa di Roma. «La fede come tale è sempre identica» sostiene Ratzinger: nulla di più falso. Agostino per esempio muta nel profondo il cristianesimo. L’ascesa al trono di Teodosio (nel 379) imprime alla storia un’impressionante svolta verso la repressione religiosa o meglio di chiunque non sia allineato con il papato. Sempre più il battesimo è imposto ai neonati (prima non era così); si forzano le conversioni; si teorizza che l’uccisione di un non cristiano è un «malicidio», cioè un mezzo per estirpare il male, piuttosto che un omicidio. Inizia la persecuzione di bestemmiatori e omosessuali («mai colpiti da leggi punitive nel mondo classico») che alcuni - come il devoto imperatore Giustiniano - ritengono da mettere a morte. La caccia agli eretici (sotto cui è facile collocare ogni dissenso) prenderà poi la forma dell’Inquisizione: delazioni, torture, roghi, confische dei beni.

Al contrario di quanto detto (proprio in questo 2009 ev) con solennità da Ratzinger, non è il nichilismo-totalitarismo ad avere portato nel ‘900 a disumanizzare gli esseri umani: i roghi ma anche le tecniche orwelliane (dal riscrivere la storia alle confessioni pubbliche e allo spionaggio di massa) vengono proprio dall’Inquisizione. La pretesa partecipazione dei cattolici alla creazione di un’Europa libera e laica non è mai esistita: da un Pio VI che in una enciclica del 1791 scrive «quale stoltezza maggiore può immaginarsi quanto ritenere tutti gli uomini uguali e liberi» a un Pio IX che definisce il suffragio universale «una piaga distruttrice dell’ordine sociale», a tanti altri talvolta Pii nei nomi (nei fatti mai pii) purtroppo c’è solo l’imbarazzo della scelta nel raccontare di una Chiesa cattolica sempre dalla parte sbagliata per quel che riguarda i diritti. Il 13 maggio 2007 in Brasile, Ratzinger dichiara che «l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane né fu un’imposizione di una cultura straniera». Montagne di documenti e di morti certificano il contrario. Rispetto alle menzogne offensive dell’ultimo papa qualcuno obietterà che il penultimo…. Differenze vi sono ma attenzione: come notano Carcano e Orioli, in molte occasioni «Giovanni Paolo II chiese perdono a Dio (non alle vittime) per le colpe commesse “dai figli della Chiesa” non dalla Chiesa che non può ammettere di sbagliare perché si ritiene “infallibilmente conservata nella verità”».

Fra le storie più vicine a noi, ma già dimenticate, impressionante è quella dei «concubini di Prato» che, offesi dal vescovo per la decisione di sposarsi solo in Comune, lo denunciano ma alla fine perdono il processo perché i giudici decidono che in quanto battezzati sono «sudditi» della Chiesa. Discutibile ma… ecco il senso dello sbattezzo, cancellarsi dal rito che segna un’appartenenza nella quale molti non credono. Sbattezzarsi era tecnicamente impossibile finché, grazie alla nuova legge sulla privacy, si trova il grimaldello: chiedere la modifica dei dati «sensibili». Nel ‘99 il garante della privacy ammette: «è giusto che i registri testimonino l’avvenuto mutamento di volontà». Fioccano le richieste di «sbattezzo» e la Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) mette in difficoltà le parrocchie che nicchiano. Gli ultimi paragrafi di Uscire dal gregge raccontano questa interminabile «partita a scacchi» e spiegano che fare concretamente.

Nel libro c’è molto di più. Si racconta di altri Paesi europei e della vera laicità; si indaga su alcuni significativi deliri statistici italiani sia a livello nazionale che locale (Cagliari, Imola e Rimini in testa); si ricorda un’uscita particolarmente bigotta di Sergio Cofferati; si fotografa il tipico (tanto tipico non è) «incredulo»; si polemizza su certe interpretazioni del multi-culturalisno; si accenna a come gli «apostati» cercano di uscire anche da ebraismo e Islam.

