Antimafia sociale, ecco la lezione di Radio Aut
I l razzismo leghista, la xenofobia antimeridionalista ha avuto paura di Peppino Impastato. Cancellare una targa, una intestazione, è, infatti, la rimozione della sua critica del potere, della sua narrazione di lotta alle mafie. Siamo offesi dal tentativo gaglioffo di cancellazione della memoria di Peppino come lo fummo e lo siamo per la tentata rimozione della targa di Carlo Giuliani, che gelosamente custodiamo. La manifestazione di sabato è una risposta ideale e di massa. Peppino, infatti, non è una fredda icona; la sua attualità è nell’antimafia sociale contro un sistema di relazioni in cui sono strettamente intrecciate mafie, politica, amministrazione, finanza. L’antimafia sociale contro la borghesia mafiosa, contro processi di accumulazione mafiosa che sono veri e propri percorsi di valorizzazione del capitale globale. Economia legale ed economia illegale sono sempre più intrecciate. È questo che fa paura alla concezione mercificata della Lega, alla sua totalizzante riproposizione dei valori di scambio contro i beni comuni. Noi ci impegniamo a ricostruire, pur dentro alle difficoltà del presente, partecipazione, protagonismo, autorganizzazione, intorno ad una antimafia, come quella che Peppino ha incarnato, non ipocrita, non di facciata, ma viva, vera, sociale; lottare contro le mafie è, per tanti giovani e tante ragazze, anche lotta contro la precarietà, per il salario sociale, il reddito di cittadinanza. Per questo Peppino è parte fondativa del nostro vissuto politico. Per questo rifiutiamo interpretazioni edulcorate e centriste: Peppino fu uomo del ‘68, non va dimenticato. Fu militante anticapitalista che organizzava conflitti sociali, dagli studenti ai braccianti, ai contadini poveri. E fu precursore, anche come organizzatore culturale, di un’intensa e moderna criticità come rovesciamento e senso comune di massa. Radio Aut fu la struttura comunicativa più moderna del Mezzogiorno, negli anni Settanta, esempio straordinario di inchiesta e controinformazione. La metafora, il sarcasmo, la desacralizzazione dei capi mafiosi diventarono, con Peppino, strumento di lotta politica. Egli fu un militante della “nuova sinistra” come ci ricorda Umberto Santino, da Lotta Continua alla candidatura di Democrazia Proletaria, in polemica aspra con il Partito Comunista del compromesso storico che vedeva la mafia solo come nicchia di arretratezza dello sviluppo. Peppino pensava, invece, che il neoliberismo fa bene alle mafie. È qui, in questa critica, in questo impianto analitico, la attualità di Peppino; da qui il timore che ne hanno le destre liberiste ancora oggi. La Lega e il governo parlano, infatti, di una mafia virtuale, che esisterebbe solo nel Sud Italia e negano che il cuore della mafia è, oggi, nel riciclaggio, nel sistema finanziario (e, quindi, anche nel Nord e in Lombardia). La mafia non è un gruppo di delinquenti meridionali; e l’unico modo per contrastare l’intreccio tra politica e finanza è l’attacco ai beni, alle ricchezze, ai profitti delle mafie, confiscandone terreni, immobili, fondi, e individuando un nuovo spazio pubblico. L’antimafia sociale è, quindi, costruzione di presidi democratici, connessione tra lotta democratica e sociale, è antimafia in movimento, dentro l’organizzazione della conflittualità sociale, come ci insegnò Pio La Torre. Per questo difendiamo la memoria e l’attualità di Peppino Impastato.
Giovanni Russo Spena
Liberazione25/09/2009
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale