Chimbunila si trova a circa mezz’ora di macchina da Lichinga. C’è un Centro di Salute che visiteremmo oggi. Partiamo presto poiché il viaggio è molto lungo. Il piano è quello di accompagnare tre pazienti al Centro di Salute per essere visti dal medico. L’appuntamento è in mattinata al villaggio di Shoula, a circa 55 Km da Chimbunila. Vogliamo avere un’idea di quello che significhi essere sieropositivo in Africa. Conoscere il luogo in cui vivono, le condizioni della strada che dovrebbero percorrere ogni mese per la visita di routine o ogni volta che stanno poco bene.
La strada che conduce a Chimbunila è buona e percorrendola fino in fondo si può arrivare a Pemba, sulla costa. Alziamo molta polvere al nostro passaggio, incrociando ogni tanto altre vetture, camion o moto. La strada non è molto trafficata, ma il vero traffico lo fanno le persone che si spostano a piedi o in bicicletta, caricando svariate mercanzie: sacchi di carbone, galline, legname, ceste, frutta, verdura. La maggior parte è diretta in città per vendere i loro prodotti al mercato centrale. Le donne lungo la strada attirano la mia attenzione. Riescono a camminare per molti chilometri con grande disinvoltura, caricando qualsiasi cosa sulla testa: valigie, fagotti, legname, taniche colme d’acqua, secchi, sacchi e per finire il figlio legato al dorso, se ancora allatta.
Imbocchiamo la strada per Ute e la magia della strada buona finisce. Le buche sono molte e mi fracassano le ossa, anche se il peggio deve ancora arrivare. Mi godo il panorama dal finestrino. Una distesa immensa di alberi di vario genere e piantagioni di mais circondate da erbe altissime che frusciano al ritmo del vento. A tratti la boscaglia si apre in piccole radure dove sono sparse capanne rotonde con il tetto di paglia. Sullo sfondo le montagne. Il villaggio di Shoula si trova in una di quelle. Sono altissime e verdi, ornate da grandi rocce. A tratti dobbiamo fare delle piccole deviazioni, che si fanno sentire su tutto il corpo, dovute ai lavori di manutenzione della strada.
Dopo più di un’ora arriviamo al villaggio di Ute. È una grande distesa di capanne che si aprono su poche strade di polvere. Sembrano tutte uguali ma hanno un senso nella loro natura. Lungo quella che a me sembra la via principale, ci sono delle bancarelle di legno grezzo dove si possono comprare pezzi di sapone, sigarette, fiammiferi, piccole mercanzie di varia natura, porzioni di zucchero o d’olio a soli 5 meticais, se non ci si può permettere l’intero pacco o bottiglia. Passiamo un bellissimo pozzo di cemento, forse opera di qualche ONG specializzata in Water & Sanitation.
Cerchiamo la casa del capo del villaggio per chiedere informazioni sulle persone che dobbiamo incontrare e il cammino da fare per arrivare a Shoula. La nostra presenza non è indifferente. Non appena stazioniamo il veicolo tutti si fermano. Qualsiasi lavoro passa in secondo piano. Ad avvicinarsi alla nostra Land bianca sono per primi i bambini. Con molta disinvoltura e curiosità guardano dentro i finestrini. Ci scrutano, attenti ad ogni nostro movimento. Parlano nella loro lingua locale, lo Jaua. Non capisco nulla ma l’unica parola che riesco a percepire è “Arungo”. Il nostro autista, ci è d’aiuto in questa fase di ricerca. Chiede dove possiamo trovare il capo del villaggio, logicamente nella lingua locale che non ha segreti per lui.
È molto disinvolto. Gesticola con tutto il corpo. Un giovane che sa dove si trovo corre a chiamarlo. Dopo più di mezz’ora di attesa, eccolo. È un uomo piccolo, con i capelli bianchi, crespi, ricci e ben tagliati, nascosti da un cappellino da baseball rosso scolorito. La sua faccia è segnata dal tempo e forse è più giovane di quello che sembra. Non parla portoghese, solo Jaua. Il nostro autista, ci è ancora d’aiuto in questa fase diplomatica. Dopo una lunga conversazione concludiamo che il capo del villaggio verrà con noi per indicarci il cammino per Shoula.