Pur se si schierano con nettezza, Carcano e Orioli non insultano e neppure si lasciano andare a irriverenze. Salvo forse in due citazioni: un macigno dei Pink Floyd (”Sheep” nell’album Animals ) e un’esilarante sonetto di Trilussa dove «la pupa» viene battezzata Anarchia… Certo nell’Italia dei Buttiglione e dei Rutelli qualcuno potrebbe considerare satanesca pure la battutina di Eduardo De Filippo (in Gli esami non finiscono mai ): «Gesù Cristo si fece battezzare a 30 anni: perché tanta fretta per i figli miei?».

 

Daniele Barbieri

Liberazione

06/10/2009

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Ott 07

Cronache di ordinaria persecuzione nei Cie e nelle città d’Italia

La rete di organizzazioni per i Diritti Umani, di fronte alla prosecuzione di respingimenti di profughi, operazioni di purga etnica, attuazione di procedure persecutorie nei confronti dei migranti detenuti nei Cie, negazione dello status di rifugiato a migliaia di esseri umani che ne avrebbero diritto, prosegue nel suo dialogo con le Istituzioni internazionali che rappresentano i valori fondanti della civiltà dei Diritti Umani: l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Consiglio d’Europa, la Commissione europea. I rappresentanti di tali organismi hanno più volte riconosciuto di non essere dotati di strumenti giuridici efficaci per opporsi alle derive nazionali che annientano il patto fra nazioni il cui vincolo basilare non sono gli accordi sottoscritti, ma il grado di civiltà degli Stati e dei loro governanti. “Non possiamo fare nulla nei confronti di un governo che non rispetti la Convenzione di Ginevra o gli altri accordi firmati,” ci ha detto recentemente il rappresentante di un’Istituzione per la salvaguardia dei rifugiati. E’ un’ammissione pericolosa, che spalanca le porte a qualsiasi forma di prevaricazione dei Diritti Umani e di fatto pone l’Unione europea nelle stesse condizioni che favorirono l’affermarsi del nazifascismo. Ecco perché stiamo sollecitando le Istituzioni sovrannazionali a fare un uso più efficace dei loro organismi giuridici ovvero delle corti internazionali. Intanto, le segnalazioni di abusi su immigrati e degli effetti nefasti della legge razziale 94/2009 proseguono senza sosta. Mentre negli Stati Uniti e in tutti i Paesi democratici (ma non solo in quelli) i governi approntano misure per vaccinare contro l’influenza A i migranti “irregolari”, l’Italia prosegue senza tregua l’iniqua caccia all’uomo nei loro confronti, per applicare gli articoli xenofobi della legge. Per evitare di cadere nelle maglie della persecuzione, i “clandestini” vivono nascosti, in luoghi difficilmente accessibili e condizioni sanitarie tragiche, senza acqua, se non la poca che riescono a prelevare dalle fontane pubbliche grazie a taniche e secchi. Nessun provvedimento è stato messo in atto per garantire loro il vaccino o le cure mediche adeguate. La rete antirazzista segnala gravi tensioni nel Cie di Crotone, dove le condizioni di detenzione sono inumane, le violazioni della dignità dei detenuti quotidiane, gli effetti della legge razziale devastanti. Martedì scorso, secondo la testimonianza di alcuni attivisti, “due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta”. Dopo la denuncia dei gravi abusi sui migranti nel Cie di Gradisca, documentati da video e foto, finalmente i rappresentanti delle Istituzioni internazionali hanno stretto la vigilanza sull’operato delle autorità che si occupano della custodia dei reclusi. “Lunedì scorso,” comunica la rete antirazzista, “due deputati e tre senatori del Partito Democratico hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino, senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando loro della durezza delle condizioni di detenzione e delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente. Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. I detenuti si sono sentiti traditi quando, nel Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei cinque parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza soffermarsi molto sui pestaggi del 21″. Roma: atti di autolesionismo e uno sciopero della fame sono gli strumenti, disperati, che i detenuti all’interno del Cie utilizzano perché la loro condizione e le violazioni che subiscono non rimangano dietro la cortina di silenzio istituzionale. “Un detenuto ha perso i sensi,” riferisce un attivista, “mentre altri si sono tagliati le carni. Un giovane si è reciso le vane ed è stato trovato in un lago di sangue. E’ stato medicato in infermeria e riportato nella sua cella, dove continua a perdere coscienza ed è in condizioni penose. I detenuti si chiedono come sia possibile che il mondo democratico tolleri che esseri umani siano trattati come bestie”.

 

Gruppo EveryOne info@everyonegroup.com - www.everyonegro

 

da www.osservatoriorepressione.org

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Ott 07

Un nuovo indulto per i ricchi 

Partiamo dalla riunione dell’Ecofin (il Consiglio che comprende i Ministri dell’Economia e delle Finanze dei 27 stati membri dell’Unione europea) svoltasi nel maggio scorso, quando Berlusconi annunciò la linea dura per contrastare la speculazione finanziaria e il ministro Tremonti dichiarò di voler imitare Obama mettendo a punto una lista nera dei “paradisi fiscali”, cioè dei vari staterelli come il Principato di Andorra, il Principato di Monaco, il Granducato di Lussemburgo, ma anche Gibilterra e la Repubblica di San Marino, solo per citare gli esempi più noti in Europa, che concedono enormi vantaggi fiscali ai proprietari dei capitali trafugati all’estero. Ebbene, dopo quelle parole e quei facili annunci di stampo demagogico, i fatti si sono visti nei giorni scorsi. Analizziamoli.

Anzitutto, cos’è un “paradiso fiscale”? Riporto la definizione tratta da Wikipedia: “Un paradiso fiscale è uno Stato che grazie a un regime fiscale privilegiato può garantire un prelievo in termini di tasse minore rispetto al paese di origine, o addirittura nullo. La ragione di una scelta del genere è più che altro politica: attirare capitale proveniente dai paesi esteri, fornendo in cambio una tassazione estremamente ridotta.”

La legge sullo “scudo fiscale”, appena approvata in Parlamento, è a tutti gli effetti un condono dei reati commessi contro il pubblico erario ed è passata grazie all’assenteismo nei ranghi della minoranza. I voti favorevoli sono stati 270, i contrari 250. Il via libera si è avuto con appena 20 voti di scarto. Ciò significa che, se l’opposizione fosse stata al completo, il provvedimento non sarebbe passato. Ma nelle fila dell’opposizione si contavano ben 29 assenti, di cui 9 assolutamente ingiustificati, e la legge è passata. I vertici del Partito Democratico hanno annunciato che saranno decise ‘’severe sanzioni” a carico dei deputati assenti ingiustificati al momento del voto finale sullo scudo fiscale.

Un altro motivo di aspra polemica è stato fornito dalla “straordinaria rapidità con la quale il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto ’salva ladri’ con cui questo governo Berlusconi ha voluto garantire l’impunità ai peggior criminali d’Italia”, così si legge in una nota del presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.

A questo punto si può discutere ed opinare se il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sia comportato in maniera conforme o meno alla sua carica istituzionale, ma il capo dello Stato non può affermare che i doveri che la Costituzione gli impone sono inutili, in quanto vanifica il senso stesso del suo ruolo col rischio di farlo decadere.

Ad ogni buon modo, con la ratifica del cosiddetto “scudo fiscale”, che a dire il vero non è la prima amnistia concessa in Italia a favore dei reati fiscali, tra cui figura anche il falso in bilancio, il nostro Paese si conferma come un vero paradiso per i grandi evasori e i grandi criminali, quelli che riciclano abitualmente il denaro sporco trafugandolo all’estero, trasferendo i capitali di origine illecita in depositi di banche consenzienti o colluse, per non dire complici, che fanno la fortuna di numerosi micro-stati sparsi in Europa e nel mondo, che offrono condizioni assolutamente vantaggiose in campo fiscale.

Il regime di indulto introdotto dallo “scudo fiscale” permetterà di depennare molti reati commessi in materia fiscale, nella misura in cui verrà esclusa la punibilità per le violazioni commesse al fine di evadere il fisco e trasferire il denaro all’estero, nonché l’emissione di false fatture e il falso in bilancio, che potranno essere sanati con il pagamento di una somma pari al 5% dell’imposta evasa. In tal modo saranno condonate tutte le infrazioni connesse al trafugamento dei grandi capitali all’estero. I colpevoli godranno ancora una volta dell’impunità e saranno esentati da imposte che superino l’aliquota del 5%, ma soprattutto saranno dispensati da ogni sanzione di ordine penale.

Si tratta, dunque, di un indulto al contrario, che scarcera e premia chi ha derubato il fisco e la collettività, grazie ad un provvedimento varato da un governo che ha fatto della sicurezza il suo cavallo di battaglia. La stessa legge, invece, penalizza i lavoratori onesti e indifesi, quelli che percepiscono redditi fissi, vale a dire i redditi generati dal lavoro produttivo come i salari operai e gli stipendi degli addetti al pubblico impiego (i cosiddetti “fannulloni”), i quali resteranno gli unici ad essere tassati al 50-60% attraverso le ritenute fiscali trattenute direttamente alla fonte, cioè in busta paga.

Al di là di ogni argomentazione utilitaristica e pragmatica, è evidente che il varo della nuova legge rischia di trasmettere un messaggio assolutamente diseducativo e deleterio a livello etico e culturale, cioè che l’Italia si riconferma il regno dei furbi, dei rei e dei colpevoli che la fanno franca e restano puntualmente impuniti. Dipende solo dall’entità del reato: più il reato è grande più rimane impunito, specie se trattasi di un reato economico-finanziario, nella fattispecie compiuto contro l’erario dello Stato, cioè contro gli interessi della collettività nazionale e dei servizi sociali erogati ai cittadini.

Tali esempi sono innegabilmente immorali e negativi sul versante educativo e culturale, in quanto contribuiscono a diffondere una cultura di tipo criminogeno, nel senso di un malcostume che genera e autorizza comportamenti illegali, alimentando il senso dell’impunità del reato, una cultura lacerante per il tessuto civile e democratico già fragile e precario di uno Stato come l’Italia, in quanto è una cultura portatrice di modelli egoistici ed anti-sociali, una cultura devastante e criminale in cui si inserisce soprattutto la mentalità mafiosa, che è la mentalità di chi evade sistematicamente il fisco e trasferisce all’estero i capitali ottenuti con attività e traffici di natura illecita.

La logica machiavellica che ispira simili provvedimenti, è la medesima che giustifica i tagli finanziari imposti dal governo alla scuola e alla sanità pubblica. Ebbene, gli ingenti fondi ricavati da quei tagli sono stati semplicemente sottratti all’interesse generale dello Stato per essere dirottati altrove, a beneficio esclusivo degli interessi privati ed affaristici delle banche e delle grandi imprese industriali come la Fiat.

Ancora una volta il governo Berlusconi si è comportato come una sorta di “Robin Hood alla rovescia”: ruba ai poveri per dare ai ricchi, in questo caso alle banche e alle grandi imprese economiche e finanziarie, soprattutto di stampo criminale e mafioso.

Lucio Garofalo

su redazione 05/10/2009

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Ott 07

Politiche di salute e tutela delle donne in Piemonte

Più opportunità e meno burocrazia per le mamme in Piemonte. Dal 1° ottobre, infatti, tutte le donne in attesa di un bambino potranno ricevere gratuitamente, presso i circa 200 consultori della Regione, l’Agenda di Gravidanza.

Realizzata dall’Assessorato alla tutela della salute e sanità, in collaborazione con l’Assessorato al welfare, l’Aress (Agenzia regionale per i servizi sanitari), la Consigliera di parità, il coordinamento dei consultori e con gli operatori sanitari del territorio e degli ospedali, l’Agenda rappresenta innanzitutto una fonte di informazioni ampie e scientificamente aggiornate sul percorso nascita.

Le donne, infatti, potranno conoscere le opzioni assistenziali possibili per gravidanza, parto, puerperio, gli stili di vita consigliati, le azioni di protezione e prevenzione e i diritti legati alla maternità e alla paternità. Inoltre, l’Agenda contiene le 14 impegnative mutualistiche per gli esami base, tutte esenti ticket e già firmate che potranno essere utilizzate esclusivamente presso i laboratori e gli ambulatori pubblici.

Infine, alcune parti, opportunamente indicate da un simbolo convenzionale, saranno a disposizione degli operatori per la registrazione dei dati clinici e il passaggio di informazioni tra l’assistenza alla gravidanza e quella al parto e puerperio. Nel caso di gravidanze a rischio o patologiche, dovrà