Muoviamo la macchina passando tra le capanne e lo sguardo stupefatto degli abitanti. Se dovessi muovermi da sola in questo posto sicuramente mi perderei! Imbocchiamo una strada stretta che si inerpica sulla montagna. Il vento si fa sentire. È freddo nonostante il sole sia ben alto. Inizia la strada difficile: dissestata, piena di buche e completamente in salita. A tratti la macchina ha qualche piccolo cedimento ma se la cava bene anche se fa schizzare sassi in tutte le direzioni. Per fortuna la stagione delle piogge è finita da un pezzo e la strada è secca ed accessibile. Me la immagino sotto la pioggia o dopo un acquazzone, con il fango che schizza e si appiccica dappertutto sotto al rollio impazzito delle ruote che faticano per muovere il veicolo di pochi centimetri, facendolo sbandare da tutte le parti. È un viaggio massacrante. I chilometri sono pochi, meno di 10.
La strada è il vero problema, impone al veicolo un’andatura molto lenta quasi a passo d’uomo, in alcuni punti. Siamo proprio in mezzo al nulla e raramente incrociamo qualcuno. Quando succede, il malcapitato deve fermarsi e nascondersi tra gli alberi o le canne di granturco, poiché la via è stretta e la nostra Land non ha un’andatura rettilinea.
Finalmente Shoula. Poche capanne sparpagliate tra gli alberi, le piantagioni di granturco e di girasoli. Anche qui nel vedere la grande auto bianca tutti si fermano. È un evento insolito da queste parti, in cui il mezzo di trasporto più lussuoso è la bicicletta, che pochi possono permettersi. Ci fermiamo in una radura, sotto l’ombra di un gruppetto di alberi che a me sembrano pini! A pochi metri davanti a noi c’è una casa nascosta tra i banani fatta di mattoni cotti al sole ed un tetto di paglia che spiove creando una veranda dove ci si può riparare da pioggia e sole. Il capo del villaggio di Ute scende dalla macchina per chiedere informazioni sulle persone che stiamo cercando. Poco dopo, si avvicina al veicolo, un ragazzo che parla un portoghese stentato ma si fa capire. E scopriamo essere il fratello di E. Ci spiega che la ragazza abita in un posto molto lontano da qui, al confine con il distretto di Lago. Aggiunge anche che è arrivata la sera prima per essere presente all’appuntamento.
Il medico che lavora con me a Lichinga mostra il suo blocco dove sono appuntati i nomi delle persone che stiamo cercando. Scopre che uno non è di quelle parti e nessuno lo conosce. Continua a conversare con l’uomo mentre aspettiamo l’arrivo di E. Intanto un ragazzino si avvicina curioso al veicolo, indossa una camicia bordeaux. Mastica una canna da zucchero e con molta disinvoltura si appoggia sul finestrino dove sono seduta. Sputa un boccone di canna per terra e si mette a guardare dentro con molta curiosità. Mi dà un’occhiata veloce ma non sono io ad attirare la sua attenzione. Osserva la macchina, come se fosse la prima volta che ne vede una così da vicino. Incrocio il mio sguardo con il suo e gli faccio un sorriso inarcando le sopracciglia. Mi guarda facendo un passo indietro. Il movimento inusuale del mio volto lo ha colto di sorpresa, spaventandolo.
I bimbi attorno a lui si mettono a ridere e a dire qualcosa nella loro lingua. Non capisco nulla, ma mi metto a ridere anch’io e inizio a mostrare la lingua che fa ridere tutti. Il fratello di E., continua a parlare con il medico e a dirgli che S.C., l’altro ragazzino che stiamo cercando vive qui vicino con il fratello e sta poco bene da giorni, mentre la madre è da qualche parte in Malawi per lavorare. Qualcuno lo va a cercare mentre arriva E., accompagnata dalla sorella e dal figlio di lei, un vispo bambino di poco più di un anno. Sale in macchina con calma. È piccola E., sembra avere 12 anni, ma in realtà ne ha 22. Parla e capisce il portoghese molto bene. Ha gli occhi neri, due piccole perle incastonate nel suo visetto piccolo e allungato. Porta i segni di un’infezione cutanea sul collo e sulle braccia, frutto della sua malattia, l’HIV. Non ha capelli, ma è bella comunque nella sua semplicità. Un portamento fiero. Poche parole.
Ha uno sguardo molto attento ed intelligente. Aspettiamo in macchina e dopo un po’ arriva anche il nostro ultimo passeggero, accompagnato dal fratello maggiore. Lo tiene in braccio. È troppo debole per camminare. Sale in macchina. Sembra spaesato e si rifugia sulle ginocchia del fratello, nascondendo la faccia sul suo petto. Siamo pronti per partire. Inizia il nostro viaggio di ritorno verso Chimbunila. È quasi mezzogiorno.
Arriviamo a Ute e salutiamo il capo del villaggio che ci ha accompagnato fino a Shoula. Lo ringraziamo. “Asante sana”, (grazie) gli dico, l’unica parola di Jaua che conosco e lui capisce. Sono felice. Mi sorride e ci saluta con la mano levandosi il cappello, mentre la nostra auto corre a tutta velocità verso Chimbunila. Dobbiamo sbrigarci per permettere all’autista di riportare a casa tutti prima che faccia buio. È mezzogiorno passato. Sento la strada battere sulla schiena ad ogni buca. Mi godo comunque il paesaggio. Il medico chiede all’autista dove si trova Chimbunila in linea d’aria. Ci mostra una linea parallela tra le montagne. Scopro così, che la strada per Ute e quella per Chimbunila sono parallele. Dobbiamo scendere fino alla strada principale e poi imboccare una strada parallela di quasi 15 chilometri.
Arriviamo a Chimbunila a mezzogiorno passato. Ho fame, ma non ci penso. Il medico mi fa strada, mentre i nostri compagni di viaggio ci aspettano nella veranda del Centro di Salute. Il sole picchia ma il vento è fresco e smorza la sua intensità. La farmacista ci accoglie. Mi presento e ci mettiamo a conversare con lei. La sala che funge da farmacia è piccola con poca luce. La farmacista ci spiega che in città non c’è corrente elettrica. Solo il laboratorio, il piccolo edificio di fronte, funziona con un generatore. Il centro è bianco e blu. La tinta è nuova e la farmacista ci racconta che lo hanno dipinto da poco.
C’è solo una finestrella che illumina la stanza ed è lo sportello da dove la gente si avvicina per ritirare le medicine. Dopo una lunga conversazione arriva l’agente di medicina, la ragazza che stavamo aspettando per iniziare le consultazioni. È giovane, come la maggior parte dei lavoratori in questo paese. Parliamo un po’ con lei. Poi il medico gli consegna il quaderno con tutti i protocolli HIV e TBC. Sfoglia il quaderno che le abbiamo portato e poi lo mette assieme ad altri raccoglitori che contengono le schede nosologiche di tutti i pazienti sieropositivi. Cerca tra i raccoglitori le schede di E. e S.C. Dopo un po’ le trova e le mostra al medico che comincia a studiarle.
Iniziamo le consultazioni. E. entra con la sorella e si siede a lato del tavolo. La stanza è piccola ma ci stiamo tutti. La sorella chiede 5 meticais per comprare un “bolo” al figlio che continua a piangere dalla fame. Manda qualcuno a comprarlo. Poco dopo il bambino stringe la grossa pagnotta di dolce fritto tra le sue piccole mani. La sgranocchia e la tiene come se fosse un tesoro. I suoi occhi sono ancora lucidi ma non piange più. E. è consapevole di essere sieropositiva. L’infezione alla pelle fa pensare al medico che la ragazza si trovi già a un terzo stadio della malattia. Conclude, dopo averla visitata, che anche lei deve cominciare una terapia antiretrovirale. Gli viene prescritto per le prime due settimane una terapia di “induzione”che consiste in dosi ridotte di Nevirapina assieme a Lamivudina e Stavudina. Le dosi ridotte di Nevirapina servono per ridurre gli effetti tossici sul fegato di questo farmaco e vedere come il corpo risponde alle medicine.
Anche a lei diamo un appuntamento fra due settimane. Mentre l’agente di medicina prepara i farmaci, scopriamo che E. ha un figlio di 4 anni che non è mai stato testato. Gli chiedono di portare anche lui la prossima volta. Vive con la sorella. Il compagno o il marito è scomparso dopo il parto ed E. sta crescendo il figlio da sola.
Sono quasi le tre del pomeriggio. La giornata è stata intesa e pesante. Io e il medico dobbiamo tornare velocemente a Lichinga per la riunione medica del venerdì. Concludiamo che il nostro autista ci porterà fino in città e poi riporterà il resto della truppa a casa. La comitiva preferisce aspettare il passaggio all’imbocco della strada per Ute. Li salutiamo. Ci ringraziano, mentre l’autista gli dice in Jaua “we carampano” che significa: “fra un po’ ritorno a prendervi”. Ho imparato una nuova parola, che devo però annotare nel mio quaderno per non farla cadere nel dimenticatoio della mia mente. Il Jaua è una lingua troppo complicata per me.
Ritorniamo a Lichinga. Più di venti chilometri di strada asfaltata. In testa ho la storia di E. Per me sono divenuti il volto dell’Africa affetta da HIV. C’è chi ha paura pure di nominarla, come se chiamarla per nome, HIV, significhi infettarsi. Ritorno pensando ai loro volti, ai luoghi in cui vivono tra le montagne. Mi chiedo come facciano a vivere la loro sieropositività. La macchina, intanto, sfreccia veloce in città mostrandomi il volto della strada fatto da persone che camminano.
Morena infermiera
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale
